Speciali

The Thrill Is Gone: in ricordo di B.B. KING (1925 – 2015)

B.B. KING (1925 – 2015)

Era nato in quel di Itta Bena, comune di 2000 anime situato nel Mississippi settentrionale, nel settembre del 1925, da una coppia di mezzadri. Il suo nome era Riley B. King, ma era diventato per tutti B.B. King quando, inventatosi nel dopoguerra disc-jockey per la stazione WDIA di Memphis, il suo eteronimo da presentatore, «The Beale Street Blues Boy», si era trasformato in requisito anagrafico sfruttato da chiunque per chiamarlo, appunto, Blues Boy King, presto abbreviato in BB.

Prima dell’esperienza da conduttore radiofonico, c’era stata un’infanzia povera e solitaria: allontanatasi la madre, per seguire un altro uomo, il nostro era rimasto da solo, con la nonna, fino all’età di 9 anni; morta costei, si era messo a raccogliere cotone per venti dollari la settimana. Benché la donna non gli avesse consentito di avvicinarsi alle musiche secolari, reputate uno «strumento del diavolo», Riley aveva conosciuto quelle sacre mettendosi al servizio del coro gospel della vicina Indianola (che sempre considerò la sua cittadina natale) e apprezzando così tanto le sue mansioni canore da decidere, una volta acquistata una chitarra di seconda mano, di lavorare come musicista, pur continuando a guidare il trattore nelle piantagioni di cotone, presso un altro coro di chiesa locale, il Famous St. John’s di Inverness.
Prima di trascorrere un breve periodo sotto le armi, il nostro aveva già convinto il suo datore di lavoro in fattoria a prestargli 30 dollari per comprare una sei corde dal catalogo di Sears & Roebuck, in modo da provare a replicare i suoni nel frattempo ascoltati grazie al gracchiante giradischi Victrola della zia Jemima: Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson e il preferito del ragazzo, Sonny Boy Williamson. La musica del diavolo, insomma, però talmente amata da convincere Riley a trasferirsi nel Tennessee, a Memphis, al seguito del cugino Booker “Bukka” White, anch’egli un musicista blues. Nella nuova città, Riley divenne una piccola star, condusse programmi, compose qualche jingle e, visto in azione T-Bone Walker, si convinse di dover possedere una chitarra elettrica. Fu con una Telecaster che iniziò a incidere qualche canzone, dapprima per la minuscola Bullet Records, poi (complice, si dice, l’interessamento di Ike Turner) per la meglio strutturata RPM, sussidiaria del gruppo Kent, con la quale conobbe per la prima volta gli onori delle classifiche (nel 1952, tramite una melodrammatica rilettura della Three O’Clock Blues di Lowell Fulson).
Iniziò quindi a stipulare contratti per concerti alfine ben remunerati (e sempre più richiesti in ragione di una sequenza di successi da allora ininterrotta), fino a raggiungere la quota record, peraltro mantenuta per oltre 25 stagioni, di 300 date l’anno, e s’innamorò, anche se la prima fu una L-30, della Gibson ES-355, strumento hollow body destinato a rimanere, in molteplici varianti, il suo fedele compagno di una vita. Durante un’esibizione a Twist (Arkansas) nella prima metà dei ’50, due spettatori d’improvviso azzufatisi fecero scoppiare un incendio: Riley, catapultatosi fuori dal locale, vi rientrò (tra le fiamme) con altrettanta velocità una volta accortosi di aver dimenticato all’interno proprio una di queste chitarre semiacustiche, assai più costosa (60 verdoni) di tutte quelle avute in precedenza. Lo scampato pericolo e la voglia di ricordarsi di non commettere mai sciocchezze simili lo convinsero a battezzare il cordofono «Lucille», come il nome della donna contesa dai due uomini, da un lato inaugurando un’abitudine poi ripresa da legioni di chitarristi, dall’altro sottolineando una sorta di paternità, sullo strumento, in tutto e per tutto effettiva, perché il suono di BB King era ormai diventato un marchio di fabbrica inconfondibile.
All’indomani del debutto ufficiale – l’apprezzatissimo Live At The Regal (1965) – in formato LP, apparve chiaro come King rappresentasse uno dei rari casi di artista in grado di intrecciare con la massima naturalezza spontaneità e innovazione. Il suo tipico stile, fatto di poche note intervallate da lunghi glissando, incorporava il tocco jazz di Charlie Christian, la sofferta spiritualità del blues prebellico di Blind Lemon Jefferson, il folk-blues di Lonnie Johnson e i primordiali rintocchi rock di Little Richard e Fats Domino, ma King, umile come pochi, si limitava a descriverlo come «un’imitazione» di quello di Elmore James e del cugino White, un’imitazione secondo lui alterata dal fatto di «non essere in grado» di suonare col bottleneck (!) e perciò caratterizzata da prolungate vibrazioni delle corde in forma di “sostituzione”. In realtà King, col suo inimitabile falsetto gospel, seppe attingere allo stesso modo dal repertorio dei crooner alla Nat “King” Cole, dalla tecnica fiammeggiante di Big Joe Turner, dalle composizioni gioiose del prediletto Louis Jordan (cui dedicherà, nel 1999, il delizioso Let The Good Times Roll), dal rhytm’n’blues e persino dalle orchestrazioni pop (utilizzate nel 1969 per la celeberrima The Thrill Is Gone).

