Dal Jones Beach Theater di Long Island, un viaggio che, tra musica e orizzonti lontani, attraversa il decimo anniversario del festival itinerante volto a celebrare l’anima più autentica dell’America.

C’è un filo invisibile che attraversa la storia della musica americana, un filo fatto di strade e di orizzonti lontani, di corde di chitarra consumate e di voci intente a raccontare storie, vere o inventate (ma questo conta poco), sempre destinate a rimanere. Un filo che parte dai medicine show itineranti dei primi del Novecento, passa per le carovane folk degli anni Sessanta, si ferma nella Rolling Thunder Revue del ’75 — quel caos organizzato in cui Bob Dylan e compagnia portavano la musica in teatri, arene e palestre di provincia — e arriva, oggi, all’Outlaw Music Festival.
Nato quasi per caso nel 2016 a Scranton, Pennsylvania, come evento ideato da Willie Nelson (avrebbe dovuto essere un unico one-shot), è cresciuto fino a diventare un vero e proprio tour coast-to-coast. Non è un festival qualunque: è una compagnia temporanea che si sposta in blocco da città a città, una truppa del suono, dove vecchie leggende e nuove promesse condividono il palco e la strada. È l’ultima incarnazione di un’idea di musica come viaggio collettivo e rituale, dove il pubblico non è spettatore ma parte integrante della traiettoria.
Anche quest’anno sono numerosi gli artisti che hanno condiviso il palco con Bob Dylan e Willie Nelson — gli unici due presenti in tutte le date — confermando quella natura itinerante e corale che è il marchio stesso dell’Outlaw Music Festival, con ben 36 concerti attraversando l’America in lungo e in largo. La tappa del 1° agosto 2025 al Jones Beach Theater di Wantagh, a Long Island, aveva un’aura speciale. Non solo per la cornice: un anfiteatro all’aperto sospeso tra oceano e cielo, con le onde che arrivano fin quasi alle gradinate e la brezza salmastra che sposta le note come se fosse parte dell’orchestra. Ma anche perché aveva, per me, un significato speciale: il venticinquesimo concerto di Bob Dylan a cui assistevo. Farlo a pochi chilometri da New York City, dove Dylan ha costruito la sua leggenda, è stato come tornare al punto di partenza di un viaggio iniziato tanti anni fa, sapendo che il punto di partenza non è mai uguale a quello dell’arrivo.
Il sole era ancora alto quando Waylon Payne ha aperto la giornata. In jeans, camicia a quadri e un’aria da uomo che ha visto di tutto, Payne porta nel sangue una genealogia ingombrante: figlio di Sammi Smith (voce di Help Me Make It Through The Night) e Jody Payne, storico chitarrista della band di Willie Nelson, The Family. Canta Sins Of The Father e sembra raccontare la sua stessa storia; in Sunday, la sua voce scivola nell’intimità e nella redenzione gospel. Il pubblico, fatto di veterani cowboys ma anche di tanti giovani, ancora in parte distratto tra birre e saluti, comincia lentamente a concentrarsi. È un’apertura silenziosa ma potente, come il primo capitolo di un libro che sai diventerà impossibile chiudere.
Poi arriva Lucinda Williams, e l’energia cambia. Cammina lentamente verso il microfono, senza la chitarra che la accompagnava per tutta la carriera, segno dell’ictus che nel 2020 le ha tolto alcune cose, ma non la capacità di raccontare. Dietro di lei una band che, invece di essere mero accompagnamento, assume i connotati della muraglia: Marc Ford e Doug Pettibone intessono dense trame elettriche mentre la sezione ritmica pulsa con una solidità da treno merci. Let’s Get The Band Back Together ha il sapore di una cartolina vissuta; Stolen Moments e Drunken Angel lasciano emergere la nostalgia, Joy si accende di energia ruvida, spigolosa e irriverente, con un breve passaggio di Sweet Leaf dei Black Sabbath che suona come un saluto a Ozzy Osbourne, da poco scomparso. Sempre tra i tributi, arrivano due brani che spiazzano e commuovono: While My Guitar Gently Weeps, dal respiro blues, e Rockin’ In The Free World, che chiude il concerto con un’energia graffiante, mentre la voce di Lucinda si amalgama alla perfezione con le chitarre.
