Interviste

Warren Ellis: Theme for an Imaginary Western

“… Sono i musicisti a udire il passo di ciascun uomo sulla terra e il sussurro delle foglie che cadono. Odono anche suoni che non esistono, se non nella vita della loro mente…”, scriveva Emanuel Carnevali nel suo unico, lacerante urlo di dolore Il Primo Dio: il poeta stava parlando di Richard Wagner, ma confrontate con la sommaria modestia del nostro tempo, sono parole che oggi colgono alla perfezione la sensibilità di uno straordinario artista come Warren Ellis, violinista e non solo, dei Bad Seeds e dei Dirty Three, nonché autore in coppia con Nick Cave, di alcune delle colonne sonore più interessanti e suggestive degli ultimi anni.


Sarà anche un caso, ma dal momento in cui Ellis si unisce ai Bad Seeds, Nick Cave vive alcuni dei momenti più ispirati ed eccitanti della propria carriera, a cominciare da un trittico di capolavori come Murder Ballads, The Boatman’s Call e No More Shall We Part, passando per la furia rumorista dei Grinderman, fino all’infinita poesia dell’ultimo Push The Sky Away. Da quando Mick Harvey fa le valigie, interrompendo una sintonia che dura dai tempi dell’adolescenza, l’impressione è che sia proprio il selvaggio violinista a prendere in mano le redini dei Bad Seeds e ad instaurare con Cave una partnership artistica particolarmente felice e prolifica. Accanto a quella per la letteratura, la passione per il cinema pervade l’intera carriera di Nick Cave e, nonostante abbia cominciato presto con il film Ghosts…of the Civil Dead del 1988, è solo nel 2005 che il cantautore si trasforma nel Dimitri Tiomkin dell’outback australiano componendo insieme ad Ellis, le musiche per il western violento e visionario diretto da John Hillcoat, The Proposition (La Proposta in Italia). Quel progetto avvia un vero e proprio percorso parallelo all’attività dei Bad Seeds, che frutta numerose colonne sonore tra cui vale la pena ricordare L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, The Road e la splendida Lawless. L’ultimo componimento firmato dal prodigioso team Cave/Ellis riguarda le musiche per il film Loin Des Hommes del regista francese David Oelhoffen, pluripremiato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, ma, al solito, ancora in lista d’attesa per le sale italiane. Al contrario, la colonna sonora esce in questi giorni ed è quindi il momento di discuterne con uno degli autori.

Il violinista dei Bad Seeds si trova ad Edimburgo dove è prevista una data del tour solista di Nick Cave, a cui evidentemente prende parte: sono le 11,30 – mattina presto per uno che ha tutta l’aria dell’animale notturno – quando Warren Ellis alza il telefono del lussuoso albergo scozzese in cui alloggia.

Potresti spiegare come è cominciata la realizzazione della colonna sonora del film Loin Des Hommes?
La prima cosa che abbiamo fatto è stata leggere la sceneggiatura, che ci è piaciuta molto fin dal primo momento. Non avevamo mai incontrato il regista ed è stata la prima volta che ci è capitato di collaborare con qualcuno di cui non conoscevamo affatto il lavoro, ma la sceneggiatura era scritta molto bene e la storia ben congegnata e quindi ci è sembrato subito di poter portare a termine il progetto con successo. perchè, un po’ come è capitato per The Road, c’era un sacco di spazio per i suoni, molte delle scene si svolgevano sullo sfondo di un paesaggio e questo ci ha consentito di inserire parecchia musica. In un certo senso ci è sembrata una situazione familiare: per certi versi abbiamo colto delle similitudini con The Proposition, The Road e Jesse James, per via dell’idea western che sta alla base del film e dell’impianto narrativo della storia. Non appena letta la sceneggiatura ci siamo immaginati tutto quello che avremmo potuto aggiungere in termini di suoni. Siamo stati attratti anche dal fatto che non si trattasse di un progetto legato al sistema americano e ci piaceva l’idea di provare qualcosa di diverso lavorando con una produzione europea e francese. Ci è parso interessante inoltre che il film riflettesse soprattutto la visione del regista senza che altre persone avessero la possibilità di metterci mano, come è spesso successo negli altri progetti a cui abbiamo lavorato in passato. Abbiamo capito che avremmo potuto avere il controllo di quanto avremmo realizzato e infatti il regista e anche il produttore sono stati fantastici in questo senso, concedendoci tutta la libertà necessaria.

