Luglio 1975, Piccadilly di Cleveland. I Rocket From The Tombs aprono per i Television e attaccano Sonic Reducer; il chitarrista, un ragazzo di vent’anni con una criniera rossa, finisce sulla schiena in mezzo al palco e continua a suonare da terra. «Non ho perso una nota», raccontava ancora orgoglioso mezzo secolo dopo. In quella caduta c’è già tutto Cheetah Chrome: il riff, l’incidente, la testardaggine di andare avanti comunque.
Un altro dei Dead Boys se n’è andato per sempre. Chrome, all’anagrafe Eugene Richard O’Connor, nato a Cleveland il 18 febbraio 1955, è morto domenica 13 settembre, a settantun anni, e ha raggiunto il suo sodale Stiv Bators, che lo aveva preceduto nel 1990, dopo essere stato investito da un’auto a Parigi. È stato protagonista indiscusso di almeno due decenni del suono americano sotterraneo.
Gli esordi avvennero nella sua città natale. A cavallo della metà degli anni Settanta, Chrome fu uno dei principali agitatori di quel sottobosco cittadino che generò alcuni dei massimi esempi del genere proto-punk. Sul finire del 1974, dietro invito di Peter Laughner, si unì ai Rocket From The Tombs di David Thomas, dando vita alla fase di rock’n’roll sonico della band — legata ai suoni sporchi di Stooges, MC5 e Velvet Underground — che ne caratterizzò il periodo migliore. Poi, dopo il litigio con Thomas e la separazione, fondò i Frankenstein con Bators e altri tre teppisti della zona — Jimmy Zero alla chitarra, Jeff Magnum al basso e Johnny Blitz alla batteria — che si tagliarono i capelli, smisero l’apparenza glam, nell’estate del ‘76 si trasferirono a New York e divennero i Dead Boys.
La città era da tempo polo di attrazione per aspiranti musicisti provenienti dall’Ohio. Negli stessi giorni arrivò Miriam Linna (che divenne la seconda batterista dei Cramps), seguita da Bradly Field (batterista dei Teenage Jesus & the Jerks di Lydia Lunch), da Adele Bertei (organista dei Contortions), da Nick Knox (sostituto di Linna nei Cramps) e infine da Tim Wright, (bassista dei DNA di Arto Lindsay). I Dead Boys si portarono dietro un fardello di brani dal repertorio dei Tombs e trovarono negli amici Ramones e nel CBGB un punto di riferimento per lo sviluppo della loro musica.

Quella scena, che storicamente rappresenta la culla del primo punk, era quanto di più variegato si potesse immaginare: sul palco del locale al numero 315 della Bowery si alternarono talenti diversissimi fra loro, dai Television a Patti Smith, dai Talking Heads ai Blondie, dai Cramps ai Suicide. I Dead Boys ne rappresentarono l’anima realmente punk. Finirono ben presto nella scuderia della Sire di Seymour Stein, che divenne l’etichetta di spicco della scena avendo messo sotto contratto nomi come Ramones, Talking Heads e Richard Hell. L’esordio del gruppo, Young, Loud and Snotty, del ‘77, è quanto di meglio quel genere abbia generato. Il disco, prodotto dalla grande Genya Ravan, contiene quattro brani provenienti dal repertorio dei Rocket, fra cui Sonic Reducer, uno dei classici del punk più stradaiolo e straccione. Interrogato sulla genesi del riff, Chrome rispose che era stata «una di quelle volte in cui colleghi l’antenna con l’universo», una spiegazione molto rivelatrice riguardo al mistero della scrittura creativa. Il testo, scritto da David Thomas, è il delirio di onnipotenza di un ragazzo, solo in una stanza, che si rivolta contro i genitori e il mondo intero; Chrome ha confessato alla rivista Ugly Things come il modello fosse Charles Starkweather, il killer adolescente del Nebraska responsabile degli omicidi di undici persone fra il dicembre ‘57 e il gennaio ‘58 (venne giustiziato l’anno dopo).
I rapporti con Thomas, tesi per anni anche a causa della paternità di quel brano, si ricomposero solo con la reunion dei Rocket From The Tombs nel 2003. Chrome non era un chitarrista da tre accordi. Veniva dalla scuola di Chuck Berry, passata attraverso James Williamson degli Stooges e Wayne Kramer degli MC5: power chord a plettrata violenta, ma anche assoli veri, sguaiati e velocissimi, pieni di bending, feedback e note strozzate, che nella scena del CBGB nessun altro si permetteva. Dove i Ramones toglievano, lui aggiungeva; dove Johnny Thunders barcollava, lui correva. L’assolo di Sonic Reducer — un balbettio spastico da una manciata di secondi — resta una delle cose più selvagge incise nel ‘77. Charles M. Young, su Rolling Stone, lo descrisse come «l’umanoide dall’aria più incazzata in circolazione, Johnny Rotten a parte».

I Dead Boys si sciolsero nel ‘79, poco dopo il secondo We Have Come for Your Children, per poi riformarsi in varie occasioni. Chrome rimase a New York per tutti gli anni Ottanta, coinvolto in mille iniziative in studio e dal vivo, spesso al Max’s Kansas City: incise un singolo per la Ork e un album con i Ghetto Dogs, apparve nell’esordio solista di Ronnie Spector e in I Kill Me di Jeff Dahl, accompagnò Nico e GG Allin sul palco. Furono anche gli anni peggiori, quelli della dipendenza che gli costò amicizie, lavoro e quasi la vita; ne avrebbe scritto senza sconti nell’autobiografia Cheetah Chrome: A Dead Boy’s Tale from the Front Lines of Punk Rock, uscita nel 2010. Il decennio successivo si trasferì a Nashville, dove si ripulì e ricominciò con più calma: due dischi solisti, collaborazioni con amici come Mike Hudson dei Pagans e Syl Sylvain delle New York Dolls, la reunion dei Rocket From The Tombs (Rocket Redux del 2004 e Barfly sette anni dopo), una serata del 2003 in cui salì sul palco dei Pearl Jam per suonare Sonic Reducer, e persino una puntata a Roma per il Road To Ruin Festival del 2007.
Nel 2013, Rupert Grint lo interpretò nel film CBGB di Randall Miller, che racconta l’epopea del locale di Hilly Kristal. Dal 2017, insieme a Johnny Blitz, aveva rimesso in piedi i Dead Boys con una nuova formazione, reinciso l’esordio per il quarantennale (Still Snotty) e portato la band in giro per il mondo per nove anni; stava programmando il tour del cinquantesimo anniversario, previsto per il 2027. Lascia la moglie Anna e il figlio Rogan, di quattordici anni. La band lo ha salutato così: «Con immensa tristezza annunciamo la scomparsa del nostro amato amico e compagno di band Cheetah Chrome. Cheetah era un personaggio davvero originale, un architetto del movimento punk rock. Un uragano fatto persona, che devastava il paesaggio musicale con i suoi riff feroci e la sua energia frenetica. Al di là di tutto questo, era anche un ragazzo semplicemente dolcissimo, che amava il rock’n’roll. La sua musica vive e continuerà a ispirare per generazioni. Buon viaggio, Cheetah».
I don’t need anyone, cantava il ragazzo chiuso in camera di Sonic Reducer. Chrome, che aveva trovato quegli accordi a diciannove anni, ha passato i cinquant’anni successivi a dimostrare il contrario: cercando compagni di band, riunendo quelli vecchi, mettendo sotto contratto quelli nuovi. Il riff resta. Il ragazzo, stavolta, se n’è andato davvero.



