BRAD “GUITAR” WILSON
Boundless
Cali Bee
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Pensando al blues californiano, vengono in mente dozzine di esempi del passato: Pee Wee Crayton, Big Joe Turner, J.J. Malone, George “Harmonica” Smith, Lowell Fulson o, per venire al presente, qualcuno come Sugaray Rayford. Musicisti provenienti, a volte, da altre parti degli States, che hanno eletto la West Coast a loro base. Il caso del biondo Brad “Guitar” Wilson è molto diverso, un chitarrista e cantante sulla sessantina, praticante di un rock blues piuttosto ortodosso. Si è fatto conoscere a L.A. e dintorni, tanto da finire nella colonna sonora di un paio di film di John Carpenter — Vampires e Fantasmi da Marte — in un periodo in cui faceva anche parte di un gruppo rock chiamato Stone.
Da indipendente ha pubblicato diversi dischi solisti, talvolta registrati ai celebri studi Cherokee gestiti dai Robb Brothers. Anche in Europa ha suonato regolarmente, soprattutto tra Olanda, Francia e Belgio, sovente accompagnato da un gruppo di musicisti provenienti proprio da quel paese. Detto questo, e stante la tecnica chitarristica di Wilson, l’ascolto delle sedici tracce di Boundless lascia un po’ interdetti per le sonorità, molto stereotipate e piatte malgrado la produzione del premiato Francis Buckley e le incisioni svoltesi tra Hollywood, California e Bruxelles.
Si fatica a intravedere un senso anche nella scelta delle cover, brani classici che andrebbero maneggiati con più attenzione: non si sentiva la necessità di nuove versioni di The Thrill Is Gone o Hit the Road, Jack, quest’ultima con degli improbabili sintetizzatori anni Ottanta. Per tacere di Everybody Wants to Rule the World dei Tears For Fears, la cui unica interpretazione degna di rilievo, in ambito roots, resta quella di Moreland & Arbuckle.
Non va meglio nemmeno con il materiale autografo: Living Underground, ispirata alle condizioni di vita in guerra, ondeggia senza una direzione, mentre Sky Full of Rain sembra inseguire certe cose del Gary Moore di decenni orsono. Se Blues Magic, peraltro già presente in lavori precedenti, non è troppo distante dal Santana più canonico, va un filo meglio, allora, Let’s Dance Tonight, che fatte le debite proporzioni si rifà all’impasto sonoro di un Delbert McClinton.
Ma è davvero troppo poco, anche per i tempi che corrono, in cui ovviamente non ci sono più gli artisti citati in apertura, ma ci sono, per fortuna, molte altre proposte (anche europee!) con più personalità di questo Boundless.