E’ stato difficile comporre le musiche senza vedere il film?
No, per niente. E’ praticamente l’opposto. E’ più facile comporre della musica e vedere l’effetto che fa legata alle immagini. Trovo molto più difficile creare della musica con un’immagine specifica in mente. Il nostro processo di creazione di una colonna sonora si basa sulla scoperta di un tema musicale e solo successivamente analizziamo se funziona o meno in relazione alle immagini. Nel 70% dei film a cui abbiamo lavorato la colonna sonora è nata in maniera accidentale, non sottoponiamo mai le nostre intenzioni al giudizio della produzione spiegando le nostre scelte, ma andiamo in studio e componiamo direttamente delle tracce strumentali, che è una maniera abbastanza unica di lavorare nel mondo delle colonne sonore.

C’è un canto all’inizio e nel mezzo della colonna sonora, a chi appartiene quell’unica voce?
E’ Psarantonis, un musicista di Creta. E’ uno degli artisti cretesi più considerati ed è chiamato “il figlio di Psiloritis” (una delle montagne più alte dell’isola n.d.r.), per i greci ha una statura artistica paragonabile a quella di un John Lee Hooker. Ha più di settant’anni ed è un musicista folk. Ci ha onorato della sua presenza grazie all’intercessione del figlio, che è un mio buon amico: è stato davvero elettrizzante lavorare con lui.

Il film è ambientato in Algeria, avete mai pensato di utilizzare strumenti africani per la colonna sonora?
Il luogo delle riprese avrebbe dovuto essere l’Algeria, ma all’ultimo momento le autorità non hanno concesso i permessi per motivi politici suppongo, così il film è stato girato in Marocco. Non abbiamo mai pensato di usare strumenti africani perché fin dal principio abbiamo deciso di non provare in alcun modo ad emulare la musica locale: ci sono diversi strumenti a corda e a fiato, come un flauto per esempio, ma nessuno di questi è stato costruito in loco. L’idea era che la storia del film fosse universale e inserire elementi di musica africana l’avrebbe vincolata ad un luogo e un tempo precisi. Lo stesso è successo per The Road, dove il tema centrale del film è l’amore di un padre per il proprio figlio e non l’apocalisse in cui si svolge l’azione. Anche in questo caso non volevamo che la storia fosse radicata in un luogo preciso e il regista fortunatamente si è trovato d’accordo con noi, cosa che ha aperto la strada a suoni acustici ed elettronici e a qualunque cosa desiderassimo. Il mio punto di riferimento principale è stata la colonna sonora del film Sourcerer (Il Salario della Paura del 1977 n.d.r.) di William Friedkin, il re-make di Wages of Fear (Vite Vendute di Henri-Georges Clouzot del 1953 n.d.r.), in cui c’erano i Tangerine Dream ad insonorizzare quella specie di thriller. Un’altro film particolarmente influente è Aguirre (Aguirre, Furore di Dio di Werner Herzog del 1972 n.d.r.), che ha una colonna sonora composta da musica elettronica pazzesca, interpretata da bands come i Popol Vuh, nonostante sia ambientato nella foresta amazzonica. Anche l’idea che ha ispirato le musiche di Loin Des Hommes era appunto di evitare i riferimenti ad un luogo o un tempo ben precisi e definiti.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 379 / Giugno 2015

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