Recensioni

Tom Jones, Long Lost Suitcase

tomjonesTOM JONES
Long Lost Suitcase
Virgin/EMI
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Ormai la carriera di Tom Jones è in controtendenza. Per anni ha fatto tutt’altro, usando la voce per fare della musica per lo più commerciale, talvolta anche di basso livello. Ma la voce era, ed è, indiscutibile. Una voce formidabile che gli anni non hanno minimamente scalfito: infatti Tom, che ha da poco compiuto 75 anni, non mostra un minimo cedimento nella sua possanza vocale. E, in questi ultimi anni, ha virato completamente.

Se pensiamo a Sex Bomb, il singolo di successo del 2000, facciamo veramente fatica a riconoscere questo Tom Jones che, ne sono sicuro, è stato folgorato dalle registrazioni di Johnny Cash per la American. Il suo voltafaccia è stato molto simile: solo che Cash, prima di incontrare Rubin, non faceva porcherie come invece il gallese. Oltre a Cash mi viene in mente anche Robert Plant, che ha avuto un cambio radicale nel suo modo di fare musica. Ma poco importa, la voce c’è e adesso che si è messa a cantare canzoni di qualità, abbiamo anche i dischi.

Praise and Blame, 2010, e Spirit in The Room, 2012. Due dischi di grande spessore dove Tom, accompagnato da una strumentazione scarna, evidenziava la sua formidabile voce eseguendo canzoni di Bob Dylan, John Lee Hooker, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson (su Praise and Blame). Se Praise and Blame ci aveva sorpreso, Spirit in The Room non ha fatto che confermare tutto quanto di bello è stato detto attorno a lui. Anche qui riletture nobili: Tom Waits, Leonard Cohen, Odetta, Richard Thompson, Low Anthem. Due dischi che palesavano le sue radici: Blues, folk e gospel il primo. Soul ma anche cantautorale, il secondo. Un cantante ritrovato, un uomo che si è ricostruita una carriera, dopo i 70 anni.

Long Lost Suitcase mostra ulteriori miglioramenti, nei suoni, anche più elettrici ma sempre molto scarni, e nella scelta delle canzoni: questa volta Tom ha scelto delle canzoni a cui è legato personalmente. Non importa che siano vecchie, infatti abbiamo anche brani molto recenti (vedi Gillian Welch, Milk Carton Kids, Los Lobos). La produzione è sempre nella mani del giovane Ethan Johns (figlio del grande Glynn Johns), mentre per quanto riguarda il repertorio, la scelta è sempre più intrigante: si passa da Willie Nelson ad Hank Williams, Los Lobos, Gillian Welch, Rolling Stones, Dave Van Ronk, per chiudere con una manciata di grandi del blues (Jesse Fuller, Lonnie Johnson, Eddie Floyd, Billy Boy Arnold, Little Willie John, Sonny Boy Wlliamson).

Opportunity To Cry è una rilettura intima e toccante di una canzone non molto nota, ma splendida, di Willie Nelson: Tom cattura in pieno l’atmosfera creata dal texano, lasciando andare la voce su un tappeto di note scarno. Inizio migliore non ci poteva essere.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 382 / Ottobre 2015.

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