Afterhours live a Sesto San Giovanni (MI); 8/7/2025

Daniele Ghiro
6 minuti di lettura

Quando il rock si adegua, l’estetica resiste e la memoria seleziona.

Un po’ mi spiace — ma solo un po’ — per la traiettoria che Manuel Agnelli ha scelto di imboccare anni fa, quella che passa dritta dritta attraverso gli studi televisivi ben illuminati di X-Factor. Certo, la sovraesposizione mediatica avrà anche fruttato celebrità, nuove schiere di fan adoranti e probabilmente un bel ritorno economico. Ma ha anche, e questo lo dico senza troppe cerimonie, un po’ appiattito la complessità di un personaggio che banale non è mai stato. Che pure, in mezzo ad alcune evidenti contraddizioni, rimane un personaggio che ha qualcosa da dire.

Ora, ritrovarsi circondati da una folla di ragazze tra i venti e i trent’anni che urlano «sei bellissimo» ogni volta che compare in scena, lascia una certa amarezza. Non per snobismo (forse un po’), ma perché in mezzo a quel delirio da rockstar tardiva ci sono anche quelli che lo seguivano trent’anni fa nei centri sociali, quando «essere Agnelli» voleva dire altro che avere i capelli raccolti per bene. Gente che al Leoncavallo ci arrivava con le scarpe bucate, non per vedere un giudice TV, ma un animale da palco. Eppure, nonostante questa patina un po’ plastificata che il piccolo schermo inevitabilmente incolla addosso, bisogna dirlo: gli Afterhours sono ancora una delle migliori band italiane. Dal vivo funzionano, e come.

Manuel lo sa e gioca d’anticipo: «non ho voce», ammette subito. Così chiede soccorso al pubblico e viene ampiamente ripagato, con cori da stadio su ogni singola parola di Ballate per piccole iene (in occasione del ventennale del disco eseguito per intero, con rispetto e rabbia). E no, nonostante tutto, non riesco a non emozionarmi ancora con Ballata per la mia piccola iena («L’amore rende soli/Ma è ben più doloroso/Se per nemici e amici/Non sei più pericoloso/La testa è così piena/Che non pensi più/Ti si aprono le gambe oppure/Le hai aperte tu») o Ci sono molti modi che arriva come una lama sottile. Non urlata, ma tagliente. Un brano che non cerca consenso, che non ammicca. Che descrive, in fondo, quella distanza tra l’“essere” e il “diventare”, che è un po’ la parabola stessa degli Afterhours («Perché quando il dolore è più grande/Poi non senti più/E per sentirmi vivo/Ti ucciderò, ti ucciderò/Vedrai se il mio amore è una patologia/Saprò come estirparla via»), brani epocali, che dal vivo diventano un vortice emotivo. Perchè quei testi e quelle melodie hanno segnato momenti della mia vita e ancora continuano a farlo.

Il Carroponte è pieno ma non stipato, l’atmosfera è calda ma non claustrofobica. Incredibilmente, i volumi sono decenti (miracolo), e nonostante la voce claudicante, il suono ha la giusta forza, ruvida, impattante. Terminato il primo set, dopo una breve pausa, parte il secondo. L’attacco è affidato a La canzone di Marinella, cover tanto audace quanto personale, una carezza sinistra, quasi inquieta. Poi si alza la temperatura, e inizia una scarica pura di adrenalina: Strategie, Lasciami leccare l’adrenalina, Dea, Male di miele… e tutto il Carroponte si scatena in un pogo forsennato. Non è una sorpresa ma tutti sono coinvolti, Agnelli incluso, che a quel punto si scioglie e ringrazia in loop, visibilmente colpito dalla risposta.

Momenti di picco? Una Bye Bye Bombay da brividi e una Quello che non c’è che ancora oggi fa male, la canzone regina della disillusione e dell’accettazione della perdita («Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo/Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello/La chiave della felicità è la disobbedienza in sé/A quello che non c’è/Perciò io maledico il modo in cui sono fatto/Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco/Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia/Quello che non c’è») con quel suo racconto sbilenco e struggente di una relazione che si nutre dell’assenza, del vuoto, dell’utopia.

Poi, come sempre, arriva il sermone. Una manciata di parole sulla Palestina e una stoccata alla musica «che fa schifo perché è nelle mani delle major». E qui, permettetemi: predicare contro l’industria discografica dopo anni passati su Sky è un pochino forzato ma va bene, facciamo finta che sia un’infiltrato che combatte tra le linee nemiche, a volte anche la battaglia ha diversi stili. E Agnelli, va detto, lo stile ce l’ha sempre avuto.

Finale in gloria, ovazione generale. Tutti contenti, tutti a casa. Manca un po’ quella magia sporca, autentica, che una volta faceva tremare le gambe ma è fisiologico: non si può essere gli stessi di un tempo, me compreso ovviamente. Cambiano le persone, cambiano i tempi, cambiano le posture ideologiche. E cambiano, inevitabilmente, anche le ribellioni. Quel che però non cambia, fortunatamente, è la qualità delle canzoni. Quelle restano. E se oggi Agnelli può ancora permettersi di farsi reggere da un pubblico che canta al posto suo, è perché in questi trent’anni e passa ha scritto pezzi che, con o senza X-Factor, hanno segnato un’epoca. E quindi sì, alla fine della fiera, è ancora un piacere riascoltarli. Anche se ora al posto del fumo di sigaretta si respira l’aroma esotico di una sigaretta elettronica.

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