Live at Red Rocks Amphitheatre on May 29th, 2017. (Tina Hagerling, The Know)

Speciali

Tom Petty. Rebel. Outcast. Refugee.

In ricordo di Tom Petty [1950-2017]

A dispetto del suo significato originario, la parola nostalgia, predominante in un’epoca nella quale la si nutre anche per eventi mai vissuti, caratterizza in certi casi il sentimento di chi, non avendo timore di volgere lo sguardo al passato, verso un vecchio incontro, un momento della giornata o un antico ricordo, non ha paura nemmeno di prendere in mano tutte queste sensazioni per tramutarle in qualcosa di contemporaneo.

Di fronte alla notizia, pietrificante e repentina, della morte improvvisa di Thomas Earl Petty, per tutti Tom Petty, nato il 20 ottobre del 1950 a Gainesville, in Florida, e scomparso due giorni fa nell’ospedale californiano di Santa Monica, a meno di tre settimane di distanza dal sessantasettesimo compleanno, diventa difficile non cedere alla nostalgia per l’artista che forse più e meglio di chiunque altro era riuscito, abbandonandosi al proprio vissuto, a trasmettere l’idea della musica rock come rito liberatorio, né giovane né vecchio, ma solo vivo, dinamico, fatto di voci e odori, pronto a consegnare, ogni volta, una pioggia di emozioni in grado di dirci qualcosa su chi siamo, chi siamo stati e chi potremmo ancora essere.

Petty era stato un ribelle, un emarginato, un solitario traumatizzato da rapporti di estrema conflittualità con il padre Earl, autoritario e manesco. Come rivelato nel recente Petty: The Autobiography, pubblicato dalla casa editrice Holt nel 2015 e scritto a quattro mani con Warren Zanes, ex-chitarrista dei Del Fuegos (i due si erano incontrati nel 1986, allorché questi ultimi, terrorizzati dal compito, erano stati prescelti dal primo per aprire i suoi concerti), il nostro era stato oggetto di violente percosse fin dall’età di cinque anni, quando il genitore l’aveva riempito di botte per il semplice fatto di aver mirato, con una fionda, a un veicolo di passaggio.

La timidezza di Petty, il suo carattere introverso, l’interesse per le arti, avevano fatto nascere nel padre — un rappresentante di giocattoli in plastica — il sospetto stesse sviluppando tendenze omosessuali; presentimento cui l’uomo faceva fronte colpendo il ragazzo a più non posso tramite pugni, calci e una cintura in cuoio. Già appassionato estimatore di Elvis Presley, col quale era entrato in contatto bighellonando sul set dello Sceriffo Scalzo (Follow That Dream, 1961), in larga parte girato nella Florida settentrionale, Petty aveva deciso di mettere in piedi una band dopo aver visto i Beatles esibirsi negli studi del varietà di Ed Sullivan: era il 1964, e per gli occhi di quell’adolescente irrequieto e frustrato la televisione aveva da tempo assunto le fattezze di un rifugio dove ripararsi per sfuggire ai continui litigi familiari. L’epifania costituita dall’apparizione dei Fab Four, però, aveva anche persuaso il nostro dell’opportunità di farsi crescere i capelli, decisione, questa, foriera di altri e innumerevoli alterchi fisici con il padre.

Prima ancora di conoscere una qualsiasi forma di successo, Petty, all’inizio nei Sundowners, poi bassista nei Mudcrutch (che avrebbe riformato decenni più tardi), sposatosi a 24 anni con Jane Benyo, era fuggito da una forma d’isolamento per piombare in un’altra: quella della vita sulla strada, delle migliaia di concerti macinati, nei posti più improbabili, per consolidare una reputazione, delle prove incessanti tra uno spettacolo e l’altro portate avanti, con disperata testardaggine, nel tentativo di fissare su nastro le esperienze vissute — l’amore sconfinato per Bob Dylan, la rabbia di Kinks, Animals e Ventures, la fascinazione per beat e garage-rock, il fresco taglio folkie di Lovin’ Spoonful e Byrds, il r’n’r scorticato di Stones e Creedence e quello primigenio di Chuck Berry, Buddy Holly e Del Shannon — con lo scopo di trovare quelle desiderate, ossia la colonna sonora di una guarigione interiore e personale.

Kitty, la madre del musicista, la donna abituata a ricevere dal marito, spesso ubriaco, i manrovesci destinati al figlio, sarebbe morta nel 1980, all’indomani dei due milioni di copie vendute da Damn The Torpedoes (1979), terzo album di Tom Petty e dei suoi Heartbreakers. Il nostro la andò a visitare in un ospedale della Florida, trovandosi di fronte un essere umano ormai incapace di comunicare alcunché, e all’uscita dalla clinica s’imbatté nel padre, quel genitore che una notte, in preda a un’ebbrezza fuori controllo, aveva fatto irruzione nella camera del figlio per fracassargli tutti i dischi. Costui aveva di nuovo alzato le mani su Tom, chiedendogli dei soldi. Fu l’ultima volta in cui i due si parlarono; Earl scomparve nel giro di una ventina di mesi.

