Alberto Ferrari live al Moon in June, Perugia, 4/8/2026

Alberto Romagnoli
10 minuti di lettura

È da maggio che Alberto Ferrari ha iniziato a comparire in giro per l’Italia tramite concerti annunciati poco alla volta, in luoghi di un’intimità rara: dalle rovine dell’ex Chiesa di San Francesco a Fano al Colle di Miravalle, a Rovereto, sotto la Campana dei Caduti della Prima Guerra Mondiale, fino alla splendida Villa del Colle del Cardinale, immersa nella campagna umbra alle porte di Perugia. Concerti sempre essenziali. A volte completamente acustici, altre completamente elettrici. Sul palco, quando di palco si può parlare, c’è soltanto Alberto, senza la forza d’urto dei Verdena, accompagnato esclusivamente dalla sua chitarra.

Confesso che l’attesa, da parte mia, era alta. Rivedere Alberto dal vivo, dopo la defezione dal gruppo-madre della storica bassista Roberta Sammarelli, andatasene lo scorso autunno, aveva inevitabilmente un sapore diverso. Ma l’attesa nasceva anche dall’affetto per una band che accompagna la mia vita da oltre vent’anni (da quando li scoprii con Phantastica) nonché dalla consapevolezza che ogni volta in cui Alberto o i Verdena hanno scelto la dimensione acustica il risultato è sempre stato di una qualità e di un gusto fuori dal comune. Anche stavolta, nessuna eccezione.

Mentre il sole scendeva lentamente dietro gli alberi del parco, Alberto è comparso all’improvviso. Ha raggiunto la piccola pedana predisposta per il concerto, poco più alta del terreno, illuminata soltanto da due fari a luce calda. Del resto, non serviva altro: la Villa del Colle del Cardinale — sontuosa residenza cinquecentesca non lontana dal Lago Trasimeno — offriva già da sola una scenografia impossibile da migliorare. Non sorprende quindi che, per questa occasione speciale, il festival Moon In June abbia scelto eccezionalmente di spostarsi qui.

Alberto, come spesso gli capita, rompe subito il ghiaccio con una battuta, sciogliendo il leggero imbarazzo iniziale. Qualcuno dal pubblico gli urla: «Grande Albi». Lui si gira: «Come ti chiami?». «Emanuele». «Grande Emanuele, grande il Manu» gli risponde Alberto in bergamasco. Poi imbraccia la sua Eko acustica: il segnale è chiaro, questa sera sarà un concerto acustico. Della Maton MS500 utilizzata, ad esempio, nella data di Rovereto, non c’è nessuna traccia. Si parte con Chaise Longue, il brano che aveva anticipato l’uscita di Volevo Magia, in una versione molto vicina a quella presente sull’album. Chi ha visto i Verdena dal vivo ricorderà però come, con la band al completo, il pezzo potesse trasformarsi in una vera esplosione power rock, con macchie stoner.

Andando avanti con la scaletta, Alberto piazza subito un colpo da novanta: Razzi arpia inferno e fiamme. Un brano che, nonostante sia stato suonato decine di volte dai Verdena, da solo non aveva mai trovato spazio nei suoi precedenti concerti solisti. Qui viene completamente reinventato: cambia tonalità, cambia struttura e si arricchisce di un ritmo tribale ottenuto percuotendo la cassa della chitarra e catturando suoni attraverso il microfono, che in questi momenti Alberto porta direttamente dentro lo strumento per poi manipolarli con la loop station. La chitarra diventa scura, distorta, quasi rabbiosa, così come la voce, deformata dagli effetti e restituita dall’impianto con una grana ruvida e inquietante. L’atmosfera raggiunge immediatamente un’intensità impressionante. Bastano pochi minuti per cancellare la distanza degli ultimi anni e il peso emotivo di quanto accaduto lo scorso autunno. Alberto è tornato. E questa sera, alla Villa del Colle del Cardinale, l’ha fatto nel migliore dei modi.

Il concerto prosegue, e prosegue bene, nel solco del mio amato WOW (2011). Prima arriva la psichedelia wilsoniana di Loniterp, altro brano mai eseguito finora da solista, poi Canzone ostinata, splendida parentesi country folk acustica che lo stesso Alberto aveva accostato alle sonorità di Johnny Cash. Alzata ulteriormente la temperatura del concerto (per fortuna accompagnato da un leggero venticello serale che rende più piacevole la permanenza nella villa), Alberto si sposta su Endkadenz Vol. 2 (2015) con la titanica Fuoco amico II (Pela i miei tratti), per poi attaccare subito Badea Blues, altra perla di WOW. Certo, questa sera non c’è lo storico basso SG tra le sue mani, ma la versione con la chitarra acustica non fa assolutamente rimpiangere quella originale. Anzi, diventa uno dei momenti più potenti della serata.

