Recensioni

A.A.V.V., Lockdown Sessions

A.A.V.V.
LOCKDOWN SESSIONS
CROSSCUT RECORDS/BEAR FAMILY
***1/2

Si tende a ripensare al lockdown come a una fase di “appiattimento”, perlopiù dettato dalla routine forzata delle giornate passate senza sapere cosa inventarsi e oltremodo dalla graduale perdita di entusiasmo anche a causa dei sentimenti di preoccupazione e incertezza che man mano iniziavano a pervadere gli animi. Economia, vita sociale e relazioni, bruscamente interrotte… arte, musica e spettacolo stroncate dal distanziamento sociale: alcuni settori, più di altri, colpiti in seno dalle restrizioni imposte, ma nonostante tutto un lieve alito di speranza non ha mai smesso di ossigenare anche le situazioni più difficili. La ferocità di una quarantena inevitabile, però, ha messo alle corde alcune categorie che non avevano altro modo di salvarsi che reagire. Numerosi artisti, che vivono del contatto diretto coi colleghi e con il pubblico, si sono tirati in piedi e hanno pensato a diverse strategie per attenuare le distanze, aggrappati al sentimento che sentirsi vicini in un periodo in cui la condivisione assumeva un aspetto ancor più essenziale, fosse un valore imprescindibile. La passione e l’unico mezzo a disposizione, la musica, hanno aperto mille porte a nuove iniziative, nonché alla volontà di intervenire su un tema a tutti caro a. Non solo concerti in streaming sui social media, quindi, ma concreti progetti con l’intenzione di unire le forze e combattere il fantasma della distanza, un argomento che con la musica proprio non poteva andare d’accordo. 

Lockdown Sessions non fa altro che dare prova di come si possa fare dell’ottima e della grande musica anche rimanendo ognuno a casa propria. “Molti potrebbero pensare che non sia possibile creare un vero sentimento blues senza stare assieme nella stessa stanza”, ma l’idea e la sua realizzazione sono la dimostrazione tangibile del contrario. “Di necessità virtù”, si suol dire, ma in questo caso le canzoni sgorgano dal cuore, con tutta la sincerità e l’affetto verso un argomento che fa parte della vita di ognuno di loro.

La registrazione, suddivisa su due dischi, raggruppa molti musicisti di talento trovatisi ad affrontare gli stessi problemi, professionisti che hanno visto saltare i loro tour e perdere, oltre che l’unica fonte di guadagno, la possibilità di mantenere vivo e vicino il rapporto col pubblico. Il disegno è un’idea del britannico Roger C. Wade, uno fra i maggiori armonicisti del blues europeo. Quando i club iniziarono a chiudere e le registrazioni in programma ad “evaporare”, si rivolse ai suoi numerosi amici in Germania, terra d’adozione, per uno scambio musicale che si doveva svolgere esclusivamente attraverso canali di comunicazione digitali, e quando Detlev Hogen, patron della CrossCut Records, si dichiarò disponibile a pubblicare l’album che ne sarebbe nato, il progetto decollò abbracciando numeri inaspettati e celebrando la partecipazione di artisti provenienti da tutta Europa.

La rappresentanza italiana issa bandiera Max De Bernardi e Veronica Sbergia, cimentandosi nelle allegre modulazioni Old Time di I Can Tell We World, accompagnate dal maestro americano dell’armonica Joe Filisko. Un disco che prende forma intorno a una musica nata in situazioni difficili, ma proposta con una chiarezza, una brillantezza e una positività che dà ragione a quanti sostengono che le cose migliori, spesso, nascono dai “bassifondi”, perché sono le sincere intenzioni e il pulsare dell’anima che tengono vivi certi argomenti. Molte volte non serve aspettare che si muovano i grandi nomi con le loro produzioni preconfezionate, anzi, non accade di rado che ai piani alti la fantasia si fossilizzi e la sensibilità stazioni sui sentieri del business. 

Prendiamo ad esempio le performances di Tommy Schneller alla tromba e Gary Winters al sax quando ci parlano di Lockdown Blues: i due,accompagnati da un ensemble dal tiro irresistibile, che vede Marion Wade al piano, il polistrumentista finlandese Tomi Leino alla chitarra e la sezione ritmica di Jack O’Roonie & Micha Maass, hanno di che insegnare a un’intera sezione fiati. E ancora, ascoltiamo le schiette emozioni di Fuck You Mr.Virus, una cruda ballata acustica impreziosita dal dobro e dal mandolino di Michael Van Merwyk e Ferdinand, che mandano a quel paese un nemico invisibile nella lucidità di aggrapparsi a qualcosa di concreto.

“Blues caldi e roventi boogie per la lotta al Cabin Fever”, si cita nelle note: ventitre brani elettrizzanti ed eterogenei, espressione ognuno delle personalità musicali coinvolte. Nessun overdub, ma esibizioni dal vivo eseguite con la scarna tecnologia a disposizione o registrazioni improvvisate in un minimale studio casalingo. Non tutto sarà perfetto, ma passione ed entusiasmo muovono una locomotiva dalla potenza incredibile. Blues, boogie woogie, swing, R&B, downhome, ce n’è per tutti i gusti: dall’attitudine rockabilly del francese Nico Duportal con la sua chitarra twang, alla splendida voce soul di Big Daddy Wilson, che, assieme alla nostra Veronica Sbergia, l’armonica di Victor Puertas, di nuovo i fiati di Winters e Schneller in aggiunta al sax baritono di “Big Jay” Wieching, ci deliziano con la languida Come See About Me, modello Billy Price.

E non potrebbe esserci chiusura migliore di Give Me My Heart Back: voce profonda e chitarra di Jens Turowski dal morbido tocco alla Magic Slim. Ottimamente confezionato, il disco contiene un breve CV per ogni artista e la storia di come è nato il progetto. Ma la cosa che più conta è il ruolo assunto da “una medicina molto potente” per dare speranza e illuminare un futuro piuttosto ombroso. Una medicina che agisce ad ampio raggio, una cura per corpo, anima e cuore.

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