Interviste

Tom Jones: Back to Basics

Tom Jones, gallese, figlio di un minatore, 75 anni compiuti. Voce incredibile. Tom Jones è una delle grandi star della nostra musica e mai avrei pensato di potere parlare con lui. Mi sembrava fosse troppo famoso perché uno come me potesse parlare con lui. Invece ce l’ho fatta, grazie alle ragazze della Spin-go, grazie a Micro e Camilla, che sono riuscite a trovare il contatto con lui.

Tom Jones, da qualche anno a questa parte, si è ravveduto, è tornato alle sue radici: back to basics, come usa dire lui. Tre dischi, uno più bello dell’altro, dopo una carriera straordinaria (per il successo conseguito e le vendite raggiunte, si dice più di 80 milioni di dischi): tre dischi che lo hanno riportato nelle grazie del pubblico. Non il suo solito pubblico, ma ascoltatori più giovani, gente più preparata, gente che ama la vera musica. Eh già, perché Tom è tornato alle sue origini, alla musica che ascoltava da giovane, al blues, alle ballate folk. E la voce, il suo strumento principe, è quella di sempre: tonante, forte, caratterizzata. Una voce che non ha mai perso in forza ed espressività, una voce che, finalmente, può esprimersi a grandi livelli. Tom is back to basics.

Intervista di Paolo Carù
Domande di Gianfranco Callieri, Marco Denti e Paolo Carù


Una gentile voce femminile mi mette in contatto con Tom Jones. Ma, prima di permettermi di parlare mi dice, in modo gentilissimo, che ho solo trenta minuti, non un secondo di più. Attendo una manciata di secondi poi, eccolo, e la voce è subito forte e decisa Tom is on line. Convenevoli e via con le domande.

Negli ultimi tre dischi che hai pubblicato (Praise and Blame, Spirit in The Room e Long Lost Suitcase) hai lavorato con Ethan Johns? Come mai hai scelto Ethan come produttore?
Quando ho firmato per la Island (ndr: la casa editrice dei primi due: Praise e Spirit), ho lavorato con diversi produttori. Ma le cose non andavano come volevo, non ero soddisfatto. Poi qualcuno ha suggerito Ethan Johns e gli ha chiesto se voleva lavorare con me, e lui ha risposto di sì. Così ci siamo incontrati e lui mi ha detto: “Voglio tornare alle origini con te (Back to Basics), alla semplicità. Voglio che tu lavori solo con una base ritmica. Vogliamo incidere di nuovo le canzoni?“. Ho risposto di sì ed è quello che abbiamo fatto. Siamo entrati in studio con pochi musicisti e abbiamo registrato. Così è nato Praise and Blame, un disco diviso in due: Praise e sull’altro lato, Blame. Tu puoi elogiare, lodare tutto il tempo, ma puoi anche incolpare, redarguire. Poi abbiamo registrato Spirit in The Room. Lo abbiamo registrato in un posto che si chiama Box, sperduto nella campagna inglese: un posto che, che tu ci creda o meno, era infestato da uno spirito, da cui il titolo del disco.

Il terzo, Long Lost Suitcase, in quanto avevo perso una valigia dopo che ero tornato da Los Angeles, tempo fa. Dentro c’erano delle cassette, ma anche dischi: una sorta di memoria del passato. Quando l’ho ritrovata, ho ritrovato anche quelle canzoni e ho deciso di inciderne alcune. Erano brani che mi piacevano moltissimo e che avevo sempre desiderato incidere, ma non mi era mai stato possibile. Ne ho usate alcune, come Bring it on Home To You, una canzone di Sonny Boy Williamson, oppure He Was A Friend of Mine. E lo stesso Ethan mi ha detto: “Se non le hai mai registrate, se ti piacciono, fallo adesso“. E così abbiamo fatto. Con la sola eccezione di quella di Willie Nelson (Opportunity to Cry, che è abbastanza nuova) le altre sono tutte canzoni vecchie. Opportunity to Cry è una canzone che significa molto per me, una canzone che mi dà varie opportunità, non solo di piangere ma di pensare, di fare quello che voglio fare. E’ vero ci sono anche altre canzoni nuove come quella di Gillian Welch o quella dei Milk Carton Kids ma il resto no, è tutta roba di molto tempo fa. Cose che avevo dentro e che il ritrovamento di quella valigia, che avevo perso molto tempo prima, mi ha permesso di poterne usufruire di nuovo. D’altronde ho cantato Elvis Presley Blues (Gillian Welch) per ricordare Elvis Presley, che ho conosciuto e che ho sempre ammirato, oppure He Was A Friend of Mine, che ho conosciuto tramite Dave Berry. Ogni canzone mi ricorda qualche cosa, significa qualche cosa per me. Ogni canzone.

Con questi tre dischi abbiamo un nuovo Tom Jones, un Tom Jones rinato.
Ti ringrazio.

Le canzoni di questi dischi le hai scelte tutte tu?
Sì, come ti ho detto tutte hanno un significato per me. E’ vero. Se ricordi le mie prime registrazioni, sono tutte o quasi, canzoni di altri. Sono state arrangiate in modo personale, per la mia voce, ma sono canzoni di altri. E’ una cosa che ho sempre fatto, quella di cercare delle canzoni e di adattarle alla mia voce. Voglio tornare alle mie radici, back to basics. Questo è il vero Tom Jones, io non lo avevo mai sentito così. Solo la mia voce e la sezione ritmica: prima c’erano grandi arrangiamenti, molti strumenti coinvolti. Adesso no, quasi non mi riconosco. Ma questo è il vero Tom Jones. La gente non mi ha mai ascoltato così e questo mio modo di cantare piace molto. Ho fatto tre dischi in questo modo e ne voglio fare degli altri, molti altri. E sempre con Ethan, lui è il mio produttore.

Tempo fa ho letto che sei stato influenzato dalle American Recordings di Johnny Cash: è una cosa vera?
Assolutamente sì. Ho incontrato Rick Rubin. E’ venuto a Las Vegas, allo MGM dove io mi esibivo. E’ venuto a parlarmi perché aveva intenzione di lavorare con me. Voleva produrre la mia voce con sonorità acustiche. Ma poi io ho incontrato Ethan Johns e lui, che stava lavorando con Johnny Cash, poi si era messo a lavorare con Neil Diamond. Però ho amato moltissimo quelle registrazioni di Johnny Cash, e anche quella di Neil Diamond. Sono indubbiamente stato influenzato dalle American Recordings di Johnny Cash.

Lo scorso anno abbiamo intervistato Ethan Johnse lui ci ha detto che questi sono i dischi migliori della tua carriera. Cosa ne pensi?
Penso che lui abbia ragione. Sono i miei dischi più belli. Sono più veri, più personali. Sono più Tom Jones! Guardando i tre dischi, ci sono brani di Bob Dylan, Billy Joe Shaver, traditional, gospel e blues sul primo. Il secondo invece; ancora Dylan, Paul Simon, Cohen, McCartney, Waits ma anche Joe Henry e Low Anthem. Charlie Darwin è una canzone molto bella. Non solo del blues, ma anche canzoni diverse, che toccano i sentimenti, canzoni profonde e poco comuni. Io cerco di comunicare con la gente, di portare quello che sento agli altri, per quello che ho scelto certe canzoni.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 383 / Novembre 2015.

Qui leggi la recensione di Long Lost Suitcase di Tom Jones.

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