Beth Gibbons live a Milano, 11/7/2025

Lino Brunetti
7 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Non che potessero esserci molti dubbi al riguardo, ma il concerto di Beth Gibbons nei Giardini della Triennale di Milano, rimarrà probabilmente a lungo nel cuore di quanti vi hanno assistito e finirà con l’essere uno di quelli dell’anno. L’unica data italiana del tour a supporto di Lives Outgrown era prevedibilmente andata sold out in un battibaleno, 2000 biglietti bruciati in un soffio, a testimonianza dell’amore che, in Italia come ovunque, circonda l’arte di questa schiva musicista, la quale, più che evidentemente, si ripresenta al pubblico solo se ha veramente qualcosa da dire.

In oltre trent’anni di carriera, i brani che la vedono coinvolta in prima persona sono solo poche decine, sparpagliate nei tre immortali dischi dei Portishead (una delle band cardine del trip hop, assieme a Massive Attack e Tricky), in quello realizzato in coppia con Rustin Man (Out Of Season) e in questo esordio tardivo intitolato Lives Outgrown, arrivato l’anno scorso a scompaginare le carte della modernità discografica, piazzandosi in cima a innumerevoli classifiche di fine anno con canzoni che, rispetto a ciò che ci gira attorno, nulla sembrano avere a che fare con l’epoca schizofrenica, distratta e frettolosa, immersa in un information overload da cui non si scampa, quale quella attuale. Un disco colmo di ballate folk ombrose, dalle atmosfere umbratili e crepuscolari, fatto di testi struggenti che sono enigmatiche proiezioni emotive di un’anima tormentata, intenta ad affrontare le sue paure e i suoi fantasmi con l’arma della poesia. Un album che è stato (giustamente) accolto come un capolavoro, come del resto è sempre successo con qualsiasi cosa su cui Gibbons abbia messo mano.

E così eccoci qui allora, trepidanti per una delle sue rare performance, ad abbeverarci alla fonte di uno dei pochi personaggi che possiamo ancora continuare a chiamare Artista, senza che ci colga il dubbio di avere esagerato. Gli ampi e confortevoli spazi dei Giardini della Triennale vanno riempiendosi e intanto calano le tenebre, il giorno volge in notte, giunge il momento delle ruminazioni interiori. Il concerto inizia alle 22, un po’ più tardi del solito, perché Beth vuole suonare con il buio. Sale sul palco, rimane a piedi nudi togliendosi i sandali e si abbarbica al microfono in quella posa che, per chi ha già avuto modo di vederla in passato, sa essere solo sua. Le luci le danzano attorno, ma lei rimane quasi sempre in ombra, a sottolineare la ritrosia a mettersi sotto i riflettori, anche quando è lei a decidere di farlo. Quando non canta, si volta di spalle, quasi a volersi nascondere, lasciando la scena unicamente ai suoi musicisti.

Ecco, parliamo di loro, come prima cosa: la band con la quale Beth si presenta sul palco è assolutamente grandiosa, capace di fare un lavoro incredibile nel dare forza alla sua voce espressiva intinta nel jazz, nel soul e nel blues, senza rubarle la scena, ma offrendo piuttosto una musicalità di rara eleganza e ricchezza timbrica. Sono in sette on stage: partendo da sinistra, troviamo il chitarrista e percussionista Eoin Rooney, il bassista e chitarrista Tom Herbert, la batterista Sophie Hastings, il tastierista Jason Hazeley, il pittoresco multistrumentista Howard Jacobs (una sorta di folle Rasputin vestito da samurai, intento a destreggiarsi tra mille percussioni, sax baritono, clarinetto basso, vibrafono, flauto e sega musicale), per finire con Anisa Arslanagic e Richard Jones, rispettivamente a violino e viola.

L’attacco è con Tell Me Who You Are Today, lo stesso pezzo che apriva Lives Outgrown, è subito si ha la sensazione di essere trasportati da una malia conturbante in un universo altro, fatto di pura emozione. I pezzi del nuovo album vengono suonati tutti e, per quanto possa sembrare incredibile, risultano essere ancora più belli che su disco. Non è solo per via della voce perfetta di Beth, ma anche per merito di musicisti che, come detto, si destreggiano mirabilmente tra arrangiamenti in grado di essere sontuosi e stratificati, anche quando ci si muove in ambienti intimi e raccolti.

Il tutto ha un maggiore grado di dinamismo, le differenze timbriche rispecchiano l’intensità emotiva e ci sono momenti in cui, tra melodia e suono, ci si perde nel brulicare di suggestioni. Un esempio perfetto potrebbe essere Floating On A Moment, del tutto fedele al suo titolo, tanto da farla scivolare in un universo lynchiano, laddove Rewind si carica di tutto l’ipnotico tribalismo rock trattenuto nella versione in studio, cosa che per certi versi avviene anche con una For Sale preda delle deviazioni esotiche offerte dagli archi. Ogni pezzo dà l’impressione di essere trascinato fuori dal suo bozzolo, come se ci si trovasse di fronte a una sorta di amplificazione delle emozioni.

Nella prima parte del set, Beth Gibbons rispolvera pure un paio di pezzi dal disco con Rustin Man, prima con un’avvolgente, malinconica e folkeggiante Mysteries, poi con una magnetica Tom The Model che è un’esplosione di melodia e ritmo, in una cornice sonora orchestrale che trafigge il cuore. Forse non quanto, inutile negarlo, come quando nel bis tira fuori dal cappello due capolavori dei Portishead: prima una Roads da lacrime vere, ancora più dolente, fantasmatica e struggente dell’originale, in larga parte spogliata dal beat, e poi una Glory Box da brividi, al contrario sorprendentemente vicina all’originale, liberatorio assolo di chitarra ed esplosione sonora compresi. Non da meno è comunque anche una potente e visionaria Reaching Out, a suggellare l’ora e un quarto di concerto con forza straordinaria (è vero, avremmo tutti voluto durasse di più).

Poi Beth vince la sua proverbiale timidezza – durante il concerto aveva giusto sussurrato qualche stentato «grazie mille» – per scendere ad abbracciare e stringere le mani agli spettatori delle prime file, subito dopo essersi inchinata davanti a tutti col resto della band.

Speriamo non faccia passare un’altra volta anni e anni prima di fare qualcosa di nuovo.

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