B.I.T. DUO, R-Esistenze + Chiara Orlando, Who Are You?

Ernesto D Angelo
4 minuti di lettura

B.I.T. DUO
R-Esistenze
Filibusta 
***1/2

CHIARA ORLANDO
Who Are You? 
Filibusta 
***1/2

Due anni fa, mi capitò tra le mani un disco dell’etichetta Filibusta davvero interessante, ovvero Nothing Is in Vain, accreditato a due artiste, la trombettista Chiara Orlando e la sassofonista Danielle Di Majo. Adesso, le due hanno realizzato, ognuna per proprio conto, due album davvero peculiari. Di Majo, sotto le insegne del B.I.T. Duo (attivo da molti anni e completato dalla pianista Manuela Pasqui), con R-Esistenze; la Orlando con Greg Burk, Fabio Zeppetella, Pietro Ciancaglini e Lorenzo Tucci in Who Are You?.

La cosa strana (ma neanche tanto!) è che entrambi prendono spunto da sensibilità, soprattutto femminili, che partendo dal mondo letterario (o, in generale, della scrittura) hanno lasciato un segno identitario, sociale e politico che s’è fatto, poi, storico: per Di Majo personalità come Lalla Romano, Joyce Lussu, Miriam Mafai, Dacia Maraini ed Eugenio Montale, per Orlando la grande Emily Dickinson. E, credetemi, questo leitmotiv fa la differenza in entrambi gli album: il femminile come differenza che si fa valore aggiunto nello sviluppo della musica.

Stilisticamente parlando, nell’opera del B.I.T. Duo si respira un’aria del tipo Steve Lacy meets Mal Waldron, o Lee Konitz meets Gil Evans, ma con una certa aura ECM; in quello della Orlando, più proteiforme, un modern mainstream dai mood differenziati e con la titolare a dividersi tra tromba, flicorno e una voce dal convincente fascino interpretativo.

Tornando a R-Esistenze, appare evidente che sia un disco di alternanze chiaroscurali, nel quale emergono i colori ambrati del soprano (ora garbarekiano, ora lievemente shorteriano) de L’identità perduta e di Meriggiare, oppure quelli intimistico-lirici del contralto (tra Konitz e Woods) di Sul fil di lama e Bagheria. Ma anche la complessa vitalità (quasi alla Steps Ahead) di Cinque pezzi di luna, gli echi d’avanguardia di Lipari, il grigio urbano di Luce di mezzanotte, le lacrime di sofferta consapevolezza di Miriam e il saliscendi umorale di Brigata Menotti sono alte visioni di un umano contempl-attivo e mai domo. E va pure sottolineata la tavolozza espressiva della Pasqui, talmente ampia da racchiudere in un’unica poetica Bobo Stenson e Geri Allen, Paul e Carla Bley, Jason Moran e Fred Hersch.

Nell’album della Orlando, invece, risalta la circolarità dionisiaco-ternaria di Life, la veemenza coltraniana (mista a classe à la Annie Ross) di Forces, lo straniato cameristico smooth jazz di Hope, l’etereità ciondolante della title-track e la schizoide allure speculativa di Delight or Pain. Ma ci deliziano pure Eternity, con uno swing che s’insinua in un andamento simil-reggae, la bossa chetbakeriana (davvero elegiaca qui la Orlando!) di White Dress e l’incantamento avvolgente di Melody for Emily.

Parafrasando Paolo Conte si può tranquillamente dire che le donne amano il jazz, «e si capisce benissimo il motivo»! Due lavori di grande sostanza e ispirazione.

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