Con i Wilco, il paesaggio sonoro cambia ancora, diventando un’architettura di precisione. Jeff Tweedy ha quella calma da capitano che sa esattamente dove vuole portare la nave. Handshake Drugs apre il set come un puzzle che si compone davanti ai nostri occhi, seguito da Evicted, che aggiunge tensione e delicatezza allo stesso tempo. Hummingbird scivola morbida, mentre I Am Trying to Break Your Heart avvolge l’aria con un’atmosfera intensa e riflessiva. Jesus Etc. è un flusso ipnotico che trasporta con le sue immagini e melodie avvolgenti. E poi Impossible Germany: Nels Cline costruisce un assolo che sembra un racconto a parte, iniziando quasi in punta di piedi e crescendo fino a un vortice controllato in grado di lasciare tutti sospesi. Nel finale arriva California Stars, brano con testo di Woody Guthrie, in cui Mickey Raphael — storico armonicista di Willie Nelson — regala quel tocco magico e polveroso da prateria. Questo momento, insieme al pezzo che segue, si eleva come uno degli apici più emozionanti dell’intera serata, catturando l’anima del pubblico. E poi, inaspettata, arriva U.S. Blues dei Grateful Dead, eseguita per celebrare il compleanno di Jerry Garcia, che trasforma l’anfiteatro in una festa improvvisata. Tutti sono in piedi, e si respira davvero l’atmosfera di un’America lontana nel tempo, viva più che mai. I Wilco, abbandonando il palco, lasciano dietro di loro le migliori vibrazioni possibili per il clou della serata che sta per arrivare.
Pochi, in platea, si accorgono di ciò che accade mentre i tecnici lavorano con celerità per allestire lo show di Bob Dylan & His Band. Una macchina della polizia di New York si ferma davanti al pullman di Bob Dylan, parcheggiato vicino al molo alla sinistra del palco. Improvvisamente, Tony Garnier, il fidato bassista, si dirige verso il pullman e da lì emerge una figura incappucciata: è Dylan in persona. Per raggiungere il palco, His Bobness (con i suoi 84 anni sulle spalle) usa una barca ormeggiata al molo, scortato dalla sua band e dalla sicurezza. Attraversano le acque della laguna, in un passaggio che sembra quasi un rito. Nel frattempo, i maxischermi fino a quel momento accesi si spengono, immergendo il pubblico in un’oscurità densa di attesa. Dal sistema audio esplode a tutto volume 40 Miles Of Bad Road di Duane Eddy, con le sue note vibranti che riempiono l’aria e creano l’atmosfera perfetta (non si dimentichi che questo titolo è citato in Things Have Changed, nel «I’ve been forty miles of bad road / If the Bible is right, the world will explode»: brano utilizzato per anni come opener degli show).
Tutti sono vestiti completamente di nero, ma Dylan si distingue per quel cappello bianco decorato con una piuma. Nascosto dietro al pianoforte e protetto da una sorta di lampada a forma di albero che vela il volto, Dylan è pronto a cominciare. Apre con il gospel Gotta Serve Somebody in una versione country-soul, fresca e inedita, che richiama l’interpretazione di Shelter From The Storm del Never Ending Tour. Segue I Can Tell, una cover di Bo Diddley del 1962, autentico grido blues nel quale Dylan infonde nuova linfa country-blues che attraversa tutta la serata come filo conduttore. Forgetful Heart si apre con un’intensità drammatica che rapisce il pubblico, con un arrangiamento nuovo di zecca di bellezza ineguagliabile, probabilmente il migliore di sempre. Dylan è sul pezzo e azzarda anche un solo di piano fino a portare ad un finale da urlo. Segue un’altra cover Axe And The Wind, brano del 1968 di Willie Dixon, che conferma il viaggio nella tradizione più profonda della musica americana. La band accompagna Dylan con un approccio rispettoso creando un’alchimia perfetta nel finale tutto strumentale. Dylan sembra quasi anticipare un ipotetico album «di cover», dato che durante la serata ha eseguito ben 5 brani dai repertori altrui, come se un filo tematico li legasse tutti: amore perduto, amore ritrovato, gli alti e bassi della vita. Per l’appunto, tra il 5 e il 6 agosto ha trascorso con la band due giorni in studio, al White Lake Studios di Colonie, New York, anche se non è noto cosa abbia registrato né in che modo.
