2Days Prog +1, Revislate (NO), 4-6/9/2026

Sofia Virginia Raccio
10 minuti di lettura

Campo Sportivo di Revislate
Ha l’aspetto essenziale dei luoghi di provincia, il Campo Sportivo di Revislate, ma sotto il cielo di inizio settembre torna a trasformarsi nell’epicentro nazionale del rock progressivo per la diciottesima edizione del 2Days Prog + 1. Promosso dall’Associazione Veruno Prog Rock, il festival custodisce una dimensione ormai rara nel circuito dal vivo: una quota d’ingresso accessibile di 15 euro a serata — cifra quasi anacronistica nel panorama odierno dei grandi eventi — per tre notti che richiamano appassionati e collezionisti da ogni angolo d’Europa, accolti tra stand gastronomici e banchi ricolmi di vinili d’epoca.

Venerdì 4 settembre
L’apertura della tre giorni è affidata all’energia asciutta dei Black Pie, sorretta da una sezione ritmica squadrata e priva di orpelli. A seguire, i francesi Anaïd alzano la barra tecnica con un jazz-rock rigoroso, giocato su dinamiche e incastri timbrici d’alta scuola. Quando il palco passa agli svedesi SOEN, l’impatto sonoro si fa imponente. Martin Lopez (ex batterista degli Opeth) siede al centro del motore ritmico con precisione chirurgica, sfoderando un uso del doppio pedale di rara potenza. Il loro prog-metal colpisce per la compattezza degli arrangiamenti e per la tenuta delle linee vocali. A chiudere la prima serata arrivano i Voyage 35, progetto dedicato al primo capitolo discografico dei Porcupine Tree. La presenza di Colin Edwin al basso garantisce una solida impalcatura strutturale, lasciando alla chitarra di John Wesley l’ampiezza necessaria per sviluppare gli assoli di Dark Matter e Radioactive Toy. Un’esecuzione nitida, lontana da ogni tentazione nostalgica.

Sabato 5 settembre:
Il sabato si apre nel segno della contaminazione con la scelta eversiva degli Ottone Pesante: tromba, trombone e batteria, senza alcuna chitarra in line-up. I fiati di Paolo Raineri e Francesco Bucci sferzano l’aria elaborati da distorsori e pedalini di matrice metal, sorretti dal drumming incalzante di Beppe Mondini per un muro di suono denso e d’impatto. Cambio di scenario con The Samurai of Prog, al loro debutto dal vivo nell’Europa continentale. La formazione guidata dal batterista Kimmo Pörsti, affiancata dalle tastiere vintage di Marco Grieco, dai fiati di Risto Salmi e dalla presenza vocale di Elisa Montaldo, mette in fila strutture complesse e stratificate di chiara matrice anni Settanta. A seguire, gli svedesi Ritual fondono folk nordico e sferzate elettriche, preparando il terreno per l’headliner.

Martin Barre, storico chitarrista dei Jethro Tull, sale sul palco scortato da Dan Crisp alla voce, Terl Bryant alla batteria e dall’italiano Daniele Piglione al basso, con cui avrò l’occasione di parlare il giorno seguente. «Nessuna accademia, sono un autodidatta; Per chi vuole imparare la teoria il metodo è semplice: basta studiare tutte le linee di basso dei Beatles», precisa. “«Conosco Martin perchè sono il bassista in una tribute band italiana dei Jethro Tull: i Beggar’s Farm Tribute Band. Ma nella vita sono un’ingegnere» racconta Piglione. «Suonare con lui è sempre un grande onore». La scaletta attraversa le pagine fondamentali della band madre — tra Minstrel in the Gallery, A New Day Yesterday e sezioni di Thick as a Brick — alternate a brani della sua produzione solista. Tra i momenti focali del set spicca una rilettura accelerata e muscolare di Eleanor Rigby dei Beatles, oltre all’immancabile Aqualung, con il celebre riff ad aprire la strada all’assolo centrale. Nel finale, scattando sul palco con l’agilità di un felino e travolto dall’entusiasmo del pubblico, Barre cede a un rarissimo bis, infrangendo una sua consolidata consuetudine.

