Foto: Lino Brunetti

In Concert

Wire live a Milano, 25/7/2017

Probabilmente, in quel 1977 in cui i negozi videro atterrare l’ancor oggi mitico Pink Flag, il disco d’esordio dei Wire, sarebbe stato difficile preventivare che, ben quaranta anni dopo, la band sarebbe stata ancora attiva, sia dal punto di vista discografico, che da quello dell’attività concertistica. Eppure, sia pur con un paio di lunghe pause e senza più Bruce Gilbert in formazione – ormai da tempo sostituito da Matthew SimmsColin Newman, Graham Lewis e Robert Gotobed Grey sono ancora qui, con un disco, nuovamente più che buono, quale l’ultimo Silver/Lead ancora fresco di stampa e perennemente on the road a portare in giro le loro canzoni.

Qualche anno fa, sempre qui al Magnolia, l’affluenza di pubblico era stata tale da lasciare un bel numero di appassionati fuori dai cancelli. Stasera di gente ce n’è, ma i numeri non sono tali da far correre un rischio del genere. Sia pur con una prevalenza di over quaranta (e forse pure di più), si contano anche un po’ di giovani, il che è sempre una cosa che rincuora.

Newman e soci non sembrano affatto intenzionati ad impostare lo show in termini di greatest hits, né di voler in alcun modo celebrare il quarantennale di carriera. L’interazione col pubblico è minima, giusto qualche sporadico “thank you” al termine di qualche brano e poco più, mentre la scaletta è basata, più che sui dischi storici, sul materiale degli ultimi 6/7 anni, da cui arrivano oltre la metà dei pezzi suonati, con ovvia predilezione per quelli dell’ultimo album. Come hanno sempre fatto, vivono il momento i Wire e, anziché crogiolarsi troppo su ricorrenze e auto celebrazioni, semplicemente continuano per la loro strada, guardando al loro passato solo per quello che è, ovvero parte di una storia che non accenna a voler finire.

Pochi i pezzi vecchissimi, quindi, giusto una fulminante Three Girl Rhumba dall’esordio e una fantastica e più satura dell’originale Used To da Chairs Missing, a cui si può giusto aggiungere la punkettosa e lancinante Underwater Experiences, sempre facente parte del primo repertorio della band.

Come si diceva, ben poco spettacolo quello che arriva dal palco, ma solo un suono solido e ormai da tempo facilmente riconoscibile, pur tra le varie evoluzioni avute dalla band. Rispetto ad altre volte, il tono generale è più morbido, sintonizzato sul mood avvolgente dell’ultimo album. Curiosamente, vengono sottoposti ad un processo di saturizzazione elettrica alcuni brani anni ’80 in origine più sintetici, pezzi come Over Theirs Boiling Boy, i quali finiscono per diventare tra i momenti più intensi della serata che, nell’insieme, è stata buona, ma non indimenticabile come altre volte, forse troppo poco partecipata da una band che è parsa stavolta professionale, ma poco empatica, un filo routinaria, anche se, forse, c’è pure la possibilità che questa sia musica che funziona meglio tra le pareti di un club, piuttosto che all’aperto.

Discutibile, comunque, anche l’essersi fermati a neppure un’ora e mezza di durata. Ok il non autocelebrarsi, ma il tutto è finito nel momento in cui il feeling tra palco e audience stava finalmente facendosi più caldo. Una cosa è certa, ne volevamo di più!

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