Nel frattempo, incrementato a dismisura il consumo di cocaina, Petty aveva lasciato la prima moglie, scoperchiando un altro disastro emotivo: erano così iniziate le minacce di suicidio, gli insulti rivolti anche alle due figlie e, per il musicista, una lunga dipendenza da eroina, interrotta definitivamente, grazie all’aiuto dei medici, solo in prossimità del secondo matrimonio con Dana York, sposata nel 2001. Se ci avete fatto caso, si è trattato anche del momento in cui gli album dell’artista hanno smesso di essere indispensabili, giacché rientravano nella categoria anche l’estemporaneo Songs And Music From «She’s The One» (1996), accompagnamento sonoro del film di Edward Burns Il Senso Dell’Amore (lavoro bellissimo ancorché il nostro se ne sia sempre detto imbarazzato), e quel perfetto anello di congiunzione tra Beatles e Nirvana noto col nome di Echo (1999), per tramutarsi in impeccabili esercizi di stile. Questo perché, mentre la cultura enciclopedica in fatto di r’n’r consentiva agli Spezzacuori di mantenersi la più efficiente macchina da palcoscenico del pianeta, il processo di scrittura e registrazione non era più, per Petty, una questione di vita o di morte, di sopravvivenza pura, bensì un fatto professionale, anche se com’è ovvio affrontato col massimo della serietà e il basso profilo — l’assenza di pretese, la refrattarietà allo sfoggio — tipico di colui il quale, anziché soffermarsi con egoismo e malinconia sulle passate tristezze, riconosceva alla vibrazione primordiale del rock il compito difficilissimo di proiettare una vita intera dentro un nuovo orizzonte.

Finché la mano dell’artista ha saputo gestire questo bilanciamento irripetibile tra antico e moderno, sfoderando sempre, persino nei suoni gonfiati di Southern Accents (1985) o in quelli sin troppo levigati di Into The Great Wide Open (1991), nell’avventura dei Traveling Wilburys (dei quali è stato, in mezzo a Bob Dylan, Roy Orbison, George Harrison e Jeff Lynne degli ELO, il membro più giovane), nel produrre e suonare sull’incendiario ritorno di uno dei suoi eroi (il Del Shannon sottovalutato di Drop Down And Get Me [1981], nell’accompagnare il Johnny Cash alla rigenerazione acustica delle incisioni con Rick Rubin, una tendenza inconfondibile a percepire, rivitalizzandoli, colori e stupori apparentemente perduti, nessuno o quasi è stato alla sua altezza. Perché in pochi possono o potranno vantare il notturno metropolitano della stupefacente Breakdown, i magistrali rintocchi byrdsiani di American Girl, proiettili come Anything That’s Rock And Roll, I Need To Know o Listen To Her Heart, affondi romantici e furiosi sull’emarginazione con lo spessore di una Refugee, di una Rebels o di una Straight Into Darkness, la psichedelia survoltata di Don’t Come Around Here No More, il riff trascinante di Mary Jane’s Last Dance, l’innocenza anni ’50 di Built To Last, il senso di sconfitta elevato a monumento di Crawling Back To You o il tiro apocalittico di Swingin’ (e andrebbero citate altre cento canzoni).

Mettere al servizio dei brani, in ciascuna occasione, virtuosi quali Mike Campbell, forse il chitarrista bianco più dotato della sua generazione, e Benmont Tench, uno di quei tastieristi in possesso di fraseggio inconfondibile, sarà stata un’incombenza senz’altro non ingrata, ma per portarla avanti è stato necessario affidarsi alla guida di un autore che volesse rimettere in piedi i pezzi del passato, uno per il quale la musica non fosse una questione di prediche o proclami ma un ideale (si veda anche la battaglia, combattuta ai tempi di Hard Promises [1981], per far abbassare i prezzi dei dischi allora in vigore): un capobanda elastico e impetuoso, travolgente nel suo tenere insieme il country, il blues, i riff, gli schiaffi, il punk, le cinghiate, il melodramma delle ballate e il divertimento elettrizzante e destruente dei primi Who senza mai soccombere all’enfasi, all’autocitazione, alla velleità formale.

Anzi, animato soltanto dal piacere di sentirsi vivo tramite quella cosa strana, rivoluzionaria e sfuggente chiamata rock and roll. Oggi che il cuore di Tom Petty ha smesso di battere, anche il nostro, spezzato in mille frammenti, e non solo perché infilzato da una Gibson Flying V — la stessa chitarra di Lonnie Mack, Albert King, Dave Davies, Ronnie Montrose, Bob Mould, Andy Powell, Paul Stanley, Arthur Lee e molti altri — come nello storico logo degli Heartbreakers, non smette di sussultare.

 

 

 

 

 

 

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