BEAT
Neon Heat Disease: Live in Los Angeles
2CD+BD, InsideOut/Sony
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Supergruppo fondato dal bassista Tony Levin per rispolverare il repertorio anni ‘80 dei King Crimson — Discipline, Beat, Three of a Perfect Pair — che Robert Fripp ha parzialmente abbandonato nei suoi tour, i Beat non disdegnano anche riletture dei brani appartenenti ai primi KC, quelli del periodo più smaccatamente prog. Accanto a Levin, il chitarrista e cantante Adrian Belew (che suonò proprio su quei dischi) nonché le mani fantasmagoriche di Steve Vai («approvato» dallo stesso Fripp: He’s the only guitarist who could play my parts) e le devastanti bacchette di Danny Carey dei Tool.
Nel 2024, il quartetto ha tenuto negli Stati Uniti 65 concerti, e da quello californiano del 10/11 è stato tratto Neon Heat Disease: Live in Los Angeles, due CD e un Blu-ray con le immagini del concerto (mixato dall’esperto Bob Clearmountain) e alcune video interviste alla band. Gli anni ’80 dei Crimson, contrassegnati dalla volontà frippiana di sperimentare un suono acido che incapsulasse algida new-wave, scossoni poliritmici e tribalismi elettrici (come dei Talking Heads più nervosi e alienati), vengono rievocati tramite la sei corde e la voce di Belew, le linee di basso (ri)prodotte dal Chapman Stick di Levin, le spettacolari variazioni della fiammeggiante chitarra di Vai e la ritmica «cingolata» di Carey, batterista molto più muscolare e meno jazzy di quanto non lo sia mai stato il raffinato Bill Bruford.
I quattro si divertono come matti e il pubblico se ne accorge e apprezza a partire dall’inizio esaltante di Neurotica, fino all’intro chitarristica (sbalorditiva) di una Larks’ Tongues in Aspic, Part III, in chiusura del primo CD, davvero sconvolgente. Che dire poi, passando all’altro supporto, dei 15’ di una strepitosa The Sheltering Sky in cui i due chitarristi esibiscono un interplay delicato, ma crescente, cullati da una sezione ritmica in sottraendo?
Unica eccezione alla discografia ottantesca dei KC, l’anthem metallico di Red, che parrebbe davvero la degna conclusione di uno spettacolo dove i titoli di coda vengono invece consacrati al brano più famoso di Belew, quella frenetica, stridente Thela Hun Ginjeet da cui capiamo come la prestazione dei Beat non sia un «epitaffio» per i Crimson, bensì l’auspicio di una loro ennesima resurrezione. Ovviamente, visto il logo «elefantiaco» dei quattro Beat, in scaletta non poteva mancare Elephant Talk (da restare a bocca aperta).