Uno dei momenti più toccanti è l’esecuzione di To Ramona, brano scritto oltre sessant’anni fa e qui interpretato con una tenerezza che colpisce al cuore. La melodia valzer si fa fragile e malinconica, mentre la voce di Dylan, ormai più ruvida, scandisce ogni parola con una forza nuova. Dylan regala anche il primo accenno di armonica prima dell’ultima strofa e, alla fine del brano, strappa un’ovazione al pubblico. Segue Early Roman Kings, il brano più recente dell’intera scaletta, proposto in una versione fedele all’originale di Tempest (2012). Un momento che spezza temporaneamente il ritmo della serata e che, nonostante la solidità dell’esecuzione, non sembra suscitare particolare entusiasmo nel pubblico. Da notare come in questo tour Dylan non proponga nemmeno un brano da Rough And Rowdy Ways (2020), album eseguito per intero nel tour omonimo, scegliendo invece di spostare il baricentro su riletture di classici e incursioni nella tradizione americana. Poi, il concerto riprende quota con Under The Red Sky, eseguita con grande eleganza. Il verso «There was a little boy and there was a little girl / And they lived in an alley under the red sky», sembra risuonare nell’aria salmastra, mentre il cielo si fa via via più scuro, illuminato soltanto dai fari gialli del palco e dalla luna sospesa. All Along The Watchtower, intervallata dalla splendida rivisitazione della I’ll Make It All Up To You di Jerry Lee Lewis, ripescata dal 1958, viene completamente rinnovata: la chitarra di Doug Lancio introduce un riff che evoca la celebre versione di Jimi Hendrix, mentre la sezione ritmica si presenta del tutto inedita. Il mix risultante conferisce al brano una potenza e un’efficacia tra le migliori mai ascoltate dal vivo negli ultimi anni.
La performance di ’Til I Fell In Love With You è uno dei picchi della serata: un’interpretazione libera, audace, quasi rivoluzionaria, con Dylan e la sua band in perfetto stato di grazia. In questo brano cambia tutto, come se fosse appena stato scritto, e l’unico elemento immutato resta il testo. Un orecchio attento riconoscerà nelle rullate di Anton Fig richiami e citazioni che vanno da Cold Irons Bound a Thunder On The Mountain. Segue l’infinita Desolation Row, con la sua processione di personaggi che si rianimano nella notte. Dylan — vocalmente elastico e perfettamente a suo agio — ne restituisce con naturalezza le atmosfere enigmatiche e sfuggenti. Il crescendo incalzante, guidato dal contrabbasso di Tony Garnier e arricchito da un’armonica che evoca quella thin wild mercury music vagheggiata in passato, trascina il pubblico senza respiro nel gran finale. Love Sick mantiene tutta la potenza e il dolore di Time Out Of Mind (1997) e la chitarra di Bob Britt va a prendersi un ampio spazio. Bob propone poi un’altra cover: una scarna ma delicatissima Share Your Love With Me priva di tutti gli orpelli della versione di Bobby “Blue” Bland. Un intermezzo di rara bellezza. Blind Willie McTell emerge come un sussurro cadenzato, avvolto in un arrangiamento bluesy che rende piena giustizia al brano, considerato uno dei maggiori capolavori dylaniani e al tempo scartato dall’album Infidels (1981) in favore di canzoni meno ispirate.
Poi Highway 61 Revisited irrompe come un convoglio lanciato a tutta velocità, confermando — sessant’anni dopo — un’energia e un fascino che non conoscono tempo. Il finale, completamente stravolto, colpisce dritto allo stomaco. Di seguito, Dylan parla per la prima volta al pubblico, ringrazia con un semplice Thank you e presenta la fidatissima band. Propone poi un’insolita e improvvisa rilettura di Searching For A Soldier’s Grave, canzone country-gospel scritta da Jim Anglin alla fine degli anni Quaranta e portata al successo da Hank Williams. Appartenente al repertorio legato alla memoria della Seconda Guerra Mondiale, il brano affronta con toccante semplicità il tema della perdita e del ricordo dei caduti. L’interpretazione di Dylan si discosta nettamente dalle versioni da lui eseguite nel passato, avvicinandosi invece a un’esplorazione più intima e personale. A chiudere l’intero set dylaniano, un momento di rara magia con uno dei brani più immortali usciti dalla sua penna: Don’t Think Twice, It’s All Right. Presentata in un arrangiamento sorprendente, dove accordi jazz, none bemolli, aumentati e diminuiti si intrecciano in un’alchimia sonora unica, la canzone si trasforma da una delle dichiarazioni d’amore più ferocemente amare di sempre in un dolce e malinconico addio. Inevitabile pensare al luogo dove nacque il brano, appena quaranta miglia a nord-ovest, nelle strade del Village, tra la 4th Street e Jones St. Quando l’armonica entra, limpida e struggente, sembra condensare sessant’anni di musica, di viaggi e di storie: si alza nel cielo sopra la laguna, si mescola al vento e all’acqua dell’Oceano Atlantico, e scompare nella notte. Così se ne va Dylan, lasciando l’eco di un mito capace, ancora una volta, di reinventarsi. Riprende il suo viaggio infinito tra palchi e strade d’America, sempre sfuggente, sempre un passo oltre l’orizzonte.
