Black Keys, Jet, The Lemon Twigs live all’AMA Festival, Romano d’Ezzellino (VI), 15/7/2025

Helga Franzetti
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Foto © Andrea Tessarolo

I grandi eventi nascondono sempre delle incognite: la venue, l’organizzazione, l’acustica. I grossi numeri che muovono i Festival pensati per un numeroso seguito, al giorno d’oggi, non dovrebbero permettersi di sbagliare alcuna cosa, ma succede che trovare il modo di far filare tutto liscio è sempre una combinazione rara. La prima serata di AMA Festival a Romano d’Ezzelino, fra i colli che tanto piacquero anche a Dante, ha visto, tutto sommato, decretare il successo dell’organizzazione, almeno per quanto riguarda l’aspetto legato più strettamente all’offerta musicale e, con apprezzamento da parte della sottoscritta, al servizio interno delle aree dedicate ai break e al food and drink (con basi destinate anche alla ricarica di acqua potabile).

© Federico Pontarollo
© Tiziano Tesser

La giornata lavorativa, i tempi di parcheggio e l’accesso a piedi da un’unica via non troppo ampia e piuttosto affollata ha rallentato l’arrivo all’orario previsto per la performance dei Lemon Twigs, goduta solo a metà. La band di Long Island, forse condizionata da una platea ancora poco compatta (a mio parere a causa di un inizio concerto un po’ troppo anticipato per essere un martedì sera), ha aperto la serata con un set oltremodo diligente, ma senza pigiare sull’acceleratore. Il fedele approccio follemente revivalista al loro power pop fresco e melodico, mai troppo d’impatto, ha evitato di spingere sulle dinamiche, preferendo melodie godibili a un suono più aggressivo. Le vibrazioni di un originale sound retrò hanno però raggiunto tutta la platea, che, in un’atmosfera rilassata, si muoveva a tempo dei successi più recenti, come la frizzante Peppermint Rose (udita solo in lontananza) o il surf mood di How Can I Love Her More, ma anche su di una vivace Ghost Run Free e la sbandata R’n’R di Bring You Down. I due fratelli Brian e Michael D’Addario si sono divisi in maniera equa spazi e show, con il primo alla chitarra e alla voce principale e Michael che a staffetta andava dal basso ai tamburi, dando vita a dinamiche un po’ più movimentate. Strumentazione British Invasion anni ‘60 e attitudine glam rock, con una canottiera fucsia di Brian dal gusto orribile, sentori dei Beach Boys, dei Beatles e dei Kinks, in mezzo a fantasie contemporanee che rendono la loro identità qualcosa di tipicamente originale, ma confidenzialmente familiare. «Se fossimo negli anni ’70, i Lemon Twigs sarebbero molto probabilmente dei teen idol» scriveva Rolling Stones.

© Andrea Tessarolo

Quarantacinque minuti per un ottetto di brani che regalano l’aperitivo a un pubblico la cui affluenza inizia a diventare più importante quando, poco dopo, sulla scena, dall’emisfero sud, prorompe l’esplosivo indie rock anni 2000 degli australiani Jet. Un trionfo, il loro, decretato da pezzi di successo come Are You Gonna Be My Girl, Look What You’ve Done, She’s A Genius, tutte in scaletta martedì, assieme alla simpatia effervescente del frontman Nicholas John Cester, che dialoga col pubblico rammentando le origini italiane (Venete, manco a farlo apposta), in un quasi perfetto idioma e sottolineando la grande ospitalità del nostro popolo («Ieri ho passato una bellissima giornata coi miei cugini di Nervesa, che oggi sono qui fra voi»). Una scarica di adrenalina, fra Hurry Hurry, l’energia di Rollover DJ e il boato sulla cover dei connazionali AC/DC It’s A Long Way To The Top, dedicata all’unica ragazza australiana in mezzo al pubblico. Ma la sorpresa più piacevole deve arrivare ancora: dopo circa un’ora di spettacolo, a far cantare migliaia di persone è Un’avventura di Battisti, miscelata un po’ in inglese e un po’ come la sappiamo noi. Un omaggio a squarciagola che il buon Nic racconta aver ascoltato dal papà quando era ancora piccolino. Il ritorno dopo anni di inattività (dal 2016 al 2023) sembra promettente: audaci, baldanzosi e con anima da vendere in una bollente esibizione che ha aperto nel migliore dei modi la scena alle grandi star della serata.

