Ci sono artisti che cantano per esorcizzare il dolore, e altri che lo abitano fino in fondo, senza paura di guardarlo in faccia. Asaf Avidan appartiene a questa seconda categoria. Israeliano, voce androgina e magnetica, a metà tra un cantastorie e un profeta disilluso, è tornato in Italia con il tour di Unfurl, il disco che più di ogni altro esplora la vulnerabilità come forma di consapevolezza. Sul palco dell’Alcatraz, il suo abisso prende vita come un film in bianco e nero, una seduta collettiva di introspezione e catarsi.
Le luci si spengono. Al centro della scena, una radio d’epoca illumina la polvere dell’aria. Un fruscio, poi una voce femminile: “Consciousness.” È l’inizio di un viaggio che parte dalla mente e arriva alle viscere. Avidan entra in silenzio, seguito da una band di musicisti impeccabili. Il piano apre The Call of the Flow, brano manifesto del nuovo album, un invito ad abbandonarsi al movimento naturale delle cose. Il pubblico entra subito nel flusso, battendo le mani fino al finale in crescendo. Su un tappeto jazz di pianoforte e synth, Avidan si rivolge alla platea: «Questo show sarà strano, non ha una struttura lineare. È una spirale. Ogni volta che penseremo di sfuggire alla gravità, torneremo nell’abisso delle nostre anime». Con queste parole, quasi una dichiarazione d’intenti, parte Lost Horse, cantata a squarciagola dall’intero pubblico dell’Alcatraz.
Le luci diventano radenti, da film investigativo. La chitarra rossa anni Cinquanta — una Hagström Kent — taglia l’oscurità. Con My Tunnels Are Long and Dark These Days, Avidan mostra tutta la sua forza teatrale: un suono pulito, orchestrale, che si scioglie in una chiusura sospesa tra trombe sintetiche e pianoforte. Segue Ode to My Thalamus, che trasforma la malinconia in un ballo nervoso, e poi una versione riarrangiata di Different Pulses, dove la voce fragile e spezzata si fa confessione più che canto. Avidan non è solo un interprete, è un narratore che si lascia attraversare dalle proprie canzoni. Quando sorride, il pubblico sorride con lui. Quando trema, tutti trattengono il fiato.
A metà concerto, l’artista si ferma. «Ho dimenticato tutto il mio italiano», scherza. «Vivevo qui, la mia fidanzata è italiana, ma parliamo solo in inglese. Mi mancate. Facciamoci un brindisi». Versa whisky in un bicchiere, brinda con la band e si siede su una poltrona verde da salotto anni Cinquanta: «Questa è la parte migliore dello show». È il preludio a A Part of This, che esplode dopo un momento di quiete teatrale. Sul palco, Avidan danza, si piega, si rialza, disegna gesti nell’aria: è un corpo che interpreta.
Poi arriva Man Without a Name, uno dei momenti più forti della serata. In un crescendo percussivo, urla: «Tutti sanno che è una bugia! Quello che vedete non è un uomo, ma solo il guscio vuoto di un uomo!». Le luci diventano rosse, la batteria ruggisce, e il palco diventa un campo di battaglia. Quando grida «I’m gonna stand up! ’Cause I’m a man!», sembra un atto di resistenza più che di orgoglio. Una mano batte il petto, l’altra la percussione. Una visione quasi tribale del brano Bang Bang, dove le coriste cantano una melodia dai toni arabici e le chitarre suonano melodie serpentine.