Domenica 6 settembre: 
L’ultima giornata prende il via con i ferraresi Limite Acque Sicure, caratterizzati dal contrasto timbrico tra le voci di Andrea Chendi e Ambra Bianchi. Segue la parentesi dei canadesi Half Past Four, guidati dalla presenza scenica della cantante Kyree Vibrant e sostenuti dai cambi di tempo impostati da Igor Kurtzman e Boris Kalantyr. È domenica pomeriggio quando mi ritrovo a chiaccherare con la band canadese. L’atmosfera è quella informale e conviviale che definisce lo spirito di Revislate: seduti a un tavolo all’aperto, tra un tagliere di polenta fumante e un bicchiere di birra. A prendere la parola è la frontwoman Kyree Vibrant, la cui storia personale riflette l’eclettismo della band: «La primissima band in cui ho cantato da ragazza era un gruppo prog-rock», racconta Kyree ripercorrendo i suoi esordi. «Negli anni ho attraversato generi diversi, dal pop fino alle sonorità jazz, prima di prendermi una pausa per dedicarmi alla famiglia e alla nascita di mio figlio. Quando ho deciso di tornare a cantare, volevo ripartire dalle origini». L’incontro con la band avviene attraverso un annuncio online di Igor Kurtzman (“Iggy”): «Sono andata in sala prove e l’intesa è stata immediata, come se tutti i pianeti si fossero allineati. Da lì è iniziato un viaggio comune che dura da oltre vent’anni». La storia della band affonda le radici nella Toronto degli anni Novanta, fondata dal bassista Dimitri e dal chitarrista Konstantin come ensemble di soli musicisti russi con un repertorio in lingua madre. «A un certo punto hanno deciso di passare all’inglese per aprire i propri confini», spiega Kyree. «Cercavano un nome che non li ingabbiasse. In molti gruppi prog o metal il nome dichiara già l’appartenenza a un genere; loro volevano totale libertà. Durante una sessione estenuante in cui scartavano ogni proposta, qualcuno si è alzato dicendo: ‘Ragazzi, è tardi, sono le quattro e mezza!’ (It’s half past four). È sembrato il nome perfetto: neutro, senza etichette, aperto a qualsiasi evoluzione sonora». «Oggi Igor è il motore principale delle architetture musicali, mentre io definisco linee vocali e testi», prosegue la cantante. «Mantenere attiva una band progressive per vent’anni è come gestire una relazione a lungo termine: ci si confronta, a volte si discute sulle direzioni da prendere, ma la musica che ne risulta è il frutto condiviso di questo equilibrio. Il rock progressivo non è un genere da museo. È una musica complessa, fatta di metriche dispari e strutture ampie che richiede ascolto. Vedere ragazzi giovani sotto il palco qui in Italia è la conferma che esiste ancora la necessità di forme musicali articolate e non omologate».  L’approdo al 2Days Prog + 1 è nato da un contatto diretto via social con Alberto Temporelli, arrivato a confermare la data in appena mezz’ora. Ma per Kyree c’è anche un elemento emotivo personale: «Todd Rundgren è il mio eroe d’infanzia, lo ascolto da quando avevo sette anni. Ritrovarmi a condividere lo stesso backstage e lo stesso cartellone nello stesso giorno è la prova di come questa musica sappia accorciare i tempi e le distanze». La serata continua con gli svedesi Paatos i quali avvolgono l’area concerti con un sound scuro e minimale, ricamato dalle sfumature vocali di Petronella Nettermalm.

Il sipario sul festival cala con l’esibizione di Todd Rundgren, assente dai palchi italiani da vent’anni. Affiancato da Prairie Prince (batteria), Kasim Sulton (basso), Bobby Strickland (fiati) e Gil Assayas (tastiere), l’artista americano spazia dal pop raffinato alle strutture articolate del periodo Utopia (Rock Love, Utopia Theme), regalando classici quali I Saw the Light e Hello It’s Me. Il momento di massima resa espressiva coincide con Black Maria, con Rundgren che si defila dal centro del microfono per concentrarsi su lunghi assoli di matrice blues. A margine dell’esibizione, il fiatista Bobby Strickland commenta divertito l’accoglienza: «Suonare questi pezzi qui è stato speciale», prima di chiedere indicazioni su dove trovare una trattoria tipica a Milano, lontano dai circuiti turistici tradizionali.

L’edizione si chiude con dodici set completati e una gestione logistica coordinata con precisione da Alberto Temporelli e Octavia Brown, confermando Revislate come un presidio fondamentale per la fruizione della musica dal vivo.

Condividi questo articolo