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Time on my hands: in ricordo di Don Williams

In ricordo di Don Williams [1939-2017]

Il soprannome di gentle giant, il «gigante gentile» della musica country, l’aveva ottenuto in ragione della ragguardevole altezza (più di un metro e ottanta di carisma, bonomia e usanze garbate), della voce profonda e baritonale, del contegno mai aggressivo o esaltato; oltre, però, alle belle maniere personali e alla galanteria del portamento, a Donald Ray Williams, per tutti Don, nato 78 anni fa nel Texas occidentale della cittadina di Floydada, lungo le pianure del Llano Estacado, e morto in Alabama lo scorso otto settembre, per le conseguenze fatali di un enfisema, il country piaceva proprio così, morbido, equilibrato, posato, estraneo alle polarizzazioni di stile, lineare e riflessivo, e di quel modo d’intendere la musica delle radici — austero per vocazione, tradizionalista per rispetto del folclore — aveva saputo essere uno dei volti più amati e credibili.

Non solo negli Stati Uniti, dove conobbe una popolarità enorme per tutti gli anni ’70 e ’80, ma anche in Inghilterra, dov’era amatissimo, e a sorpresa persino in India, America Latina e Africa, posti nei quali veniva così atteso e rispettato da scegliere di registrare un’esibizione dal vivo, poi uscita nel 1997 per il mercato dei DVD, in quel di Harare, il centro più popoloso dello Zimbabwe. Si era ritirato dalle scene, in via ufficiale, giusto lo scorso anno, annunciando tramite un comunicato laconico come le sue canzoni (pochi mesi fa omaggiate da personalità del calibro di John Prine, Chris Stapleton, Keb’ Mo’ o Jason Isbell nel sorprendente tributo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, uscito su etichetta Slate Creek) di voler «appendere il cappello» e godersi un po’ di tempo in famiglia, benché, dati i più di quaranta album consegnati alle stampe nel corso di una carriera pluridecennale nonché contrassegnata da qualche gustoso cameo di celluloide (due apparizioni su tutte, in entrambi i casi al fianco di Burt Reynolds, prima nello scanzonato Un Uomo Da Buttare [W.W. & The Dixie Dancekings, 1975] di John G. Avildsen, poi nel chiassoso Una Canaglia A Tutto Gas [Smokey & The Bandit II, 1980] di Hal Needham), si possa ben dire la sua figura non abbia mai davvero potuto usufruire di un pensionamento vero e proprio, perlomeno non nel cuore degli appassionati.

I suoi esegeti più attenti ricordavano anche, se non gli esordi effettivi (consumati all’età di tre anni, nientemeno), i primi passi, compiuti verso la metà degli anni ’60, dopo il servizio di leva, con la sigla dei Pozo-Seco Singers, il trio folk-pop — gli amici Susan Taylor e Lofton Cline, conosciuti a Corpus Christi, vicino a quel golfo dove Williams si era trasferito nel ’58 per seguire la professione di meccanico del padre, alle altre estremità del trigono — col quale il nostro, forte di vari album targati Columbia e di un paio di canzoni entrate nella Top 40 generalista, aveva iniziato a racimolare qualche soldo.

Si era d’altronde trovato nel ruolo, spiacevole, di unica fonte di sostentamento dei genitori dal 1963, momento in cui il fratello maggiore Kenneth, all’epoca dei fatti ventinovenne, era arrostito a causa del contatto involontario con un filo spinato a alta tensione, e da allora in poi non aveva mai smesso di pensare al benessere economico dei familiari. Non resistette, tuttavia, all’offerta di entrare a far parte della scuderia di autori radunata a Nashville, nei primi ’70, sotto la supervisione di “Cowboy” Jack Clement, grazie al quale firmò, nel giro di poche settimane, un contratto da solista per la ABC Records, nel 1979 ceduta — l’accordo di Williams con essa — alla MCA.

La scelta, in apparenza sconsiderata, si rivelò invece lungimirante, portando a una serie di singoli, dalla The Ties That Bind (1974) presa in prestito da Brook Benton alla Tulsa Time (1978) di Danny Flowers poi portata in orbita da Eric Clapton, dalla spettacolare ’Til The Rivers All Run Dry (1975) addirittura rifatta da Pete Townshend e Ronnie Lane nel loro Rough Mix (1977) alla malinconicissima Some Broken Hearts Never Mend (1977) scritta (come tanti altri piccoli capolavori di Williams) dall’ottimo Wayland D. Holyfield e scaraventata nelle classifiche svizzere e austriache dall’attore Telly Savalas (sì, proprio il Kojak dell’omonimo telefilm), assai rappresentativi delle risorse dell’artista nel combinare dizione soul e fraseggio country, setosità à la Platters e honky-tonk degno di Johnny Cash, ogni elemento sempre incartato nella sicurezza essenziale e commossa di un’ugola al cui temperamento spoglio si sono ispirati, negli anni, tanto Alan Jackson quanto (dall’altra metà del cielo) Mary Chapin Carpenter.

Difficile indicare, nella discografia di Williams, un solo episodio in grado di svettare sugli altri; difficile farlo di fronte all’opera di un artista in grado di trasformare, a ogni nuovo capitolo, uniformità e morigeratezza in altrettante doti. Registrata, comunque, la classe adamantina degli ultimi And So It Goes (2012) e Reflections (2014), e constatata l’efficacia del country polveroso e laid-back dell’asciutto One Good Well (1989), andranno allora riscoperti non tanto il blockbuster del 1980, I Believe In You (con la title-track nei panni del maggior successo internazionale del cantante), o il countreggiante e parimenti fortunato seguito dell’anno dopo, Especially For You, ma il raccolto e misconosciuto country-soul per sassofoni di Cafe Carolina (1984), le magnifiche ballate di Expressions (1978), il ruvido e folkeggiante contenuto di un Country Boy (1977) dove trovò spazio una Louisiana Saturday Night (Bob McDill) mai così bella.

Williams è stato, in un certo senso, un esteta della locuzione country più classica e forbita, baciato dal dono dell’eterna giovinezza in virtù di una classe semplicemente senza tempo: ha fatto testo, per lui, quella frase attribuita a Picasso secondo cui «ci vogliono molti anni per diventare giovani».

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