Recensioni

Alabama Shakes, Sound & Color

Shakes_SoundColor_PackshotALABAMA SHAKES
Sound & Color
Rough Trade
***

C’era molta attesa per il nuovo disco degli Alabama Shakes dopo il clamore mediatico seguito allo straordinario esordio di Boys and Girls, disco che nel 2012 fece conoscere la potente ed espressiva voce della cantante Brittany Howard ed un combo che rivendicava l’appartenenza ad un southern sound fatto di soul magnetico, arrembante rhythm and blues e rock rurale.
Il quartetto dell’Alabama che con quel disco ottenne tre nomination ai Grammy e arrivò ad occupare il palco centrale dei festival di Glastonbury e Bonnaroo, mostrava contemporaneamente di possedere una freschezza insolita nel riadattare i vecchi linguaggi della tradizione black&blues ed un attaccamento a questa piuttosto insolito per musicisti tanto giovani. Che ci sapessero fare e non fossero un lampo isolato lo si era capito quando uscì il DVD, A Musicares Tribute To Bruce Springsteen dove gli Alabama Shakes eseguivano una ribollente e rabbiosa versione di Adam Raised A Cain. Se le prove precedenti erano all’insegna di un graffiante rock/soul, il nuovo Sound & Color cambia registro e sposta l’asticella in avanti, verso delle innovazioni tanto spregiudicate da risultare indigeste agli estimatori dei suoni roots.
Sono soprattutto i cori in falsetto della Howard a lasciare perplessi perché in più di un’occasione si ha la sensazione di stare ad ascoltare un disco di Prince degli anni ottanta ed il sentore generale è quello di un contemporaneo ryhthm and blues che stride con quel immagine roots che ci si era fatti di loro. In qualche momento l’innocente energia adolescenziale dell’esordio sembra piegarsi ad una ricerca più dettagliata verso sonorità in linea con una modernità molto più accentuata.
A detta degli stessi ogni canzone del disco è nata in un modo e poi si è trasformata, anche tenendo conto delle idee del produttore Blake Mills, un vero alchimista dei suoni. “C’era molta pressione su di noi e abbiamo impiegato molto tempo a registrare il disco, cercando di essere creativi e liberi di ampliare il nostro range, oltre a curarne i dettagli nei minimi particolari. Ci sono stati d’aiuto gli ascolti di Gil Scott-Heron, la colonna sonora di Superfly, come i Temptations trasformavano una pop song in soul psichedelico, un compositore e arrangiatore eclettico come David Axelrod”. Per questa serie di motivi Sound & Color è più intricato, complesso e studiato del precedente album ma la viscerale verve che Brittany Howard mette nel suo cantato, la sua voce arsa e fiammeggiante è ancora qui ad infuocare un rock contaminato di black music. Superato il primo imbarazzo dovuto a quei falsetti in odore di dance, Sound & Color mostra più pregi che difetti.
Il disco si apre con l’atmosfera intima e gentile della title track per poi lasciare spazio a Don’t Wanna Fight, un urgente funk dove risuona il suono metallico della chitarra di Heath Fogg e i coretti di Brittany Howard che evocano sia Prince che il falsetto di Mick Jagger in Hot Stuff ed Emotional Rescue. E’ la faccia estrema del R&B degli Alabama  Shakes, quella che spiazza il gusto classico, quella che nella conclusiva Over My Head unisce il soul ad un metronomico ritmo elettronico e in Future People vede la Howard stazionare su note altissime, da cantante lirica con gli strumenti che si sovrappongono stratificati e rumorosi. La ruspante animalità del gruppo affiora invece in Gimme All Your Love, intensa come poche su quelle linee blues che non sfigurerebbero in un album di Janis Joplin poi risolte in un hard-drive R&B dove si abbracciano organo, sezione ritmica e chitarre, in Shoegaze un groove bluesy fritto in salsa southern con una Howard rabbiosa e scavezzacollo, in Miss You, un pregnante soulblues che tra alti e bassi, voce scura e urla non starebbe male in un’interpretazione di Bettye Lavette.
In This Feeling Brittany Howard canta con la tonalità del falsetto di Curtis Mayfield e la sua chitarra acustica trascina una ballad lenta ed ipnotica che si attacca alla pelle ed entra nelle arterie, Guess Who è leggera ed un pò ruffiana ma si lascia ascoltare con estrema piacevolezza, rievocando quel soul tardi anni 70 che guardava, per via degli arrangiamenti, al Philly sound e fu rimesso in pista dagli Style Council. Non piacerà ai puristi ma gli Alabama Shakes sono giovani e si sono sentiti liberi di mischiare sacro e profano. Al contrario The Greatest ha ritmo punk e schiamazzi di garage rock, è furiosa e caotica mentre Gemini, il pezzo più ambizioso dell’album con i suoi sei minuti e mezzo, si sviluppa come una jam psichedelica dove Brittany Howard canta lenta, sensuale, come fosse impegnata in una conversazione, in contrasto con delle frustate strumentali metalliche, dure e cruenti. Due brani che dicono dell’estrema varietà di un album che non è per nulla facile e richiede di essere ascoltato più volte e senza preconcetti. Poi, ad ognuno, l’ardua sentenza.

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