Fondata a Genova nel 2010 da tre cantautrici della città ligure – Sabrina Napoleone, Cristina Nicoletta e Valentina Amandolese – Lilith è un’associazione culturale impegnata a sostenere e dare spazio ai nuovi talenti della musica d’autore, con un focus particolare sulle compositrici, le cantautrici e le musiciste. Da quattordici anni (come completamento di tutte le altre attività e i progetti svolti durante l’anno), ogni estate danno vita al Lilith, Festival della Musica d’Autrice. Da quattro anni, questo si svolge nei bellissimi spazi del Teatro del Chiostro di Villa Bombrini (a Genova Cornigliano), tra la fine di luglio e i primi di agosto, grazie all’aiuto di diversi sponsor e il patrocinio di enti quali il Comune di Genova, la Regione Liguria e Rai Liguria.
L’edizione di quest’anno poteva contare sulle esibizioni di Mille, di Beth Orton e di Sarafine, le quali andavano ad aggiungersi ai vari eventi organizzati nella stessa location a partire dai primi di giugno. A chiudere la rassegna, il concerto della cantautrice, compositrice e musicista svedese Anna Von Hausswolff, di ritorno in Italia con tre nuove date del tour a supporto del suo ultimo album Iconoclasts (Genova la prima e a seguire Rimini e Prata d’Ansidonia), dopo le due del febbraio scorso a Milano e Bologna e alcune date saltate a causa della necessità di un ricovero ospedaliero.
Ad aprire la serata, altre due musiciste. Giocava in casa Charlie Risso, essendo lei genovese. Nonostante qualche piccolo problemino col PC (che l’hanno costretta a optare per un set sostanzialmente acustico), accompagnata da una valida violinista ha presentato alcune delle sue canzoni, in arrivo soprattutto dall’ultimo Rituals, recensito come i due precedenti anche sulle pagine del Buscadero. Le sue sono folk songs sognanti e leggermente oscure, dal fascino conturbante, indicativamente adatte a chi segue cantautrici come Marissa Nadler, ma dotate di buona personalità. Performance breve, ma molto piacevole.
Devo ammettere, invece, che non conoscevo affatto i Blu Mamuth, duo sempre genovese formato dalla vocalist Zeffira e dal musicista elettronico Lorenzo Vite, già in passato artefici di altri progetti musicali congiunti. Qui siamo dalle parti di un sound electro dalle propaggini gotiche e dalle ritmiche tribali di derivazione sommariamente industrial, tenuto assieme dalle melodie cantate con enfasi teatrale (e con l’utilizzo di un esperanto che unisce varie lingue e parole inventate) da Zeffira. Si muovono in un territorio piuttosto affollato ultimamente, ma i fan del genere dovrebbero annotarsi il loro nome.
Dopo queste due piacevoli introduzioni, è infine la volta della titolare della serata, la quale, oltre che essersi per fortuna ripresa dal malore che l’era capitato, è stata in grado di radunare qui un pubblico dalla composizione diversificata, ma soprattutto piuttosto numeroso. Del resto, Anna von Hausswolff, classe 1986, è ormai in giro da oltre quindici anni e ha all’attivo svariati album – sia composti da canzoni (soprattutto), che dal carattere più sperimentale – che l’hanno imposta tra i nomi di punta del rock alternativo contemporaneo, dai connotati gotici e dalle sonorità massimaliste. Il suo disco più recente, il già citato Iconoclasts, ha leggermente smussato alcune asperità del passato, muovendosi verso territori nuovi, forme un po’ più pop e un sound meno basato sul suo organo a canne, ma più vario, dove una certa importanza hanno assunto l’inserimento di strumenti per lei inediti quale il sax. E proprio quest’ultimo, qui suonato dalla bravissima Lisen Rylander, è parso il perno attorno al quale far girare una band comunque piuttosto numerosa, con due tastiere, chitarra, basso, batteria e percussioni (di certo al sax sono state affidate pressoché tutte le parti soliste).
Ed è infatti il moto circolare della melodia suonata da Rylander nella strumentale Consensual Neglect ad inaugurare il concerto, mettendo in mostra il modo in cui Anna Von Hausswolff ha integrato la lezione del Minimalismo storico all’interno delle sue nuove composizioni, suggestione che, inglobata in strutture comunque “pop”, tornerà a più riprese durante la serata e che già avevano caratterizzato l’ascolto di Iconoclasts, chiaramente il disco dal quale attingere per formare quasi tutta la setlist. Il pezzo trasla direttamente nella seguente Facing Atlas, nella quale emerge quello che alla fine è il tratto più caratteristico della musica della ragazza svedese: la sua voce potentissima e svettante, aiutata senz’altro da un massiccio uso del riverbero, ma assolutamente sconvolgente per tenuta, estensione ed espressività.
È questa a indurre brividi in pezzi come The Mouth o come nella ballata The Whole Woman, che funziona benissimo anche senza il contrasto con la voce di Iggy Pop che c’era nella versione in studio. Notevole il crescendo epico della lunghissima quasi title-track The Iconoclast, nel quale la band accompagna la voce di Anna verso arrembanti scenari epici, bilanciati dalla stasi quasi ambientale e dal mood atmosferico della suggestiva An Ocean of Time, in cui le tastiere di Anna e di Filip Leyman creano un bordone avvolgente che si fonde alle coloriture del sax e ai drone messi a punto dal chitarrista Joel Fabiansson e dal bassista che suona il suo strumento con l’archetto.
In The Mysterious Vanishing of Electra Anna imbraccia la chitarra e detta il tempo a una cavalcata rock che quasi fa pensare agli Swans, con uno splendido lavoro del batterista, a onor del vero ottimo in tutto lo show, compresa la ritmatissima Stardust che viene dopo. C’è giusto un momeno di pausa con l’ariosa ballata Aging Young Woman, prima del finale a tratti tribale di una grandissima Ugly and Vengeful, quasi venti minuti in cui i sei musicisti sul palco raggiungono lo Zenith d’intensità.
Sembrerebbe che tutto possa finire qui, ma Anna e band tornano sul palco a chiudere questa straordinaria ora e mezza di musica con uno dei pezzi più belli dell’ultimo album, Struggle with the Beast, richiesta a gran voce da qualcuno nel pubblico e a lui dedicata. Per tutta la durata del concerto ci si è persino dimenticati del caldo che, pure qui, anche se non come a Milano, non scherzava affatto. Potere di una musica che ti porta via.


