Lo ammetto, sono andato a questo concerto per pura curiosità, senza nessuna aspettativa particolare, ma dopo cinque minuti ho capito di essere nel posto giusto per una bella serata. Del resto, anche la location aiuta non poco. Il Vittoriale degli Italiani è uno di quei luoghi dove la musica sembra già avere una sua acustica naturale: il lago sullo sfondo, l’anfiteatro perfettamente raccolto, un’organizzazione impeccabile e la sensazione che tutto fili liscio. Un piccolo lusso, di questi tempi. Il pubblico? Quello che ci si aspetta da una serata dedicata al repertorio dei King Crimson degli anni Ottanta. Molti capelli grigi, parecchie magliette consumate da decenni di concerti, ma anche la piacevole sorpresa di vedere qualche giovinastro con la t-shirt dei Tool lì in mezzo.
E poi ci sono loro. Più che un gruppo, una nazionale di fenomeni. Danny Carey, uno dei batteristi rock più influenti degli ultimi anni, è forse quello che sorprende di meno. Chi arriva aspettandosi l’uragano dei Tool resta quasi spiazzato: qui il suo drumming è più controllato, più disciplinato, meno esplosivo ma non meno impressionante. Non cerca mai di rubare la scena. Si mette al servizio di una musica che vive di incastri ritmici e precisione chirurgica, dimostrando che la forza non sta sempre nel volume.
Tony Levin è Tony Levin. Elegante e defilato. Lascia spazio agli altri, ma ogni nota che esce dal suo Chapman Stick o dal basso ha un peso specifico enorme. È uno di quei musicisti che riescono a dominare il palco senza avere bisogno di farlo capire.
Adrian Belew, invece, resta il vero narratore della serata. La voce è ancora sorprendentemente brillante e potente, capace di affrontare senza fatica un repertorio tutt’altro che semplice. Alla chitarra continua a essere un laboratorio viaggiante di rumori, armonici, suoni sghembi e invenzioni. Quella componente ironica e surreale che aveva reso unici i King Crimson degli anni Ottanta è ancora tutta lì.
La vera sorpresa, almeno per chi scrive, è però Steve Vai. Non perché ci si aspettasse meno da uno dei più grandi chitarristi viventi, ma perché riesce nell’impresa più difficile: non imitare Robert Fripp e, contemporaneamente, non snaturare questo repertorio. Il suo timbro è riconoscibile dopo mezzo secondo. Quella chitarra canta. Letteralmente. Ha sempre avuto una voce tutta sua e anche immerso nei labirinti ritmici dei King Crimson rimane immediatamente identificabile. Non cerca mai il virtuosismo fine a sé stesso, anche se potrebbe permetterselo, sceglie invece il gusto, la melodia, il colore.

Ed è probabilmente questa la chiave del successo dell’intero progetto: nessuno copia nessuno. La scaletta pesca esclusivamente dal periodo 1981-1984 dei King Crimson, quello di Discipline, Beat e Three of a Perfect Pair, con qualche incursione in brani storici come Red. Non manca nemmeno qualche pezzo che la formazione originale aveva eseguito raramente dal vivo, regalando ai fan più affezionati la soddisfazione di ascoltare pagine praticamente dimenticate sui palchi.
Il concerto (ricordiamolo, parte della rassegna Tener-a-mente, qui tutte le info) è costruito con intelligenza. Il primo set procede in maniera più atmosferica e sperimentale, lasciando respirare le architetture ritmiche e le geometrie sonore che hanno reso immortale quel periodo dei Crimson. È musica che richiede attenzione, ma sa ripagare ogni sforzo. La seconda parte cambia decisamente marcia. Le chitarre si fanno più aggressive, Carey aumenta la pressione, la band acquista potenza e il finale diventa un crescendo continuo, fino agli ultimi colpi di Red e Thela Hun Ginjeet, accolti da un pubblico ormai completamente conquistato.

Due ore abbondanti di concerto che scorrono senza un momento di stanchezza. Alla fine mi faccio una domanda: sono veramente andato a vedere una tribute band? Beh, fondamentalmente sì, ma questa non è una tribute band di lusso. È qualcosa di diverso. Sono quattro musicisti straordinari che prendono un repertorio complesso, visionario e spesso considerato “difficile” e lo restituiscono con naturalezza, divertendosi loro per primi. E quando sul palco ci si diverte davvero, il pubblico se ne accorge immediatamente.
Il Vittoriale, ancora una volta, si conferma uno dei luoghi migliori dove ascoltare grande musica dal vivo e i BEAT, invece, dimostrano che certi capolavori non appartengono solo alla memoria: possono ancora vivere, respirare e persino sorprendere.



