A tutto jazz (italiano)!

Ernesto D Angelo
17 minuti di lettura
Alfonsina

Riuniamo, qui di seguito, le recensioni di cinque dischi jazz italiani che meritano tutta la vostra attenzione. Buona lettura, ma soprattutto buon ascolto!

ALFONSINA
Naked Roots
Honolulu
****

Ormai l’Italia è il Paese dalle tante cantanti. Forse troppe. Per fortuna il jazz è capace di donarci ancora voci e interpreti di gran garbo, gusto e originalità. È il caso di Alfonsina, al secolo Antonia Alfonsina Pansera, notevole ugola aostana di grande nitore espressivo, eppure capace di bei chiaroscuri: una specie di Annie Ross 5.1. Ci presenta un signor disco: Naked Roots dieci brani per lo più originali in cui di non secondaria importanza sono le integrazioni di Simone Daclon al pianoforte (chissà se viene ancora nel paese natale di mio padre a raccogliere arance?), Carlo Bavetta al contrabbasso e Pasquale Fiore alla batteria. Ospite pregiato in quattro brani, Cesare Mecca con la sua tromba. E qui debbo per un attimo ringraziare il mio amico Gianni Cazzola, imperatore della batteria tricolore (ma la sua ha anche altri cromatismi) e battista dei talenti di Daclon, Bavetta e Mecca. Torniamo ad Alfonsina. La cosa che colpisce subito in quest’album è l’immediata percezione della gran classe di cui è inondato. Cosa già evidente in Beyond the Garden, brano che, per quanto jazz, ha la qualità del grande songwriting pop, con la leader dalla voce che evoca una Joni Mitchell dal timbro e dalle tinte di Hilary Kole, Daclon essenziale e corposo, Bavetta plastico e vaporoso e Fiore sapido e puntuale. Stessa qualità si coglie nella swingante Walking on a Pillow, dove valore aggiunto è la tromba sordinata di Mecca, mentre in Life is Conversation, dal frenetico groove (che muta da funk-drum’n’bass al boogaloo al blues terzinato), ci gustiamo il trombettista in celebrazione di Clark Terry e le mirabilie del batterista. Ballad di gran gusto è, invece, Little Song, aperta da un contrabbasso tra Charlie Haden e Marc Johnson, dove Alfonsina dispensa brividi sottocutanei e Daclon e Mecca… da encomio solenne, a differenza di Can You Hear Me?, sofisticata bossa dalla melodia avvolgente e swingante, ancora con la leader e il pianista on the spot. Altra eccellente ballad è In the Sky, in a Cage, che inizia languida e poi si vivacizza in modo comunque garbato e ritmicamente pungente, ottimo viatico per la seguente A Seed Never Grown, inaugurata da un originale Purdie shuffle di Fiore, interpretata alla Peggy Lee dalla leader e affrescata dagli interventi di tromba e piano elettrico degni del miglior jazz della CTI (leggi Freddie Hubbard e Bob James). È poi la volta di un morbido waltz, Search for Peace, dove le indubbie qualità vocali della titolare escono fuori con stupefacente chiarezza, cosa che accade ancor più nel classico Alfonsina y el Mar di Ariel Ramírez (penso «identitario» per la leader), in cui il prezioso sostegno del solo Bavetta orna a meraviglia un’ugola dallo struggente mèlos. Chiude il disco La Guerre Invisible, marcetta en français d’insita latinità, dove il gruppo supporta con misura una voce dall’ampia palette. Un detto africano dice che le radici non fanno ombra. Nemmeno qui — nude — riescono a celare il talento che riluce in quest’opera.