Con l’avvento della Brit-invasion, la contaminazione tra generi da sempre presente nella scrittura e nelle esecuzioni di King, citato quale punto di riferimento al di qua (Mike Bloomfield) e al di là (Eric Clapton) dell’oceano, venne ulteriormente enfatizzata dagli attestati di stima di innumerevoli colleghi ben più giovani di lui, e l’artista si trovò a dividere i palcoscenici con Rolling Stones, Led Zeppelin, Black Sabbath, Jefferson Airplane etc. Il nostro si godette l’incremento di fama e continuò a esibirsi come un pazzo, anche nei centri di correzione (proprio da questi spettacoli vennero tratti il capolavoro Live In Cook County Jail [1971], registrato a Chicago un anno prima della pubblicazione, e il posteriore, meno importante ma comunque rappresentativo Live At San Quentin [1990]); intraprese progetti a più mani con Carole King, Leon Russell e Joe Walsh, e incise un disco – il modesto B.B. King In London (1971) – con Ringo Starr alla batteria, Steve Marriott all’armonica, Peter Green e Alexis Korner alle chitarre, Bobby Keys al sax e Dr John alle tastiere; suonò a Zaire ’74, il megaevento concertistico voluto dal presidente congolese Mobutu Sese Seku per introdurre il match di pugilato tra George Foreman e Muhammad Ali immortalato dal regista Leon Gast nel documentario Quando Eravamo Re (When We Were Kings, 1996); aprì locali, ristoranti e sale da ballo; tornò di nuovo in auge, dopo gli album abbastanza mosci degli anni ’80, quando gli U2 di Rattle & Hum (1988) lo vollero con loro per il selvaggio rockabilly-blues di When Love Comes To Town. Ne derivarono tutta una serie di dischi e iniziative riguardo alle quali in molti, a ragione, si espressero con diffidenza, criticando i suoni sempre più patinati, la pratica del duetto scaduta al rango di ecumenico jukebox, la mancanza di rabbia e autenticità da parte dell’esponente di un genere – il blues degli schiavi e degli sfruttati – costruito sulla mescolanza di entrambi.
Tuttavia l’errore di prospettiva, e si può dirlo forse meglio ora, dopo i diversi milioni di copie vendute dal fortunatissimo Riding With The King (nel 2000 cointestato a Clapton e da questi pensato come omaggio affettuoso a un maestro di stile e di vita), dopo le opere bellissime concepite persino nell’autunno di una vita lunga e ricca di soddisfazioni (su tutti il nostalgico Blues On The Bayou [1998] e il terminale One Kind Favor, testamento carico di gospel, cupezza e crepuscolari riflessi folk nel 2008 prodotto da T-Bone Burnett), dopo un Farewell Tour («tour d’addio») del 2006 subito disatteso da altri spettacoli e dalla mai doma volontà di continuare a esibirsi nonostante l’età e il diabete, dopo il rockumentary del 2012 The Life Of Riley (con la voce narrante di Morgan Freeman), era proprio questo: il blues, per BB King, non è mai stato un espediente per dare voce al tormento dell’anima, alla sopraffazione ancestrale di un popolo o ai patimementi causati dalla sua subordinazione culturale spesso imposta da un establishment di altro colore. Lui, King, estimatore di Frank Sinatra, capace di porgere sopraffino soul e di padroneggiare la dinamiche di una malinconica ballata rock, del blues è sempre stato un ambasciatore, un sostenitore pieno di entusiasmo e gratitudine, perché la musica gli aveva consentito di uscirsene dalle piantagioni di cotone per non farvi più ritorno. Il rituale dell’esecuzione è sempre stato, quindi, un modo per sdebitarsi con la musa che gli aveva concesso di immaginare, e poi vivere, un’esistenza diversa da quella dei genitori e dei conterranei: sebbene avesse partecipato (nel 1968, con Jimi Hendrix e l’amico Buddy Guy) a uno show allestito per commemorare Martin Luther King e avesse continuato sostenere ogni tipo di manifestazione a favore delle minoranze vocali, nelle sue note non c’è mai stata l’eco di una rivendicazione di ordine etnico. Nessuna collera, nessun dolore: nemmeno quando aveva girato per i cosiddetti chitlin’ circuit – dal nome di una pietanza tradizionale del sud, i locali per afroamericani ai tempi della segregazione razziale – per somme irrisorie, nemmeno quando (era il 1992) si trovò a suonare davanti alla figlia Patty (una di quindici), incarcerata a Gainesville, Florida, per possesso di droga.
Semmai la profonda malinconia del sopravvissuto, la sensualità felpata e seducente di chi è in grado di affascinare solo con la semplicità del carattere, l’eleganza innata di un suono che, mettendo in discussione ogni certezza (passando insomma dal più puro entertainment al sobrio raccoglimento dello spiritual, dal jazz al rock and roll), obbligava a ripristinare il funzionamento della riflessione critica anche in mezzo a lavori in apparenza consacrati al mainstream più conservatore. Sapeva divertirsi e sapeva divertire, BB King: in Live In Japan, album dal vivo registrato in terra nipponica all’inizio degli anni ’70 (ancorché uscito in via ufficiale solo ventotto anni dopo), le lunghe improvvisazioni ispirate dal paese ospite (dai 7 minuti di Niji Baby ai nove e rotti di Japanese Boogie, dai 10’ di Jamming At Sankei Hall ai quasi otto di Hikari #88), mostrano con chiarezza quanto spazio ci fosse nella solennità dei riff, nella liquidità del fraseggio, nell’alternanza ordinata di strofe e assoli, nell’impiego della scala pentatonica maggiore, nella velocità del vibrato, negli stop sulle corde, nelle note all’inseguimento dei gemiti della voce umana, nella gamma timbrica tanto imprecisa quanto colorata, per una festosa riconoscenza verso chi – il cielo o la sorte – gli aveva donato l’opportunità di potersi permettersi i vestiti di Count Basie o Duke Ellington (in Blues All Around Me, la sua autobiografia, scritta a quattro mani con David Ritz nel 1996 e da noi tradotta, per i tipi di Feltrinelli, nel 2003, con il titolo Il Blues Intorno A Me, ebbe a dire: «[Nat Cole] …era un cantante di gran fama che si vestiva con la stessa eleganza del presidente del consiglio di amministrazione della General Motors! Avevo dei modelli che volevo seguire, e tutti erano il simbolo stesso della classe […]. Anch’io volevo essere cool, ma ero soltanto un ragazzo di campagna che cercava di togliersi di dosso la puzza del concime»).

