Interviste

Trixie Whitley: il treno dell’inconscio

Eclettismo, varietà e coraggio: ecco le parole d’ordine di Porta Bohemica, nuovo e secondo album di Trixie Whitley (figlia del compianto Chris Whitley), artista dal passaporto europeo e dall’attuale residenza newyorchese. Una breve intervista.


Hai sempre saputo di voler diventare una musicista?
Sì, si è sempre trattato di una chiamata, o se vuoi di un istinto di sopravvivenza impossibile da silenziare. Una specie di spinta o di forza che non sono mai stata in grado di tacitare, benché in qualche momento abbia provato a farlo. Chiamiamola ossigeno, questa chiamata. Mi serve per respirare.

Il modo in cui utilizzi le profondità della tua voce e la cura con cui arrangi i tuoi brani sembra voler portare gli ascoltatori in un territorio dove il realismo è molto più importante del puro intrattenimento. Quanto è importante, per te, restituire la realtà attraverso canzoni e dischi?
Tengo in grande considerazione sia il senso di autenticità sia l’onestà dell’approccio, sono entrambi elementi importantissimi all’interno di qualsiasi forma d’arte. O almeno lo sono per me: sono loro a condurmi non solo verso le espressioni artistiche e culturali, ma verso gli esseri umani in genere. Tutto ciò che non nasce da un’urgenza personale, da una ricerca del vero, molto semplicemente non trova alcuna sintonia con i miei stati d’animo. Essere sincera da un punto di vista intellettuale come nella dimensione emotiva è uno dei miei obiettivi più importanti.

In quale misura la musica di tuo padre ha influenzato la tua? A volte ho l’impressione di sentire nei vostri lavori un comune interesse per il blues come espressione dei disagi e degli abissi dell’interiorità.
In realtà non mi considero così tanto influenzata dal blues. Come dicevamo prima, se in quanto artista attribuisci un ruolo preminente alla trasparenza emotiva della tua musica, non puoi non essere attratto da quanto giace sotto la superficie della nostra esperienza umana. La psicologia della mente e i suoi processi continuano a esercitare su di me un grande fascino, e a fornirmi una costante fonte di ispirazione.

Ti va di raccontarci qualcosa su tua madre? Immagino chiedano tutti del papà, e nessuno di lei.

Appunto. Grazie per la domanda. Sono stata cresciuta da una madre single, una delle più forti e più incredibili donne che io abbia mai conosciuto. Provo un’immensa gratitudine per il fatto di averla avuta accanto negli anni della crescita. Non essendo mio padre in grado di aiutarci, o di trovare un po’ di tempo per sua figlia, mia madre ha dovuto letteralmente configurare la sua vita in modo da potermi crescere facendo affidamento soltanto su se stessa, anche perché, avendo perso entrambi i genitori da piccola, non c’erano molti altri membri della famiglia a cui rivolgersi. Ritengo mia madre un essere umano magnifico, intelligente, sensibile e profondo.

Com’è stato lavorare con Daniel Lanois al progetto Black Dub?
Molto formativo su diversi fronti. Io sono essenzialmente una musicista autodidatta, perciò ritengo le stagioni trascorse al fianco di Lanois come uno dei punti fermi nel mio percorso verso il professionismo. Si è trattato anche di una collaborazione dagli aspetti “carichi”, talvolta perfino accesi, ma sento di essere ancora qui, tutto sommato, a nutrirmi dei frutti maturati in quel periodo.

Hai suonato con Lanois, Marc Ribot, Meshell Ndgeocello… c’è una collaborazione “dei sogni” ancora da concretizzare?
Mi piacerebbe molto lavorare con David Byrne. E uno dei miei sogni sarebbe senz’altro quello di realizzare una colonna sonora per Jim Jarmusch o Wim Wenders.

Ho letto da qualche parte che apprezzi i film di Ingmar Bergman e i romanzi di Anaïs Nin… si tratta del tuo retaggio europeo?
Ciò che davvero apprezzo nelle opere di Bergman e della Nin è l’ampiezza dei rispettivi immaginari poetici. Vedo i loro lavori come matrimoni perfetti tra la vastità dei sentimenti umani, raccontati senza formalismi, e la sfida intellettuale di descriverli senza semplificarne la complessità. Entrambi, inoltre, presentano elementi riconducibili al modernismo e al surrealismo, due correnti artistiche che amo molto e che cerco spesso di intrecciare, sovrapporre e ricombinare nelle mie cose.

Cos’è una Porta Bohemica, un luogo, una curva della mente, una soglia attraverso la quale raggiungere nuovi stadi di consapevolezza?

Porta Bohemica è un titolo che mi affascina da parecchio. Era il nome di un vecchio treno, esistito solo per qualche anno, molto tempo fa. Quando ho iniziato a confezionare l’album, sapevo di essere in procinto di compiere un viaggio tra certezze e subconscio, e sapevo di volermi avvalere di tutti e due gli elementi nel modo più aperto possibile. L’intento era quello di servirmi del mio bagaglio di consapevolezze per affrontare dimensioni sconosciute: esercitare il mio istinto a fronteggiare l’ignoto. Quindi ho pensato che la metafora di questo treno antico e forse dimenticato si adattasse perfettamente al tipo di viaggio compiuto nei brani del disco.

Tra l’altro il disco suona accessibile e sperimentale al tempo stesso, pensi sia un tratto dovuto alla tua formazione musicale, molto eterogenea, oppure hai voluto a tutti i costi fuggire da generi e schemi?
Entrambe le cose, direi. Crescere circondata da centinaia di musiche differenti ha di sicuro modellato in senso progressista il mio modo di comporre, nonché la maniera in cui percepisco la cultura in generale. Tendo a sbadigliare quasi subito di fronte a esercizi “di genere” troppo aderenti a certi canoni. Quindi ho sempre cercato di esplorare e, se possibile, valicare i limiti dei generi, cercando però di non perdere di vista l’opportunità di confezionare opere destinate a non invecchiare in pochi mesi.

Su quale strumento eserciti la tua scrittura?
Soprattutto su chitarra e tastiere. Debbo dire che anche i miei anni da DJ hanno avuto un forte impatto sulla maniera in cui concepisco la musica… ho sempre amato il modo in cui ritmi, tessiture elettroniche e melodie riuscivano a coesistere assumendo forme ogni volta diverse. E del resto la musica elettronica continua a piacermi parecchio.

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