BBIT BIG BAND ITALIA
Wait a Moment!
Verve Italy
***1/2

Nella folta selva di ottimi jazzisti italiani emersi negli ultimi vent’anni, lo strepitoso batterista campano Pierluigi Villani è tra quelli più imprevedibili. Sin da Unfolding Routesdel 2013, e ancor di più con Next Stop del 2016, entrambi realizzati con la co-leadership dell’altosassofonista Gianni Bardaro, e infine due anni fa con quello dei Tranchant Pap col chitarrista Pablo Montagne e il bassista Andrea Gallo, risulta chiaro che il non sostare su un solo stile sia la sua cifra distintiva. Quindi, dopo un post bop zeppo di odd times e un trio elettrico dall’interplay acrobatico, cosa potevo aspettarmi? Il large ensemble! Ma scordatevi Duke Ellington, Count Basie o l’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis. In questo Wait a Minute!, che esce a nome BBIT, ossia Big Band Italia, i riferimenti sembrano più Bill Meyers, Brian Eisenberg, Mark Masters e Michael Leonhart. l brani del disco sono 7, arrangiati e prodotti (con Villani) dall’ottimo Bruno Luise, eseguiti da un’orchestra di 26 elementi e con la presenza di ospiti di livello mondiale. Si inizia con Big Little Lies, scritto dallo stesso Villani, pezzo dai molti cambi di groove, d’atmosfera e di tempo, dove spiccano un Bob Franceschini al sax tenore, memore di Mike Brecker, e un Giovanni Falzone alla tromba che riprende, in modo personale, la lezione di Clark Terry. Segue la contagiosa fantasia funk di Wait a Moment!, brano di Luise che vede un solo di Oz Noy degno d’un Larry Carlton sotto acido, uno di Gaetano Partipilo al sax alto come un Gerald Albright mediterraneo e i fill finali di Villani da fare invidia a Gary Novak: una goduria! Poetica composizione di Michele Campobasso col testo di Maria Pia De Vito è invece Children, interpretata dalla sempre incantevole cantante partenopea, resa preziosa dall’ammaliante soprano di Javier Girotto e sorretta dal gran lavoro al basso elettrico di un Jimmy Johnson dalla meravigliosa intesa col batterista. Quest’ultimo è l’autore di IB, in cui il lieve soprano di Roberto Ottaviano e la tromba di Randy Brecker profondono al pezzo un mood di anelante crepuscolarità; diversamente succede in Aquarelles di Montagne, dai toni più sfumati che consentono al contrabbasso di Chris Minh Doky e ancora a Ottaviano di esaltarne la componente elegiaca. È nuovamente la tromba di Brecker sugli scudi in Looking Ahead di Luise, dove il contrabbasso di Luca Bulgarelli e il sax tenore di Umberto Muselli permeano di liricità l’essenza malinconica, mutevole e swingante della composizione. Chiude l’album — stravolta nell’arrangiamento — Dienda del mai abbastanza celebrato Kenny Kirkland, in cui il pianoforte di David Kikoski, il soprano di Ada Rovatti, il basso elettrico di Carlitos Del Puerto e le dialogiche sezioni di ance e ottoni permettono alla partitura di decollare. Un’orchestra degna di platee di portata planetaria col timone in mano a un ritmatista in perpetua evoluzione.

