Big Thief live a Segrate (MI), 14/6/2026

Lino Brunetti
5 minuti di lettura

Nell’ormai lontano febbraio 2020, i Big Thief avrebbero dovuto suonare al Circolo Magnolia di Segrate, non fosse che proprio in quei giorni iniziava il famigerato lockdown dovuto al Covid, con conseguente cancellazione di qualsiasi evento. Oltre sei anni dopo, la band indie folk di Brooklyn approda finalmente al Magnolia, con quella che è l’unica data italiana del loro Somersault Slide 360 Tour. Sembra passato un secolo e loro, nel frattempo, sempre più si sono imposti come una delle band essenziali di questi anni. Non una questione di soli dischi straordinari (cosa che già basterebbe), ma anche di grandioso successo di pubblico, elemento che, per una band ancora relativamente giovane, oltretutto alle prese con una musica di matrice tutto sommato roots, ha parecchio del sorprendente.

Avevano dimostrato di avere un buon seguito già quando avevano riempito l’Alcatraz tre anni fa, ma, stavolta, la muraglia umana che ci accoglie negli ampi spazi del Magnolia in versione estiva (raramente visto così imballato) lascia quasi di stucco. Ciò che fa particolarmente piacere è constatare la preponderante presenza di giovani (quando non giovanissimi) e di tantissime ragazze, tra l’altro intente molte volte a cantare (assieme ad Adrianne Lenker) liriche così intense, che non forse non immagineresti possano appartenere a pieno (non sempre almeno) a un pubblico così imberbe. 

È il potere della grande musica. La connessione palco-audience, stasera, s’instaura fin da subito, a partire da una Carry (in realtà facente parte del repertorio solista della Lenker, ma suonata spesso dal vivo anche con la band) il cui testo affronta temi come la memoria e l’accettazione della perdita, nel mentre che gli strumenti disegnano un folk rock appena increspato da qualche irregolarità, ma in realtà dolce e avvolgente. In contrasto con quanto uno avrebbe potuto pensare, i concerti che i Big Thief stanno portando in giro non sono basati sui pezzi dell’ultimo Double Infinity, dal quale alla fine traggono giusto (una in fila all’altra e a metà show circa) la bellissima Words, la stupenda title-track e l’intima Incomprehensible. Il repertorio è assai più vario e attinge da quasi tutti i loro album, con un occhio di riguardo (almeno stasera, visto quanto cambiano le scalette) sulle prime cose.

Poche le parole pronunciate da una Lenker apparsa in formissima durante lo show, dato che preferisce far parlare le sue melodie cantate con voce sicura. Ma non solo, è sua la chitarra elettrica che domina la scena, spesso lanciata in parti soliste che rimandano al groviglio elettrico di Neil Young coi Crazy Horse. Il suono che hanno dal vivo, infatti, è più roccioso ed elettrico, con i ritmi umorali di Krivchenia (qui supportato dal basso discreto di Joshua Crumbly) a far da base perfetta per l’intreccio di chitarre di Adrianne e Buck Meek. Se la prima è più lancinante e ruvida, il secondo appare più intento a giocare di ricamo, completando come meglio non si potrebbe un’accoppiata dall’intesa perfetta.

La sequenza Masterpiece, Not e Vampire Empire è semplicemente da urlo (anche se la seconda viene interrotta a metà – e poi ripresa – per un malore tra il pubblico), con un tiro elettrico da favola che, in Not soprattutto, si esprime attraverso feedback e improvvisazioni acide nella lunga coda strumentale. In scaletta sfilano alcuni dei loro classici (Shoulders, Real Love, Sharkie Smile, ad esempio), ma mille altri rimangono fuori. Fanno in tempo a proporre due pezzi nuovi (Mr. Man e Pterodactyl), entrambe un po’ diverse dal solito e piuttosto dure, ma il tutto dura solo un’ora e venti, lasciandoci desiderosi di qualcosa di più. Nel bis c’è comunque stato spazio per il tono scanzonato di Born for Loving You, per una Cartainty agreste e per una Paul suonata su richiesta di qualcuno nel pubblico.

Un concerto capace di scaldare il cuore, così bello che almeno un’altra mezz’ora non avrebbe certo fatto male.

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