Bonnie & The Jets, Bonnie & The Jets II

Marco Verdi
3 minuti di lettura
© Bonnie & The Jets website

BONNIE & THE JEST
Bonnie & The Jest II
B&TJ
***1/2

Se la povera Amy Winehouse avesse avuto alle sue spalle una rock’n’roll band, il suo suono sarebbe stato molto simile a quello di Bonnie & the Jets, gruppo norvegese titolare di un soul-rock potente e decisamente intrigante, guidato dalla formidabile voce nonché affascinante presenza di Caroline “Bonnie” Bennet, a sua volta accompagnata da un solido quintetto formato da chitarra, basso, batteria, tastiere e percussioni.

Chiaramente ispiratisi alla nota canzone di Elton John Bennie and the Jets (anche se le somiglianze col pianista britannico finiscono qui), B&TJ hanno alle spalle un album di debutto omonimo uscito nel 2022, e ora con questo Bonnie & the Jets II (stessa copertina ma colore diverso) alzano ulteriormente il livello con una serie di canzoni perfettamente bilanciate tra rock e soul e diverse performance degne di nota.

Dopo un breve ma suggestivo preludio corale a tinte gospel, il disco entra subito nel vivo con la potente Old/Stories, puro rock con la personalità di Bonnie in primo piano e un motivo di fondo che graffia. Naked è un robusto funk-rock che vede i Jets picchiare duro come fossero una garage band e Bonnie tirare fuori una voce notevole, Diamonds & Gold una splendida ballata con reminiscenze Sixties (e qui il paragone con Winehouse ci sta tutto), mentre con I’m Alone abbiamo un up-tempo suonato con forza tale da far risaltare ancora di più l’ugola formidabile della leader, evidenziando soprattutto la presenza di organo e chitarre.

Di bene in meglio con Breaking News, straordinaria ballata pianistica eseguita in maniera sontuosa e affiancata da una prestazione vocale da leccarsi i baffi; Broke Blues vede la band riposarsi un istante per cedere il passo a un’orchestra, la quale circonda la voce di Bonnie in modo molto vigoroso, e gruppo e orchestra uniscono le forze per la seguente Reinvent Yourself, ricavandone un accattivante R&B decisamente anni Settanta pre-disco.

Ancora il piano a dominare il suono nell’intensa Don’t You Fall in Love with Me, mentre Wasting My Time è uno slow elettrico molto classico nella scrittura e nel suono, oltre che privo per una volta di connotati soul/errebì. Finale a tutto rock con la funkeggiante e grintosa House of Creation, controbilanciata dalla toccante That Beautiful Smile per voce, piano e…brividi. Una bella sorpresa.

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