ALLAN RICH
Glass Heart
DL, Columbia/Sony
**1/2
Non so quanti di voi si ricordino (o siano al corrente) del fatto che il grande Charlie Rich avesse un figlio il quale, negli anni Settanta, tentò anch’egli di intraprendere la strada del padre. Allan Rich pubblicò un paio di album per la Columbia, a metà decade, senza peraltro ottenere il benché minimo successo, decidendo quindi di abbandonare il mondo della musica (che a quanto pare non faceva per lui).
Il secondo di questi due dischi, Glass Heart, viene ora ristampato (solo in streaming) per la prima volta dall’uscita originale del ‘76, facendo così riscoprire un musicista che anche all’epoca era rimasto sconosciuto ai più, non arrivando neppure a raggiungere lo status dell’artista «di culto». E dire che la Columbia non aveva badato a spese, affiancandogli una serie di sessionmen di alto profilo, nomi del calibro di James Burton, Waddy Wachtel e Steve Hunter alle chitarre, Emory Gordy al basso, Ron Tutt alla batteria e Bobby Keys al basso.
Ma Allan si era rivelato un cantante dalla voce assolutamente normale e un autore nella media, incapace di caratterizzare il suo mix tra rock, soul e R&B con guizzi degni di attenzione. E dire che l’album iniziava con un (all’epoca) inedito a firma Bruce Springsteen: Fever for the Girl (ovvero l’arcinota The Fever, publicata dal Boss solo negli anni Novanta) ottiene un trattamento alla E Street Band, con tanto di sax, e beneficia di un suono a metà tra rock ballad urbana e jazz afterhours. Comeback è un blue-eyed soul cantato con voce in falsetto e un background sonoro elettrico, e ancora più annerita è Riskin’ My Life, funk-rock che anticipa le future tematiche disco, mentre Struggle in Darkness, scritta da Tom Jans, è un fluido rock (sempre dal retrogusto black) con chitarre e organo a guidare la voce di Rich Jr.
La title-track alterna nuovamente cantato normale e falsetto, c’è una bella chitarra sullo sfondo ma il brano in sé non va molto lontano. Another Rainy Day è giocata sul dualismo piano-chitarra ma ha una melodia che fatica a coinvolgere, Always Something There to Remind Me è migliore e si sente (difatti arriva da Burt Bacharach, e qui l’arrangiamento da Southern ballad elettrica è azzeccato). Chiusura con la ritmata Ridin’ with Cindy, unico tentativo del nostro di infilare un po’ di rock’n’roll nel disco (con una bella slide), e con la lunga Girl on a White Horse, che tiene a bada con molta fatica il tasso zuccherino.
Album non indispensabile da parte di un artista decisamente minore, e quindi una ristampa ben lontana dall’essere considerata essenziale.



