Altri racconti di Canterbury: ritornando sull’esordio degli Hatfield and the North

Francesco Caltagirone
7 minuti di lettura

L’assassinio dell’arcivescovo Tommaso Becket da parte dei sicari di Enrico II nella cattedrale, i racconti di Geoffrey Chaucer… il mito della musica di Canterbury, stella cometa della musica inglese, e non soltanto per i grandi Caravan e qualche altro satellite. Un pomeriggio di agosto, camminando sulla High Street, vidi un busker con chitarra, appoggiato al muro — provai un brivido e pensai alla musica sublime dei cugini Sinclair, di Pye Hastings e degli altri. All’epoca in cui le suggestioni della terra grigio e rosa volavano ancora alte almeno da un anno, nasce un progetto musicale che ha del prodigioso, Hatfield and the North, un’altra landa magica, situata forse fra l’Oz di Osma e Brocéliande. Dopo i razzi luminescenti della più spettacolare carovana di sogni, sono in quattro a tracciare le parabole luccicanti di un album indimenticabile: Richard Sinclair, basso e voce astrale dei citati Caravan, e Phil Miller, chitarrista prodige dei Matching Mole, Dave Stewart (che prende dopo poco il posto dell’altro Sinclair, David, di storica memoria, mago improvvisatore su ogni tipo di tastiera e dominatore delle più celesti melodie) e il batterista Pip Pyle, già nei Gong dell’apprendista stregone Daevid Allen.

All’album omonimo, registrato ai Manor Studios nel 1973 e pubblicato un anno dopo su Virgin, parteciparono Robert Wyatt dimesso dalla sua degenza dopo il noto incidente, Geoff Light — componente degli Henry Cow — al sax, il terzetto delle vocalist chiamate Northettes, Jeremy Baines al pixiphone. Anche John Peel, demiurgo dei DJ, è citato nelle note. Copertina esterna e interna memorabili. I tetti di Reykjavík, i dannati dipinti da Luca Signorelli e all’interno i protagonisti dell’album all’opera, un mago e il suo cane levitante, i quattro cowboys di Bonanza (noto serial televisivo iniziato nel’59).

La lunga sequenza di tracce, cui la ristampa in CD aggiunge i lati di un singolo, è firmata da tutti i componenti della band. Patafisica, si diceva riguardo ai Soft Machine, ma in questo caso si può parlare, musicalmente parlando, di qualcosa che va oltre il surrealismo di Alfred Jarry. Roi Ubu è certo il monarca di questo fantastico affresco, ma Humpty Dumpty — l’uomo uovo delle filastrocche di Mamma Oca — è il ciambellano ispirato di una favola musicale variopinta, bislacca e straordinaria. È la musica degli angeli in missione sulla terra a dispetto della terrifica copertina. La cascata di suoni accarezza il pelo al jazz, impomata il più melodico e onirico prog con l’ospite scarlatto Wyatt, abitante nel fondo di un orecchio, con il suo flautato canto, un principe della musica che non cessa di confezionare scarpe volanti. Un album esteso, frutto di un irripetibile allineamento astrale.

Una scala impazzita apre la sequenza. Big Jobs: esce dagli abissi, come una fontana luminosa, il canto di Sinclair. Forte forse della lezione di Ratledge, Stewart tratteggia portenti sulle tastiere. Suoni liquefatti, innocenti gemme di jazz. Il basso di Sinclair espande eloquenti note sulla discesa dei suoni. Cori eterei dalla quiete. In un angolo c’è Wyatt, il profeta delle contee. Hatfield è già la capitale del suono più intrigante del tempo, la Samarcanda britannica. Con Calix, Robert vocalizza i cristalli della sua solitudine. Una leggenda per chi si è occupato di voli armonici. Le fughe dell’organo sono attraversate dal sax di Geoff Leigh. È musica totale, catturata in un Eden. Qualche non-sense musicale. Humpty Dumpty bussa all’uscio. Aigrette, e i tocchi dell’organo lanciano guizzi iridati. È lo strumento che presiede alla magnificenza del disco. La chitarra di Phil Miller ricama con fili d’oro e le eccellenti Northettes sostengono il cielo con il loro unisono. Non è jazz, fino a che punto è lecito parlare di progressive? Qualcosa che scaturisce dalla grazia dell’improvvisazione. Dieci minuti di delizie, e assoli che promanano come una colata lavica. I vocalizzi di Sinclair, il tappeto volante degli strumenti coalizzati, la voce assume una valenza da rito fantastico.

Al centro dell’album un’intonazione puntualizza ciò che stiamo ascoltando: Hatfield and the North! Potrebbe essere il Cappellaio Matto, che ha appena finito di imbandire la tavola del tè. Rifferama è più naïve dei Soft Machine. Un carro di fuoco amico discende per l’erta. Il sax si arrampica sul wha wha di Miller. In un patchwork di suoni felici, imparati in una Morris dance. Fol de Rol, con le tastiere di Stewart, stella del new progressive insulare. Qualcuno mi spieghi l’incomprensione per i futuri National Health, gloria nazionale. Sinclair canta da cherubino, come fosse fra gli ispirati aurighi della Carovana, ma con più libertà. Si sbizzarrisce il suo basso, quasi rinunciando alla funzione ritmica. Stewart gocciola note siderali. In Shaving Is Boring guarda alle fughe della classica. Quanto di questa musica eccellente era trascritta su una partitura? In un crescendo incalzante degli strumenti, entriamo in un parossismo sonoro, suite dentro suite, come matrioske delle meraviglie. Le progressioni e le divagazioni sulle tastiere conducono alla fonte di Salmace. Dave regge briglie fatate. Il canto di Sinclair chiude il varco. Licks for the Ladies, una metamorfosi ovidiana, una carezza vocale che rende invalutabile il lavoro. Prolunga il sogno di Wyatt in un memorabile affresco. In Bossa Nochance la melodia si fa più struggente, l’organo è un pennello in mano a un maestro. Succo di melodia decantato da un alchimista è Lobster in Cleavage Probe. Il basso si scioglie nei tocchi del piano elettrico.

L’album non perde un attimo della sua ispirazione. Con Gigantic Land Crabs in Earth Takeover Bid, la chitarra di Miller si produce in un assolo che di prigionieri non ne fa e si stempera nelle folate dell’organo. Pyle, attore protagonista, non concede un attimo di tregua e i suoi tamburi sono elevati a strumenti di armonia. Sinclair brandisce in cielo una fiammeggiante spada e tocca le spalle per gli altri cavalieri che hanno fatto l’impresa. La leggenda di Canterbury tiene alto come un falco il suo volo.

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