16, 17 e 18 marzo: al cinema It’s Never Over: Jeff Buckley, il documentario di Amy Berg

Andrea Trevaini
7 minuti di lettura

Dopo il meritato successo al Sundance Festival e alla Festa del Cinema di Roma , arriva al cinema il 16 / 17 / 18 Marzo il docufilm It’s Never Over : Jeff Buckley, distribuito da Nexo Studios  (l’elenco delle sale  si trova su www.nexostudios.it ), in collaborazione con Radio Capital, MY Movies e SONY MUSIC ITALIA.

Consiglio davvero caldamente di andare a vedere questo documentario sulla storia del bravo e sfortunato Jeff Buckley. Si tratta di un resoconto filmato con amore, dedizione e passione dalla regista Amy Berg (Deliver Us from Evil, Janis: Little Girl Blue, West of Memphis), la quale ha dichiarato: «Non ricordo un periodo della mia vita in cui non pensassi di fare un film su Jeff Buckley».

Parlavamo di atto di amore e non solo da parte della regista. È quello che emerge dalle testimonianze di coloro che gli sono stati vicini: la madre Mary Guibert, le due donne che con lui hanno vissuto relazioni d’amore profonde (Rebecca Moore e Joan Wasser), i compagni di band Michael Tighe e Parker Kindred. Attraverso i loro ricordi, entriamo nell’intimo di questo ragazzo turbato da una paternità ingombrante (era figlio del grande Tim Buckley, col quale, in tutta la sua vita, passò unicamente una settimana, prima della morte prematura) e alla ricerca di un proprio percorso musicale che, partito dal suo amore per i Led Zeppelin, passerà poi per l’incondizionata ammirazione per Nina Simone e per il desiderio di imitare l’estensione vocale (sei ottave) di Nusrat Fateh Ali Khan, cantante di qawwali, musica religiosa del sufismo (bellissimo l’incontro fra quest’ultimo e Jeff, all’insegna della comunicazione unicamente musicale).

Fu proprio la sua estensione vocale (ereditata dal padre, quattro ottave) a farlo notare, a partire dal  suo stupefacente debutto solista a Brooklyn, in uno spettacolo dedicato a Tim Buckley nella Chiesa di St. Ann del 1991, primo passo verso un contratto con la Columbia-Sony per il primo disco.

Nel frattempo, infatti, Jeff aveva vissuto nell’East Village di NY dove, presso il pub irlandese Sin-é, mise in scena una serie di esibizioni in solo che, sera dopo sera, gli attirarono l’interesse di un pubblico selezionato e attento, entusiasta di quel mix di cover e brani originali (che stava iniziando a comporre), testimoniato poi dal celebre Live at Sin-é (di cui esce in questi giorni la versione Deluxe, in doppio cd e quadruplo vinile, con brani aggiunti).

La realizzazione del primo disco, Grace, è testimoniata da alcune riprese in studio, fatte rivivere nel film grazie agli accorati ricordi dei suoi amici musicisti e del produttore Andy Wallace; musicisti con cui poi partì per un lungo tour durato oltre due anni e che lo portò anche in Francia, paese da lui molto amato perché patria di un’altra cantante che adorava (Edith Piaf). Proprio da quel tour arrivano le registrazioni di Live A’ L’Olympia, comprendente le esibizioni del 6 e 7 Luglio 1995 (verrà rieditato il 17 Aprile in occasione del Record Store Day, in doppio vinile).

Il film, oltre al ricordo sempre commovente delle donne che lo amarono e che lui riamò (particolarmente toccante la registrazione, dalla segreteria telefonica, dell’ultima telefonata di addio che Jeff fece alla madre  prima di morire) e dei suoi musicisti, si avvale anche delle testimonianze di Ben Harper e Aimee Mann. Il ritratto che ne emerge è quello di un artista non voleva diventare una rockstar, ma essere considerato un singer-songwriter, un poeta che componeva canzoni in grado di andare al fondo dell’anima. Un cantante capace di incantare con la sua estesa vocalità, che considerava la musica la sua vera amante, una persona sempre alla ricerca di sé stesso e desiderosa di sganciarsi dall’ombra (da lui vissuta come ingombrante) che proiettava su di lui la gigantesca e tragica figura del padre Tim Buckley (morto per overdose a 27 anni), a cui tutti lo paragonavano.

Era una persona fragile, insicura, alla ricerca di una pace interiore trovata forse solo nei tour in cui condivideva la vita con la band, di fatto una vera e propria famiglia per lui. Fu incapace di sopportare il peso di un’etichetta che premeva per avere (dopo il successo europeo, ma non americano) un secondo disco in grado di lanciare la sua carriera e recuperare così tutti i soldi che erano stati investiti su di lui.

Lasciata New York, Jeff si recò a Memphis per ritrovare l’ispirazione. Non contento del ruolo di produttore di Tom Verlaine (non citato nel film), cercò nella solitudine quella semplicità compositiva che temeva di aver smarrito e, proprio nello stesso momento in cui la band stava per raggiungerlo per iniziare le registrazione delle nuove canzoni che aveva composto, Jeff scomparve nelle acque di un affluente del Mississippi, il Wolf River, la sera del 29 Maggio 1997, a 30 anni, acque in cui era entrato, sotto gli occhi di un roadie, per fare un bagno totalmente vestito, cantando a squarciagola Whole Lotta Love dei suoi amati Led Zeppelin.

Il mistero della sua morte rimane insoluto (alcuni elementi farebbero pensare a un programmato suicidio), ma non la bellezza dell’unico disco da lui voluto e registrato, Grace, album che lo rese famoso in tutto il mondo, ahimè, dopo la morte, tragica almeno quanto quella del padre. Il film è un must non solo per i suoi fan, ma per chiunque ami la musica rock e i suoi tormentati e geniali artisti.

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