La scommessa tranquilla e solitaria di BB King è stata quella di coinvolgere gli ascoltatori nella propria gioia. Per decantarne la silenziosa vittoria bisognerebbe guardare non già ai tabulati di vendita, pur significativi, ma a quanto Hendrix, David Gilmour, Albert King, Stevie Ray Vaughan, Gary Moore o Joe Bonamassa abbiano imparato dal canto suo e della sua Lucille. Nonostante le spiacevoli controversie sorte intorno all’ultimo ricovero, con la manager di lunga data LaVerne Toney accusata dai familiari del musicista di averlo imprigionato in una torre d’avorio inaccessibile perfino ai figli e di aver fatto sparire più di un milione di dollari di introiti (accuse a quanto pare cadute immediatamente dopo la morte di King, occorsa la mattina del 14 maggio), niente riuscirà a scalfire l’intensità dell’arte di chi ha usato la musica per rendere accettabile a se stesso, magari sublimandolo, il fantasma di una povertà antica. BB King ha chiesto alla musica, e al suo pubblico, tutto l’amore che la vita – la vita di un ragazzo indigente e solo del Mississippi – temeva non potesse dargli. Invece ha avuto tutto, e tutto ha cercato di restituire. Per questo, anche se l’uomo se n’è andato, il «brivido» della sua chitarra rimarrà.

QUESTO MESE

Facebook

Partner

Blog

Radio