Chi conosce bene i Verdena sa quanto Alberto sia attento alla costruzione delle atmosfere di un concerto e alla sacralità della scaletta. Infatti, dopo la furia stoner e la distorsione nervosa, arriva una parentesi intima e inaspettata: Trovami un modo semplice per uscirne, brano che quest’anno non era ancora mai stato eseguito dal vivo. La reazione non può che essere entusiasta. Segue uno dei miei brani preferiti da Endkadenz Vol. 1 (2015) la demoniaca Puzzle, pezzo da Alberto già proposto (in acustico, con la band) nel 2016, durante una trasmissione in Germania, in una versione che personalmente avevo sempre considerato quasi superiore a quella in studio. Questa sera quella magia torna nuovamente a materializzarsi. La sorpresa successiva arriva con Harvest di Neil Young, interpretata in maniera molto fedele all’originale e probabilmente è solo la seconda occasione in cui Alberto propone questo brano dal vivo, dopo la versione acustica eseguita con i Verdena per la Rai nel 2015. Altra sorpresa arriva con una Little Sister targata Elvis Presley, dove Alberto si lascia completamente andare, regalando tre minuti di puro rock and roll, blues ruvido e sanguigno, sentito fino in fondo, che racconta molto delle sue radici.

Rimanendo nel campo delle deviazioni, arriva anche un brano degli I Hate My Village, il supergruppo nato nel 2019 insieme ad Adriano Viterbini, Marco Fasolo e Fabio Rondanini. Da quel repertorio Alberto sceglie probabilmente il pezzo più noto e rappresentativo, Tony Hawk of Ghana, accentuandone ancora di più la componente tribale e blues rock. Ancora una volta emerge come, dietro forme apparentemente diverse, tutto provenga dallo stesso abbeveratoio musicale. Avviandosi verso la fine dello show e avendo lasciato quasi intonso il mastodontico Requiem (2007), Alberto si lancia in una selvaggia Caños, con gli immancabili scambi con il pubblico nel momento di «seven è il numero degli alberi». Poi torna su Volevo Magia (2022) e, invertendo l’ordine in scaletta, propone una concentratissima, bellissima Cielo super acceso, seguita dall’inno stoner di Volevo Magia suonato a ritmo serrato, sopra un loop tiratissimo.

Il finale è affidato, come in altri tempi, ben noti, al ritmo tellurico di Don Calisto. Qui le basse arrivano potentissime e Alberto entra quasi in una sorta di trance, accompagnando la melodia in loop con movimenti rallentati, perfettamente sincronizzati con il turbine sonoro che sta costruendo. Poi lascia il palco con il volume ancora altissimo, la chitarra che continua a restituire feedback e diversi rientri a creare un ultimo muro di suono. Al di là della scaletta, per gran parte inaspettata e profondamente rivista rispetto agli ultimi concerti, oltretutto elettrici, ciò che colpisce maggiormente è la qualità sonora dell’esibizione. La cura degli arrangiamenti, la scelta dei suoni e la capacità di lavorare sulle dinamiche dimostrano ancora una volta come Alberto Ferrari riesca a costruire, anche in completa solitudine (è forse proprio questo l’aspetto più sorprendente), un universo musicale immersivo. Basta davvero uno schiocco di dita per ritrovarsi dentro il suo mondo, dentro quel vortice di inquietudini e vertigini che Alberto stesso sembra vivere prima ancora di canalizzarlo al pubblico. E in un istante ci si ritrova in un tunnel dal quale è difficile uscire.

Un risultato reso possibile, senz’altro, anche dall’ottimo lavoro del fonico, capace di valorizzare ogni singola sfumatura. Quindi, se vi capita l’occasione, non perdetevi Alberto Ferrari in questa veste: l’esperienza restituisce tutta la forza di un artista pienamente ispirato e capace di reinventare se stesso e il proprio repertorio. E chissà che questa dimensione non possa essere anche il preludio, qualunque forma esso potrà avere, al nuovo capitolo dei Verdena. Speriamo non troppo lontano.

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