Andy Sheppard, Salt Catchers

Ernesto D Angelo
3 minuti di lettura
Foto © ECM

ANDY SHEPPARD  
Salt Catchers
ECM
***1/2

Recensendo poco tempo fa l’ottimo Winter Tales di Steve Swallow, riflettevo sull’attitudine di alcuni artisti nel creare musica che, pur procedendo da aspetti più emozionali che intellettuali, si può definire d’avanguardia. Su tale scia si muove Salt Catchers del sessantanovenne tenorsassofonista (e sopranista) inglese Andy Sheppard, strumentista di rare qualità tecniche e musicali e, tra tanto altro, partner di geni come Gil Evans, George Russell e Carla Bley.

Specialmente con quest’ultima — compianta pianista, arrangiatrice e bandleader unica — il britannico ha avuto una consuetudine artistica significativa sin dall’album Fleur Carnivore (1989), passando per Last Chords (2004), fino ai dischi fatti in trio col succitato Swallow. E anche in quest’opera, incisa nel marzo del 2025 presso l’Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano, troviamo una triade sax-piano-(contrab)basso. Ai sassofoni del britannico si affiancano il pianoforte di una grande, la nostra Rita Marcotulli, e il contrabbasso di un long-term collaborator come il francese Michel Benita, entrambi musicisti che Sheppard conosce molto bene e coi quali ha già inciso (il contrabbassista è da tempo membro del quartetto dell’inglese).

Salt Catchers presenta nove brani: otto scritti da Sheppard e uno dalla Bley. Che si respiri aria densa di sottigliezze lo si capisce sin dalle prime note pianistiche di Elevation, composizione che si trasforma in una danza stocastica di frattali sonori, un’esperienza della consistenza del diafano. Conoscevamo già, invece, Lawns della Bley, brano di delicata essenza che qui diviene un’esperienza mistica degna di De Caussade (Benita è una certezza!), mentre da un’opera di modulazione timbrica della Marcotulli si delinea la title-track, dove un soprano di toccante lirismo muta il dubbio in trascendenza, dissolvendo entrambi. Nomen omen è, dal canto suo, Encantos, capace di convergere la vocazione «cantante» del tenore, l’affabile cullare del piano e il plastico ricamo del contrabbasso in un sospeso soffio di grazia; viceversa, è una più marcata ciclicità della tessitura armonica a consentire al sidereo vagare del mélos del leader d’intridere Draw You in Stars.

Ascoltando, poi, Salgado, coi saliscendi della Marcotulli ornati dagli svolazzi di Sheppard e dal puntello di Benita, tornano alla mente alcune stupende foto di un maestro mineiro, mentre è il flautare di un tenore memore di Warne Marsh a dare volto agli assorti umori di Those That Left. Chiusura affidata alla flebile «disperanza» (cara a Caproni e a Marcoaldi) di Irene, dalle invocazioni del soprano accostate e poi cinte dal morbido diradarsi del piano e dalla ctonia vibe del contrabbasso.

«Portasale» Della terra. Per un domani che non sia soltanto ipotesi!

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