Subito, senza soluzione di continuità, prende il palco Willie Nelson, introdotto da un video toccante che racconta le persone e i luoghi che hanno scritto la storia dell’Outlaw Music Tour, accompagnato dalle note della sua intensa interpretazione di Living In The Promiseland. Si alza il tendone. Con la bandana rossa e le trecce bianche, a novantadue anni, Willie avanza con passo lento, lo sguardo vivo di chi ha attraversato decenni di concerti per gli Stati Uniti. Sorride, saluta il pubblico, imbraccia Trigger — la sua leggendaria chitarra, segnata e consumata dal tempo — e parte con Whiskey River, trascinando subito la platea nel suo inconfondibile country da fuorilegge. Con Mickey Raphael all’armonica, fedele compagno di viaggio, e Waylon Payne alla chitarra e voce, il set diventa un mosaico del songbook americano: Stay A Little Longer porta l’eco delle dance hall texane, Still Is Still Moving To Me ribadisce l’energia che ancora lo anima, e I Never Cared For You mette in mostra quella sua voce rugosa ma capace di piegarsi con naturalezza a ogni inflessione emotiva. C’è spazio anche per rendere omaggio agli amici e compagni di una vita: Waylon Payne presta la voce a Workin’ Man Blues di Merle Haggard e a Help Me Make It Through The Night di Kris Kristofferson, canzoni intrise di nostalgia e malinconia.
Poi, tra sorrisi e intese sul palco, arrivano classici immortali come Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up to Be Cowboys e Good Hearted Woman, in cui la memoria dell’amico e collega Waylon Jennings sembra aleggiare nell’aria. Ma i momenti più struggenti sono quelli in cui Willie resta quasi solo: Angel Flying Too Close To The Ground, cantata come una preghiera; Always On My Mind, che diventa un sussurro collettivo tra artista e pubblico; e il medley tra Funny How Time Slips Away, Crazy e Night Life, sospeso tra passato e presente, come se il tempo si fermasse e riprendesse solo alla fine dell’ultima nota. Non manca il lato più allegro e scanzonato, con On The Road Again — il manifesto della sua vita — e Roll Me Up And Smoke Me When I Die, che strappa risate e applausi. La scaletta attraversa epoche e generi: dal gospel di I’ll Fly Away alla poesia crepuscolare di Tom Waits (Last Leaf), fino all’inno d’addio The Party’s Over.
Nel finale, i Wilco ritornano sul palco per una Will The Circle Be Unbroken corale che trasforma l’anfiteatro in una chiesa sotto le stelle, con Jeff Tweedy e compagni che armonizzano alle sue spalle. Dylan, ovviamente, non si unisce, e in un certo senso, è perfetto così: in questa carovana, ogni personaggio ha il suo momento e il suo mistero. E quando Willie, tra un ultimo sorriso e un cenno lento della mano, attacca I Saw The Light, l’aria si riempie di un calore antico, quasi sacro. Le voci si fondono, il pubblico canta, e per un istante sembra che il cerchio della musica americana si chiuda davvero. Poi, con il sole ormai calato e le luci che si abbassano, il vecchio cowboy si allontana, ancora in piedi, ancora sulla sua strada infinita. Non c’è addio, solo un arrivederci: anche Willie Nelson continua il suo viaggio, portando con sé la leggenda, la musica e quella luce che, finché lui sarà là fuori, non smetterà mai di brillare.