© Federico Pontarollo

Cambio set piuttosto lungo, che solo più tardi lascia ben intendere quanto sia valso essere lì fra mille attese, pur col pensiero di una maratona verso casa durante la notte. L’emozione di veder salire su quel palco una fra le band che ha spalancato le porte del nuovo millennio tracciando un profondo solco (non solo nel percorso musicale della sottoscritta, ma in quello di una generazione intera), è esplosa quando il duo di Akron ha cavalcato libero la scena, dispiegando la stessa forza che agli esordi lo ha portato a congegnare quel potente ordigno musicale. Sono solo loro due, difatti, a innescare la detonazione, con il trittico Thickfreackness, The Breaks e I’ll Be Your Man, da quel primo paio di dischi (datati 2002 e 2003) che incendiarono i primi dirompenti passi. Una scaletta, poi, che si è rivelata ben in equilibrio, abbracciando una carriera ventennale di aperture e deviazioni non sempre digeribilissime, ma in questo frangente la scelta dei brani dedicati alla serata è stata sintomo di energico entusiasmo.

© Andrea Tessarolo

Il resto della band compare su di una vibrante Gold On The Ceiling: in sei sul palco con due chitarre, percussioni, batteria e tastiere, il tutto a fondersi in un perforante suono elettrico, dalla psycho-dance di Fever, a cui più tardi si aggiungerà una floydiana Weight Of Love, a ricordare l’epoca Turn Blue, datata undici anni fa, a una recentissima Wild Child, in grado di far cantare gli ormai diecimila che hanno riempito il Parco di Villa Negri. Carney funziona come il martello di Thor, mentre il suo socio alla chitarra mostra di essere ancora un ottimo musicista, oltre a sfoggiare una voce dalla forma smagliante: se pure con gli anni si sono un po’ imbolsiti, nulla hanno perso in termini di dinamismo e grandissima vitalità. La macchina del tempo continua a viaggiare, con Lo/Hi da tempi più vicini e l’imbastardimento di On The Road Again, che ha emozionato il pubblico di cultori, “anziani” e nostalgici, da Attack and Release con le atmosfere crepitanti di Psichotic Girl e l’hard blues di I Got Mine, fino a quel capolavoro che fu Brothers. Grande spazio viene dedicato a quello che rimane fra i miei album preferiti, con il fuzzbuzz di Next Girl e le svisate elettriche di Everlasting Light, i robusti ritmi di Howlin’ For You e il blues imbrattato di She’s Long Gone. Carichi, sghembi, dalla strumentazione non troppo pretenziosa (a parte il muro di ampli alle spalle di Auerbach) e senza alcuna voglia di ricami, i Black Keys sembrano levar via la patina dagli ultimi dischi, tornando al desiderio di sudare lì sul palco. E ancora, generosi, una Man On A Mission ad alto impatto che, insieme al brano pilota No Rain No Flowers, regala un assaggio dell’ultimo disco in uscita il mese prossimo.  L’encore è dedicato al folgorante giro di boa che consacrò la band al successo universale, e dopo un attacco acustico di Auerbach con Little Black Submarines, arriva la furia dell’intera formazione con una Lonely Boy che fa ballare la marea umana lì davanti.

© Giovanni Zonta

Una serata carica di gioia, di energia e di condivisioni, il popolo del rock riunito sotto al palco di una fra le band che ha dato maggior linfa all’epoca del nuovo millennio. L’elevata affluenza al festival vicentino, non fa che confermare l’interesse per una delle principali rassegne musicali estive di tutto il nord Italia. Il primo sold out  del decennale, con qualche lungaggine di troppo nel deflusso post concerto, ma anche questo fa esperienza per limare incompiutezze alle prossime occasioni. Niente di grave quando è la musica a trionfare.

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