KORADAN
Around The World… Music
Filibusta 
****

Certi dischi escono per carezzarti contropelo, rimettere in discussione la tua visione della musica e ricaricarti le batterie ormai scariche da ore di ascolti di alto livello, per carità, ma talvolta diretti a certo déjà entendu. L’album in questione è Around The World… Music dei Koradan, ovvero il polistrumentista Alex Baccari e la danzatrice — multistrumentista anch’essa — Marzia Di Cicco. Questo loro lavoro tratteggia un viaggiare aeriforme tra realtà e fantasia, tra le latitudini e le longitudini del globo terracqueo, dando forma e spessore a emozioni e sensazioni. Ovviamente la musica si fa cogli strumenti e i Koradan non solo ne utilizzano tanti e provenienti da ogni angolo del pianeta, ma ne creano di nuovi, sgorganti dalla fusione di alcuni dalla secolare e già sedimentata storia. Si va, infatti, dall’India dei noti sitar, bansuri, tabla e tampura, all’oboe egiziano e al duduk armeno, dalla kora maliana al santoor iraniano, dal didjeridoo australiano alla lira calabrese, dalla simsimiyya egiziana al moseño andino, da vari strumenti balcanici agli steel drum trinidadiani, fino a quell’ingegnoso strumento autocostruito che si chiama koritas ed è il geniale assemblaggio della kora e del cajon peruviano (con ulteriori accorgimenti). I quattordici brani di questo lavoro sembrano i diversi capitoli di un’opera unitaria, dove si disvelano i vari umori raccolti percorrendo e intrecciando latitudini e longitudini del globo, come avviene nella turbinante sostanza eterea di orienti e afriche lontani di Tanec Vetra, o nelle magiche intersezioni dei suoni di spiritualità sorelle, ma lontanissime, come accade in Gothic Clagan. Oppure, vedi in Tarab Cafè, capita di inebriarsi di una vorticosa spirale maghrebina appena insufflata dal sax di Viviana Marconi e, in Akuko Ale, di lasciarsi estasiare da un immaginifico afro-shuffle tarantellato. Affascinanti anche Nuages, che sembra l’esemplificazione multisonica di Shangri-La, e Chamatkari Hath, onirico perdersi tra le ambrate spire del misterioso subcontinente indiano. Sensazione, quest’ultima, che si rivive, ma con iniezioni celtiche, pure in Cogadt ar Chogai. Ma stordiscono piacevolmente l’ascoltatore anche il medioriente imbastardito di Sunflower, la Pangea multisonica di Flyg,lo straniamento geo-musicale di True Color e l’elegia desertica di Sawt as-Sahra. Geniale forzatura è la finale Trinithango, che della principessa della musica argentina mantiene il suono malinconico della fisarmonica (non bandoneón) e lo rimpinza di «felici estraneità» quali gli steel drum, le launeddas sarde e il kobyz kazako! Disco che moltiplica la sua forza ammaliatrice se ascoltato come un’unica lunga composizione/mosaico di quattordici movimenti/tessere. Una proteiforme e salutare peregrinazione nell’altrove.

MAURO NEGRI QUARTET
All Right Session
All Right Riserva Recordz 
***1/2

Nel fitto dedalo d’ottima qualità dell’odierno jazz italiano, bisogna tenere conto in particolar modo quanto offertoci dalle piccole etichette indipendenti. Tra queste la All Right Riserva Recordz del buon Achille Caifa ha nel mio cuore un posto davvero speciale. Negli ultimi anni, di gran valore sono stati l’ottimo Three Generations (2020) di «sua swinghità» Gianni Cazzola e l’originale Up for Grabs (2023) dello Yabai Project di Giulio Stermieri, con la voce di Adele Altro. Da qualche settimana mi ha colpito pure questo All Right Session del Mauro Negri Quartet, sette brani di modern mainstream assai ispirato. Negri lo si conosce bene, fuoriclasse del clarinetto con un passato che lo ha visto condividere palchi e incisioni discografiche con gente del carato di Lee Konitz, Enrico Rava, Kenny Wheeler, Aldo Romano, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Richard Galliano e persino Albert Mangelsdorff. Qui, oltre al suo abituale strumento, si cimenta pure al sax tenore con risultati di assoluto pregio. A spalleggiarlo devotamente troviamo Alfonso Santimone al pianoforte, Francesco Bordignon al contrabbasso e Federico Negri alla batteria (figlio di Mauro e protagonista pure del già citato album stermieriano). Che quest’album sia di altissima qualità lo dimostra la prima delle tracce, Shiny Major Blues, dodici battute boppistiche vivaci e frastagliate, col tema esposto all’unisono dal tenore e dal piano e con i due strumenti a sbalordire evocando, rispettivamente, un Joshua Redman più torrido e un Horace Silver armonicamente più complesso. Segue Dreamy Traveller, guizzante e rilassata, col leader tra Stanley Turrentine e Johnny Griffin, il pianista che rivede con personalità Paul Bley e la sezione ritmica a spingere con energica finezza come facevano Rufus Reid e Jack DeJohnette. Dal canto suo, Snappy Minor Blues è pezzo speculare al primo brano, con Negri che rollinseggia splendidamente all’interno d’una composizione dalla melodia obliqua e articolata. Ecco, invece, il clarinetto a far da mattatore in Masked Tears, waltzin’ tune malinconica che starebbe bene in un disco del citato Romano, con Santimone intelligentemente hancockiano, a differenza di Awareness, apparentemente hendersoniana (tranne che per il sound del sax) e orbitante nell’alveo estetico di Gerald Clayton. Torna lo spirito tenoristico di Griffin in Bunna, brano incalzante tra Monk e Powell, col pianista ultra-maberniano e Negri jr. memore del magistero di Al Foster. Chiude l’album Vuvi, ballad vaporosa e sofisticata di livello assoluto, con il clarinetto e il pianoforte che dispensano poesia sotto forma di arditezze melodiche e armoniche. Peculiare anche il suono globale del disco, ossia il semi-mono, fortemente voluto dallo stesso Caifa, che rende tutto il calore dei vecchi vinili che abbiamo amato. Un lavoro delizioso.

