Sebbene un po’ di paura abbia sicuramente pervaso gli animi degli avventori del concerto milanese dei Black Keys (che pochi giorni prima avevano cancellato la data di Berna), in cuor mio, sinceramente, ho subito pensato che potessero guarire, perché le date, nella città Meneghina, non solo erano due, ma anche sold out (seppur qualche biglietto in realtà fosse rimasto sulla piazza), tanto da far parlare di un altro possibile incontro in ottobre, viste le prevendite più che fortunate. Così per fortuna è stato e i Keys si sono presentati regolarmente sul palco in ottima forma, tenendo botta entrambe le serate. Chi scrive ha preferito il venerdì al debutto (per via d’ impegni presi in precedenza), ma mi dicono che la prima serata ha avuto un gran successo, oltre che un ottimo riscontro come la seconda.
Robert Finley, il cui compito è quello di aprire le danze, domina con eleganza il set minimale allestito per la sua esibizione: quaranta minuti di carisma e garbo, a costruire un sound lo-fi incredibilmente suggestivo. La decisione di cominciare con una decina di minuti d’anticipo sulla programmazione (prevista per le 19.30) e il traffico milanese, però, mi rubano parte del concerto, anche se riesco, a ogni modo, a prender posizione nei pressi del palco per godere dell’enormità della presenza scenica del personaggio. Settadue stagioni e una vita intera di lavoro per arrivare fino a qui: lavoro vero, quello che ti spacca la schiena e, in secondo piano, la sempre amata musica, la quale riesce a renderlo indipendente solo piuttosto avanti con l’età.
Sta con Auerbach da tempo, ormai, e Hallelujah! Don’t Let the Devil Fool Ya, il suo quarto album per Easy Eye Sound, resta una ricerca intima e profonda, intrisa di gospel, soul e dell’amore per la musica della sua terra. Il suo talento si respira da lontano e lungo la pelle corrono brividi bollenti, soprattutto quando il suo falsetto diventa magistrale sul crescendo impressionante di Souled Out on You. L’alchimia tra i musicisti è palpabile in tutta la sala e la voce della sua compagna riempie le salite e le discese ricamate dalla magica atmosfera attorno al musicista. Una “rinfrescante” essenzialità è tutto ciò che basta a restituire un’esibizione appassionata, chiusa da una splendida I Wanna Thank You prima della pausa prevista di mezz’ora (che si allunga a tre quarti buoni) per il cambio set.
Quei Black Keys che tanto ci hanno regalato durante 25 anni di carriera, non impressionano nell’immediato e inizio a chiedermi se ne varrà la pena a fine serata, perché dal ricordo che ho dell’anno prima all’AMA Festival, sembra una partenza alquanto sottotono. La grande scritta che campeggia sopra al palco ricorda la grandezza di una band che ha rivoluzionato un paradigma, ma che solo pochissimi anni fa era sull’orlo della fine. Quel dannato duo di Akron che ha fatto impazzire una generazione, ora ne raggruppa almeno due e la terza, quella degli eredi, è presente, seppur in numero esiguo, per testimoniare quanto valga la pena poter dire: «ho assistito a un concerto dei Black Keys».
Una fase di riscaldamento che, nella prima parte, vede poche spinte sull’acceleratore, e durante la carburazione lenta della band, l’unico che sembra “dissentire” è Carney, maledettamente concentrato a picchiare sulle pelli. The Breaks, I’ll Be Yor Man, un excursus fra successi come I Got Mine e Fever, quando una già più calda Have Love Will Travel, il brano di Richard Berry che la coppia ha rimaneggiato su quel magnifico Thickfreakness, anno domini 2003, apre una seconda parte decisamente più in stato di grazia.
Lo/Hi accende il pubblico e finalmente i motori funzionano a dovere, tra lunghe cavalcate elettriche e assoli indominabili: Auerbach, per quanto mi riguarda, resta uno fra i migliori chitarristi in circolazione. Il dialogo fra le due chitarre è fra gli elementi cardine del suono scelto dalla band e You Got to Lose, l’omaggio a Earl Hooker, ne è il picco d’espressione, passando per gli inserti ipnotici su Everlasting Light, da quel capolavoro che fu Brothers.
Riff esplosivi o martellanti, fra wah wah e distorsioni, Barrie Cadogan e Auerbach sollazzano a ripetizione e si sincronizzano su una commovente Weight of Love, accompagnando il pubblico in una cavalcata emozionante, fino a portarlo a cantare tutti insieme sull’immancabile Howlin’ for You, mentre la sezione ritmica Andy Gabbard-Patrick Carney risponde alzando i battiti. Il funk di Tighten Up e la sporcizia di Man on a Mission aprono a una carichissima I Wanna Be Your Dog, un boato a firma Stooges, graditissima sorpresa, dove Jimbo Matus, addetto alle tastiere fino a quel momento, si lancia con l’armonica in un piacevolissima variante. Una scaletta davvero varia e intrigante, riassuntiva di una carriera ricca e non sempre fedelissima alla linea che, attraverso la scelta di attingere a tutto il repertorio, ha accontentato l’intero pubblico, fatto di giovani e meno giovani, venuti lì per ascoltare una grandiosa band che ha marcato gli ultimi 25 anni della musica.
Gli encore regalano le ultime emozioni: l’introduzione acustica di Little Black Submarines, che cresce fino all’esplosione, e l’immancabile chiusura con Lonely Boy, un rituale ormai conclamato. Due ore che hanno entusiasmato la platea, ricordando la potenza di quel duo di Akron che, con il suo The Big Come Up, stava iniziando un roboante viaggio, da fatiscenti scantinati su in Ohio fino al Mississippi, passando per i templi sacri del rock & roll e della soul music.


