Li aspettavo da tempo, i Brigitte Calls Me Baby. La band di Chicago, autrice due anni fa di un esordio superlativo come The Future is Our Way Out, non era ancora venuta a suonare dalle nostre parti, costringendo il sottoscritto a verificare la fattibilità di qualche data estera, un progetto che purtroppo non è andato in porto. Ci pensa ora il Circolo Magnolia ad ospitarli, complice anche un sophomore come Irreversible, che ne ha certificato le indubbie capacità di scrittura, riuscendo anche un po’ ad alleggerirne la dipendenza dagli Smiths, che sul primo lavoro rischiava a tratti di rivelarsi eccessiva. Siamo sempre su un terreno derivativo, ovvio, ma a questo giro c’è meno Jangle Pop e si denota una maggiore personalità nella sintesi degli ingredienti, il tutto con una vena di romanticismo accentuato, cosa che non guasta mai.
Arrivati sul posto, spiace purtroppo constatare come l’organizzazione abbia allestito il palco piccolo, quello di fianco al bar, riservato normalmente a quelle date che non hanno raggiunto una sufficiente affluenza di pubblico. In effetti di gente ce n’è pochina, complice probabilmente anche il concerto dei Caroline all’Arci Bellezza, una band che avrebbe potuto senza dubbio interessare ad una parte dei presenti. Un altro dato è l’età media piuttosto elevata dei convenuti, come spessissimo accade per quegli act che seguono pedissequamente i modelli.
Si parte presto, causa dj set post serata, per cui non sono neppure le 21 quando salgono sul palco i Caledune. Il gruppo di Parma ha all’attivo due Ep (l’ultimo dei quali, Cardioplasma, uscito esattamente un anno fa) e questa sera si presenta in versione trio acustico, per l’indisponibilità della sezione ritmica a seguito di cause di forza maggiore. Personalmente non li conoscevo, e devo dire che vederli in azione per la prima volta in questa veste non ha aiutato: le canzoni hanno preso più o meno tutte la forma di languide ballad, in bilico tra Indie Pop e songwriting cantautorale, con qualche buon hook melodico sparso qua e là, ma nel complesso prive di quell’incisività che avrebbero meritato. Solo nel finale, Un posto in cui sparire veramente mi ha colpito per l’aura malinconica e per un’interpretazione intensa e sentita. Per il resto, onore a loro che ce l’hanno messa tutta, ma probabilmente occorre risentirli in studio e ad organico completo.
Gli headliner fanno il loro ingresso senza troppi preamboli e attaccano con Truth is Stranger than Fiction, mandando immediatamente in visibilio i presenti. I suoni sono sufficientemente nitidi e l’impatto è potente, tipico di un gruppo che in sede live preferisce aumentare il tiro e rendere più ruvide le esecuzioni. Wes Leavins è un ottimo frontman, forse eccessivamente “morrisseyano” nel look ma nel complesso si muove bene, trascina il pubblico e, soprattutto, canta benissimo (tecnicamente è senza dubbio superiore al suo modello di riferimento) anche se alla lunga risulta muoversi un po’ sullo stesso registro stilistico. La sezione ritmica fa un gran lavoro, con Devin Wessels al basso e Jeremy Benshish alla batteria che formano un motore inarrestabile, arricchito da un chitarrista aggiunto che rimane defilato sul retro, a lasciare spazio ai fraseggi di Jack Fluegel, una buona dose di Jangle nel segno di Johnny Marr, ma anche sporadiche incursioni solistiche dall’impronta più personale.
La setlist è un mix equilibrato di vecchio e nuovo, zeppa di potenziali hit, tra ritornelli da cantare a squarciagola e densi di tragico romanticismo (I Wanna Die in the Suburbs, The Early Days of Love, Eddie My Love) ed episodi più cadenzati e debitori alla tradizione rock anni Sessanta (The Pit, I Can Take the Sun out of the Sky, These Acts). Il pubblico è caldissimo, canta e partecipa alla grande, la band lo avverte e si carica ancora di più, così che nel giro di pochi minuti il posto si fa incandescente, amplificato ulteriormente dalle dimensioni ridotte della venue.
L’ultima porzione dello show è poi ancora più trascinante, merito di brani esplosivi come We Were Never Alive, Slumber Party e Impressively Average, suonati uno di fila all’altro, senza pause, a velocità doppia e con chitarre particolarmente graffianti. Sono passati appena 50 minuti quando il gruppo si congeda prima dell’immancabile bis, ma è stato talmente potente che è impossibile lamentarsi. I cinque tornano rapidamente e c’è spazio solo per un brano, il manifesto The Future is Our Way Out, ancora una volta scandito dal singalong rumoroso dei presenti.
Concerto bellissimo, che ha soddisfatto in pieno le aspettative, mostrandoci una band in grande spolvero, che anche in sede live è in grado di dire la sua con autorevolezza. Se andranno avanti così li attende una luminosa carriera, speriamo solo che la scarsa affluenza di stasera non li faccia desistere dal farci di nuovo visita…


