Adam Amran Family Band, To The End

Marco Verdi
4 minuti di lettura

ADAM AMRAM FAMILY BAND                                                                                                                                        To The End
Nudie 
***1/2

Originario di Brooklyn e figlio d’arte (suo padre è il noto compositore e direttore d’orchestra David Amram), Adam Amram è un giovane musicista di indubbio talento, qualità piuttosto evidente fin dal primo ascolto del suo To The End, opera seconda a quattro anni di distanza dal debutto Lights On Broadway.

Nato e cresciuto in una famiglia che respirava musica, Adam non ha potuto esimersi dal seguire le orme del padre anche se con una proposta più moderna: la sua fonte di ispirazione principale (e abbastanza evidente) è Bob Dylan, che ha influenzato sia il suo modo di cantare sia di comporre, ma Amram Jr. è andato oltre mettendo a punto un lavoro in cui rock, pop, folk, country e soul si fondono in maniera armoniosa e creativa. Un melting pot musicale con un solo minimo comune denominatore, e cioè che i brani sembrano suonare come se fossero bloccati in un loop temporale compreso tra il ‘69 e il ’72, magari provenienti da un oscuro disco del passato tipo di quelli di cui occupiamo mensilmente nella rubrica Meteore.

Sentite, a tal proposito, Get In Line, che con i suoi contributi vintage di piano e chitarre sembra una ballata sudista, tra soul e rock, dei tardi ‘60, con assolo quasi psichedelico e voce dylaniana: decisamente intrigante. La spumeggiante Cry For You sembra un folk-rock sempre con His Bobness in mente, ma dall’approccio pop originale (nonché gradevole), Walking Backwards è una cadenzata honky-tonk ballad dal fascino un po’ sghembo e traballante, mentre Summertime è splendida, puro Dylan alla Love Minus Zero con la steel ad aggiungere il solito tocco country.

Anche la rockeggiante Locked In ha netta l’influenza del buon Zimmy, ma stavolta mescolato con gli Stones (e il risultato è succulento), l’indolente To The End sta giusto a metà tra country e blues (qualcuno ha detto It Takes A Lot To Laugh?), Waiting Time è uno slow pianistico un po’ sonnolento e non troppo azzeccato nell’arrangiamento, ma già con Mr. 38 torniamo sui giusti binari di un vivace folk-rock incardinato alle sonorità di più di mezzo secolo fa (al quale si collega Streets, come se fosse la sua appendice country). Finale con Run To The Sun, puro e semplice folk acustico, l’intensa ballata Nowhere To Be Found, che ci mostra come il nostro sappia anche liberarsi dell’ombra dylaniana, e Wartimes, avvolgente e molto sixties-oriented.

To The End è quindi un dischetto fresco, piacevole e, nonostante si rifaccia chiaramente a modelli sonori del passato, anche originale.

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