Foto: Lino Brunetti

In Concert

Bedouine live a Milano, 23/6/2018

Basterebbe anche solo la location – gli eleganti giardini della Triennale di Milano, posti in pieno centro città e arricchiti d’opere d’arte – per indurci a lodare un festival quale il Tri.P, quest’anno alla sue seconda edizione, non foss’altro che, come abbiamo già avuto modo di sottolineare in un paio di post precedenti, ad essere autenticamente rimarchevole è la lista degli artisti che, lungo un periodo di circa un mese, ne animeranno le serate.

Il primo appuntamento che ci è parso giusto non mancare è stato quello con Bedouine, cantautrice americana, ma di origine siriane, che qualche mese fa ci aveva decisamente colpito col suo omonimo disco d’esordio. Azniv Korkejian, questo il suo vero nome, non è ancora molto conosciuta dalle nostre parti e, del resto, questa era anche la sua prima sortita in Italia. A questo e, chissà, forse anche al concomitante I-days, si deve un’affluenza di pubblico limitata ad un centinaio di persone, cosa che comunque non ha per nulla impensierito la cantautrice e, anzi, ha contribuito a rendere la serata particolarmente intima e soffusa.

Armata di voce e chitarra acustica, col palco addobbato solo con l’asta del microfono ornata di rose e una sedia su cui era posato un bicchiere di vino bianco dal quale ha continuato ad attingere tra un pezzo e l’altro (con tanto di “salute” detto in italiano), Bedouine ha dal vivo reso più che mai calzanti i paragoni spesi per la sua musica con quella di artiste del passato quali Joni Mitchell o Joan Baez. Spogliate della produzione di Gus Seyffert, degli arrangiamenti per archi e fiati di Tres Pollard e degli interventi di tutta la crew Spacebomb – lo ricorderete, l’etichetta di Matthew E. White – le canzoni della Korkejian si sono infatti accoccolate nell’alveo della più pura e limpida canzone d’autore folk. 

La sua bella voce calda si è così fatta accompagnare da funzionali arpeggi di chitarra, come da caratteristica del genere tesi principalmente a far risaltare parole e melodie di canzoni che paiono come incantate, perfettamente intonate al placido mood di una sera d’inizio estate. Tra le canzoni del suo unico album – brani che portano titoli come Back To YouSolitary DaughterSummer ColdNice And Quiet, la decisamente più pop One Of These Days – è spuntata anche qualche nuova composizione: il primo pezzo della sua carriera ad esser stato scritto nella sua lingua d’origine, l’armeno (ed è stato parecchio interessante notare come il solo cambio d’idioma abbia mutato anche l’atmosfera globale del momento, una cosa decisamente a sé rispetto al resto di quello che s’era sentito fino a quel punto); un brano ancora senza titolo, col pubblico invitato a suggerirne uno dopo l’ascolto (tentativo non del tutto riuscito, decisamente timidi gli interventi).

Ad arricchire ulteriormente il tutto, un tris di cover scelte a suo dire tra le sue canzoni preferite: Come Down In Time di Elton John, l’incantevole Hey, Who Really Cares? di Linda Perhacs e, in chiusura di concerto, una rallentata, ma sempre magnifica Thirteen dei Big Star, un trittico indicante un chiaro buon gusto. Dopodiché l’incontro coi fan, gli autografi e la promessa di tornare in Italia con una data già annunciata per quest’autunno, a Trento.

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