Dovessi citare un solo disco dal vivo, tra quelli usciti negli ultimi anni, che sicuramente vale la pena portarsi a casa, probabilmente indicherei il recente Resuscitate! di Bill Callahan. Attraverso versioni febbrili e visionarie, lì, le canzoni del cantautore originario del Maryland fiorivano letteralmente da loro stesse, profilandosi come qualcosa di completamente diverso rispetto a ciò che erano in origine, grazie anche a cospicue parti (presumibilmente) improvvisate e una libertà d’ispirazione e d’esecuzione davvero sorprendente.
Assistere a uno dei quei concerti deve essere stato qualcosa di super esaltante. Callahan è un fuoriclasse, uno dei migliori singer songwriter della sua generazione, dotato di una voce e una personalità magnetica, e pertanto era lecito aspettarsi grandi emozioni anche da una performance in solo, come quella prevista a Tener-a-mente, la splendida rassegna che come ben sapete si svolge presso l’Anfiteatro del Vittoriale a Gardone Riviera. Bill, ce l’aveva preannunciato, sta girando in Europa armato solo della sua chitarra e di un piccolo armamentario di percussioni. Siamo all’apposto del sound a tratti magmatico di Resuscitate!, eppure, possiamo dirlo subito, il suo concerto è stato lo stesso un distillato di grandissima musica.

In apertura, una mezz’oretta di show del texano Jerry David DeCicca, il cui recente Cardiac Country abbiamo lodato anche sulle pagine di Buscadero. Cantautore d’Americana molto classico, con melodie che ti sembra d’aver sentito mille volte, accompagnate da un’acustica arpeggiata, il soffio di un’armonica, il tutto intinto nella poesia delle piccole cose. È una dei tanti cantastorie che girano per gli Stati Uniti, ma le sue canzoni sono un luogo in cui è facile trovare rifugio, forse porprio perché hai l’impressione che facciano parte di te. «Siete pronti a farvi cambiare la vita da Bill? Perché se non lo siete, credo siate nei guai», dice prima di scendere dal palco, presentando il collega con parole indubbiamente non spendibili per chiunque.
Il fatto, però, è che in effetti a Bill Callahan bastano due note due di Jim Cain, per far vedere che con lui si sta giocando in un campionato completamente diverso. La sua voce baritonale, loureediana verrebbe da dire, dispiega melodie che si dipanano attraverso metriche che non sono quelle usuali e la chitarra elettrica che imbraccia è usata sì come accompagnamento, ma anche per giocare con gli spazi, profilandosi molto più umorale, che non lineare come uno si aspetterebbe. Le percussioni basiche, qualche piccolo e raro effetto creato con una loop station, gli permettono di variare quanto basta e di lavorare ulteriormente sul suono, aumentando l’espressività del tutto.

In mezzo alle canzoni tratte dai suoi album – Sycamore, Coyotes, Cowboy, una splendida Natural Information, ad esempio – infila anche numerose canzoni di quando si faceva chiamare Smog, cose come Cold Blooded Old Times, River Guard, The Well, tra le altre. A un certo punto ci piazza una cover del vecchio traditional In The Pines (magari la conoscete con i titoli Black Girl o Where Did You Sleep Last Night?), pezzo facente parte del repertorio del grande bluesman Leadbelly, ma cantata da molti altri (pure Mark Lanegan e i Nirvana), chiaramente inglobata perfettamente nel suo mondo, resa completamente sua attraverso una versione da brividi.
Sul finale di concerto – generoso, quasi due ore – altre due chicche, una raggelata e intensa Rock Bottom Riser e la melodica e ruspante Let’s Move To The Country, prima della definitiva chiusa con (credo) Drover, scelta tra le mille richieste pervenute dal pubblico, numeroso, nonostante non sia questa musica capace di attirare grandi masse. Mancava dall’Italia da un decennio almeno, lode a chi l’ha riportato sui nostri palchi.