Raffaele Fiengo
Recall
GleAM
****

Il jazz italiano continua a regalarci piacevoli sorprese. Mi trovo tra le mani un disco realmente nuovo, eppure antico di sempre. Si tratta di Recall, dell’altosassofonista Raffaele Fiengo: dieci brani di musica dalle prospettive inusuali. Immaginatevi il quartetto early Nineties di Kenny Garrett che flirta con i primi Lounge Lizards, resi meno ispidi e più minimalisti, ma in chiave update. Il quartetto di Fiengo è una deliziosa macchina da jazz sin dal 2021, quando alla quindicesima edizione del Premio Nazionale delle Arti si piazzò al primo posto coi suoi pard (scusate il galeppinismo), ovvero Thomas Umbaca al pianoforte, Enrico Palmierial contrabbasso e AntonioMarmora alla batteria. Da allora, i quattro sono una sorta di underground success della scena milanese. E crescono. Crescono costantemente e senza soste. Cosa evidentissima a partire dal primo brano di quest’album, cioè la title-track, dove un’overture tra Elvin e Roy di Marmora dischiude un tema degno del miglior Joshua Redman, in cui il leader svolazza per il pentagramma con un’agilità e una beffarda iconoclastia che fa quasi gridare al miracolo. Il trio, in particolare il pianista, puntella il tutto con estrema disinvoltura. Segue Arthur, probabile omaggio al compositore svizzero Honegger, quello «locomotivista» post-Satie, del quale il brano mantiene il cogitabondo iterare che porta allo sfaldamento del déjà connu e a un sofisticato delirare non lontano da quello operato, con altra prassi, dai lucertoloni sopra evocati (funzionali, qui, gli sheet elettronici di Giacomo Zorzi). Trionfo di un meditato less-is-more vagamente memore dei Bad Plus troviamo in Green Strawberry (with a little help from Zorzi), mentre nella micro-suite in due movimenti, Fluid (I Movement) e Obsessive (II Movement), il fantasma di Bela Bartók aleggia sornione: dapprima quello delle Bagatelle e dopo quello dell’Intermezzo interrotto (con splendida sortita di Palmieri). Gioco di rifrazioni e ombre (temporali) regna in Time Warp, a differenza di Breakout che ha il raro pregio di far coesistere una certa frenesia ritmica e un maturo contenimento degli ardori espressivi. E se gli XTC narrarono di un uomo che circumnavigò la propria anima, Fiengo con Journey Inside the Soul, entra davvero nei vestiboli dell’interiorità più recondita, anche grazie a un trovarsi telepatico con l’eccellente Umbaca e coi reattivi altri due musicisti. Quello che non ti puoi aspettare è una doppia esposizione dell’epilogo del disco: Excess, prima con una fibrillante solitude di sax tra Bobby Watson e Oliver Lake, e poi in quartetto dove il complesso e stortignaccolo tema viene processato dai quattro come il quartetto di Braxton con la Crispell, Helias e Hemingway meglio non avrebbe potuto. Una sorpresa. Destinata a durare. 

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