Dopo tanta intensità, Avidan resta solo al pianoforte, mentre la band si ritira dietro le quinte per un momento. Sul palco cala un silenzio sospeso. «Sta diventando spaventoso lassù», inizia, la voce bassa e intensa. «La gente non riesce più a reggere la complessità. In un mondo che diventa instabile, pericoloso, ci si aggrappa al conforto delle categorie semplici: bianco o nero, buono o cattivo, noi o loro. Ma ogni mattone di questo linguaggio binario costruisce muri insormontabili. E così dimentichiamo l’intero spettro dei colori». Si ferma un attimo, scuote la testa, e continua: «Alcuni mi scrivono: ‘Asaf, domani vengo al tuo concerto, ho bisogno di due ore per scappare, per stare lontano da tutto’. Ma non è questo che facciamo stasera. La bellezza della musica è che non è binaria. Non parla di bianco o nero. È il linguaggio del grigio». Il pubblico applaude. Avidan lascia che la frase scivoli nell’aria, poi riprende: «La canzone che canto non è la stessa per tutti. Ogni anima qui ascolta una versione diversa. Si fa spazio tra di voi, trova le crepe nascoste, crea fiumi che scorrono tra le emozioni e risuona nelle profondità più segrete della vostra anima. Questo è il potere della musica: non fuggire, ma osservare, esplorare, capire. Se impariamo a riconoscere e accettare la complessità dentro di noi, forse riusciremo a farlo anche con gli altri. La consapevolezza personale diventa empatia, il privato diventa politico. E allora, forse, possiamo costruire un dialogo, una coesistenza, una comprensione. Questo è il viaggio di stasera». Poi le mani toccano i tasti, e Not in Vain prende vita. La voce si fa dolce, carezza le note, e il ritornello vibra nello spazio come un mantra: «Oh! Tonight our hearts shall unite, Not in vain, But in pain, Amen, amen, amen!» e l’Alcatraz diventa una cattedrale.
È in momenti come questo che il concerto si trasforma in esperienza collettiva: non un semplice spettacolo, ma un’esplorazione della fragilità umana. Avidan non canta per fuggire dal dolore, ma per guardarlo, abbracciarlo e trasformarlo in comprensione, empatia, inclusione.
Dalla radio torna la voce: «È l’abisso. Mi chiama. Devo lasciarmi andare». Parte The Great Abyss, con echi di Hitchcock e tensioni da colonna sonora. Segue Sixteen Hooves, poi Haunted e Over My Head, che portano la tensione a sciogliersi in un respiro più luminoso. Con Love It or Leave It, Avidan riaccende l’energia: percussioni, cori femminili, un groove contagioso. Alla fine scherza con il pubblico, fa gli auguri a un fan e chiude con una nota vocale che dura un’eternità.
Torna per il bis, si toglie gli in-ear e sorride: «Non vi sento! Ho queste cose nelle orecchie… ma va bene così, facciamo questa cosa un po’ alla rock’n’roll». Attacca Reckoning Song, il brano che l’ha reso celebre in tutto il mondo. La batteria scandisce il tempo, e Avidan si ferma: «Questa è una canzone sull’amore e sul rimpianto. Ricordo il momento in cui la scrissi: ogni parola detta. Ricordo il momento in cui ho capito che non potevo più riprenderla. Alcune porte si chiudono e basta. Siamo fragili, siamo rotti, e va bene così». Racconta con gli occhi chiusi. «Questa canzone è vostra ed ognuno di voi la interpreta a modo proprio. Ma stasera chiedo a tutti voi di cantare la mia versione; immaginate la persona che avete perso: il suo sguardo mentre vi lascia e cantate con me». Il pubblico canta con lui, all’unisono. È un abbraccio collettivo. Un momento condiviso che chiama all’accettazione delle proprie fragilità, del proprio abisso.
Ancora una volta, la radio: «Come sei scappata dall’abisso?». «Non sono scappata, amore. L’abisso è in me. È in te». Parte Unfurling Dream, ed infine Avidan concede al pubblico milanese il primo brano destinato ad Unfurl, ma che purtroppo non sarà inserito nell’album: Weaver Song. Le luci si abbassano, il suono si fa lieve. Ed il concerto si chiude dolcemente con una melodia al pianoforte ed un pubblico che si porta a casa con lucidità un pezzetto della propria esistenza. Nulla, in questo concerto, è lasciato al caso: la scenografia noir, i tessuti pesanti, la chitarra vintage, le parole calibrate. Ma il cuore di Unfurl non è soltanto estetica — è la resa. Avidan non cerca di superare la fragilità: la osserva, la abbraccia, la canta fino a farla diventare luce. E quando la radio si spegne per l’ultima volta, resta solo un silenzio denso, come dopo una confessione. Asaf Avidan non ci ha portato via dal nostro abisso. Ci ha solo ricordato che, a volte, è in esso che si trova la pace.


