Recensioni

Tim Buckley, Newport ’68 – The Classic Festival Broadcast

tim buckleyTIM BUCKLEY
Newport ’68 – The Classic Festival Broadcast
FM Concerts Broadcast Ltd.
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Nell’estate del 1968, il californiano Tim Buckley si trova al bivio tra l’ortodossia dei primi lavori, anticonformisti e assai poco retorici nel trattamento riservato al canone folk ma, al tempo stesso, accolti dal grande pubblico (nonostante gli sforzi promozionali della Elektra presieduta da Jac Holzman) in modo alquanto tiepido, e le intuizioni tra psichedelia e jazz che caratterizzeranno, fino a renderli indimenticabili, gli imminenti Blue Afternoon (1969), Lorca e Starsailor (pubblicati entrambi nel 1970).

L’esibizione al Newport Folk Festival rappresenta tuttavia un’occasione propizia per aggiungere ai musicisti del precedente Goodbye And Hello (1967) – il percussionista Carter Collins, il chitarrista Lee Underwood e lo stesso Buckley alla 12 corde – il vibrafono di David Friedman, così da rendere ancor più immaginifico, jazzato e fantasioso l’intreccio strumentale su cui far oscillare le quattro ottave della voce del titolare, sempre in bilico tra realtà e allucinazione, paradiso e inferno, ruggiti acidi e dissezioni interiori. In un certo senso, Newport ’68 – The Classic Festival Broadcast costituisce un antipasto del monumentale Dream Letter – Live In London 1968, registrato nella capitale britannica durante l’ottobre dello stesso anno sebbene uscito in forma ufficiale solo nel 1990: a separarli ci sono soltanto tre mesi distanza, e benché qui il cantante sia accompagnato dai soli Friedman e Collins (quindi senza il basso di Danny Thompson e la sei corde del citato Underwood), l’intonazione di costui risulta persino più autonoma nell’assorbire, spezzare, ricomporre, rescindere e poi mandare in orbita quel complesso di componenti emotive e chimiche di cui vibrano le sue opere migliori.

Il contenuto di Newport ’68 – The Classic Festival Broadcast, insomma, sarebbe a dir poco eccezionale: dalla melodia incantata di Buzzin’ Fly al congedo in purezza folkie di Morning Glory, passando per la luminosità accecante e sperimentale di una stravolta Wayfaring Stranger (celebre traditional risalente ai tempi della Guerra Civile e utilizzato da Buckley per spingere la propria gola ai limiti dell’autocontrollo) e per la più bella versione di The Dolphins (Fred Neil) che chi scrive abbia mai sentito, una sirena vocale fatta di pause intense e materializzata nella qualità pittorica di una finestra affacciata sulla schiuma delle onde, tutto asseconda la creatività febbrile di un autore impegnato a scolpire l’essenza stessa dei suoni e delle potenzialità della voce umana.

Detto questo, però, quattro brani (più due “prologhi” parlati), da anni reperibili in rete, venduti oggi a prezzo pieno malgrado una durata complessiva di 20 minuti scarsi, somigliano comunque a una discreta presa per i fondelli, come al solito indirizzata verso chi non è in grado di trattenersi davanti alla prospettiva di acquisire ulteriori reperti sull’attività dei personali beniamini. Cinque stelle alla materia sonora, quindi, e una, perché di meno non ce ne sono, all’operazione: la media potrebbe apparire generosa, anche se a ben guardare la sua freddezza è del tutto immeritata rispetto al calore e ai sogni della musica di Tim Buckley.

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