Boone Creek, Boone Creek

Paolo Crazy Carnevale
3 minuti di lettura

BOONE CREEK
Boone Creek
Hightone/Craft
***½

Sono del parere che, anche in musica, i cosiddetti «sacri Graal» si identifichino spesso con gigantesche bolle di sapone, mitizzate soprattutto sulla scorta della loro limitata reperibilità. Più un disco è difficile da trovare, da più tempo è fuori catalogo e mai ristampato, meno copie ne sono state pubblicate e distribuite, maggiore è la convinzione si tratti di capolavoro imperdibile nonché introvabile. Lo ammetto: dopo aver ascoltato dischi ascrivibili alla categoria, spesso e volentieri sono stato colto da perplessità. Non perché fossero brutti o perché ci fosse, tra i loro solchi, qualcosa di salvabile, ma perché i capolavori, per me, sono un’altra cosa. Valga un esempio su tutti, ossia il Rolling Thunder di Mickey Hart (dei Grateful Dead), una raccolta senza capo né coda di cose anche interessanti, sicuramente però non abbastanza per giustificarne lo status di «tesoro perduto» (anzi…).

Boone Creek, prima uscita discografica dell’omonimo gruppo, non è sicuramente una delusione, è un bel disco di bluegrass, che se non fosse, però, per la presenza in formazione di Ricky Skaggs e Jerry Douglas — future stelle di prima grandezza del genere — non avrebbe avuto troppa eco. Uscito in origine nel 1977, su Rounder, ebbe una sola ristampa, britannica, nel 1985 (Sundown l’etichetta), restando fuori catalogo fino a quest’anno, quando il gruppo Craft lo ha rimesso in circolazione con note di copertina a cura di Jack Tuttle, in vinile e per la prima volta anche in CD.

Si tratta di un prodotto che, a distanza di anni, suona ancora fresco, in particolare grazie all’affiatamento dei quattro componenti (oltre ai due citati, ci sono il multistrumentista Terry Baucom e il cantante Wes Golding e in studio, a dare man forte, ci sono molti altri personaggi, dal batterista Karl Himmel al pianista Taz DiGregorio, tanto per dire i due più blasonati).

Il repertorio pesca a piene mani nel songbook del bluegrass, con l’aggiunta di qualche composizione firmata dal cantante. Dixieland, Driftin’ Too Far from the Shore, la velocissima White House Blues (autentico tour de force che Woody Guthrie cantava più lentamente, intitolandola Baltimore to Washington) e il country di The Memory of Your Smile sono i titoli che spiccano, ma il pinnacolo è lo strumentale Intro, firmato da Golding, un bluegrass con addirittura influenze latin.

La ristampa, per non sbagliare, aggiunge al tutto quattro brani che si allontanano dal bluegrass propriamente detto: il country-rock di Hitchhiking to California, l’intima Misty Wind (con bei cori femminili), l’elettrica Georgia Sunrise e la troppo raffinata Dream Song.

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