Foto: Rodolfo Sassano

In Concert

Ben Harper e Charlie Musselwhite live a Milano, 23/4/2018

Da quando si sono scoperti “blues brothers” con la pubblicazione dell’album Get Up nel 2013, il rapporto professionale tra Ben Harper, classe 1969, e Charlie Musselwhite, 74 anni portati con disinvolta eleganza, sembra essersi elevato al livello se non proprio di stretta fratellanza almeno a quello di complice amicizia: lo si percepisce dal sangue bollente che scorre nelle vene di un disco come il nuovo No Mercy In This Land e dalla perfetta sintonia e dal continuo scambio di sorrisi che i due hanno mostrato sul palco lo scorso 23 aprile, nel corso del primo dei due concerti previsti al Fabrique di Milano.

Quello che alle 21,15 circa saluta una platea da tutto esaurito con tanti giovani e una percentuale di quote rosa incredibilmente alta, è un quintetto senza fronzoli composto ovviamente da Harper alla voce, alle chitarre elettriche, acustiche e slide; da Musselwhite all’armonica e al canto, dal chitarrista texano Jason Mozersky, dal bassista Jesse Ingals e dal portentoso batterista Jimmy Paxson: una band che batte i tempi di un blues elettrico e poco canonico, sospeso tra i fuochi d’artificio di Chicago e il fango del Delta, contaminato con il rock e sfumato di soul e gospel, con una freschezza e una verve che lasciano senza fiato anche chi mastica davvero poco la materia e in mente ha piuttosto gli impasti pop del Ben Harper solista.

Lontano da qualsiasi posa divistica o capriccio da rock star, Ben Harper si dimostra invece capace di convertire le folle, perchè alla fine l’ovazione per un Charlie Musselwhite sempre raffinatissimo e creativo allo strumento, sarà pari se non addirittura superiore a quella tributata al ben più popolare chitarrista californiano: del resto la scaletta della serata non allinea alcun successo siglato con gli Innocent Criminals, ma rovista nel repertorio dei due dischi finora realizzati dalla coppia e riscopre classici come la nervosa Yer Blues dei Beatles o la grandiosa When The Leeve Breaks, riletta in una versione torrenziale in bilico tra disperazione blues e nevrastenia rock. Charlie Musselwhite è un musicista che ha scritto la storia del blues e Ben Harper un talento che sembra averne mandato a memoria i passi salienti, lo si intuisce quando intona l’intro della ruvida When I Go come fosse un’antico spiritual; quando, pizzicando morbidi accordi da una 12 corde acustica, canta un country blues che pare echeggiare dal profondo Mississippi come Trust You To Gig My Grave o quando spreme malinconia soul dai tasti del pianoforte per una Nothiing At All che è pura emozione.

In generale la temperatura del concerto è sempre piuttosto alta a partire dal saturo rhythm’n’blues di Bad Habits, dalla trascinante The Blues Overtook Me cantata da Musselwhite, da una dilatata Get Up che vira quasi verso la psichedelia sull’onda dei fuorigiri degli assolo, passando per una I’m In I’m Out And I’m Gone che comincia come Who Do You Love e prosegue come un ipnotico boogie di John Lee Hooker, per la sporcizia garage di Found The One, per una polverosa e desertica I Ride At Dawn, per il ritmo serrato di una dinamica Movin’ On, fino a una Blood Side Out virata gospel che sembra chiudere il concerto con una nota di malinconia.

Il pubblico entusiasta non ne ha ancora abbastanza e richiama sul palco gli artisti che, oltre allo spettacolo della sopracitata When The Leeve Breaks, concedono nuove emozioni con una sofferta No Mercy In This Land, una esplosivaThe Bottle Wins Again, una Long Legged Woman che Musselwhite interpreta con consumato savoir faire e una verve d’altri tempi, per concludere con il lamento struggente di una All That Matters Now letteralmente da pelle d’oca.

Ancora una volta il blues si dimostra un feeling capace di unire diverse generazioni: Ben Harper torna dove tutto è cominciato e Charlie Musselwhite fa quello che ha sempre fatto con la solita maestria e l’innata naturalezza. All’apparenza tutto molto semplice e senza tante cerimonie, così come dovrebbe essere, ma l’idea indubbiamente funziona, il pubblico gradisce e il concerto è un successo, che almeno per una sera suscita l’illusione che il blues possa essere una musica per tutti.

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