C’è una soglia oltre la quale lo snobismo diventa pigrizia. Me ne sono accorto al Barclays Center il 14 maggio, quando Bruce Springsteen ha aperto il concerto nel buio quasi totale, un drone di sintetizzatore sotto i piedi come una corrente elettrica bassa, e ha parlato. Non ha cantato. Ha parlato. E io, che avevo liquidato con sufficienza gli ultimi tre, quattro tour — troppo arena, troppo rito, troppa macchina — mi sono trovato fermo ad ascoltare un uomo di quasi settantasette anni: My home — the America I love, the America I’ve written about, that has been a beacon of hope and liberty for 250 years — is currently in the hands of a corrupt, incompetent and treasonous administration. Subito dopo è partita War, la canzone di Edwin Starr, del 1970, che Springsteen aveva già riportato in scaletta nel periodo del Live 1975-85, quando Ronald Reagan e gli anni Ottanta richiedevano esattamente quel tipo di risposta, e adesso torna con la stessa logica: non nostalgia, non citazione, ma riattualizzazione di un argomento mai diventato obsoleto. Lì ho capito che questa serata sarebbe stata un’altra cosa.
Bisogna essere onesti su cosa significa arrivare a un concerto di Springsteen nel 2026, con una certa diffidenza sedimentata. Non è cinismo fine a sé stesso. È che la ritualità springsteeniana è diventata nell’ultimo decennio e mezzo una liturgia; sì, anche le sorprese e le richieste erano diventate liturgia, così codificata da sembrare autosufficiente, capace di girare da sola indipendentemente da qualsiasi urgenza. I tour degli anni Dieci avevano questa sensazione: magnificamente oliati, commoventi per chi porta quei dischi nel sangue, ma fondamentalmente chiusi in sé stessi come un sistema perfetto. Una macchina. Bella, potente, ma macchina. Lo scarto con lo Springsteen delle origini o anche solo con quello che ha aperto il nuovo millennio sembrava, almeno per scrive, incolmabile.
Il No Kings Tour (o Land of Hope and Dreams Tour, i nomi convivono), è costruito diversamente. La scaletta è fissa ogni sera, e questo non è un dettaglio tecnico: è una scelta drammaturgica. Il concerto funziona come un disco, come un’opera unitaria con una sua progressione interna, con un inizio che è una dichiarazione e un finale in chiave di toccante preghiera laica. War apre perché deve aprire lì, non altrove. Chimes of Freedom di Bob Dylan chiude l’encore perché è l’unico posto dove può stare. Nel mezzo, Clampdown dei Clash, American Skin, The Ghost of Tom Joad, Youngstown, Murder Incorporated: pezzi scelti non per nostalgia ma per pertinenza, per quello che dicono adesso, nel 2026 americano, con questa specifica amministrazione al potere.
Tom Morello è sul palco per un totale di cinque brani e la sua presenza chiarisce immediatamente cosa intende Springsteen, questa volta, per linguaggio sonoro. Non è un ospite. È una dichiarazione di continuità: dai Clash ai Rage Against the Machine a questa serata, c’è una linea rossa che passa attraverso il combat rock, l’internazionalismo, l’antiautoritarismo militante. Quando Max Weinberg e Morello attaccano insieme (cosa che accade in una Born in the U.S.A. tesissima), il suono diventa quasi industriale, lontano anni luce dal morbido arena-rock che ci si potrebbe aspettare. Born in the U.S.A. per l’appunto, viene restituita al suo significato originario: guerra, trauma, reduci abbandonati, violenza sistemica, con una durezza che la versione MTV aveva sepolto sotto quarant’anni di fraintendimento patriottico.
Anche pezzi che in altri tour avrebbero avuto una funzione quasi rituale, qui sembrano caricati di un’urgenza diversa. Youngstown non è più soltanto la grande elegia dell’America industriale smantellata, ma torna a suonare come una canzone sulla distruzione deliberata di un patto sociale. Long Walk Home, introdotta come una preghiera per l’America, diventa quasi una riflessione sull’alienazione interna, sulla sopraggiunta incapacità di riconoscere il proprio paese e diventa quindi «una lunga camminata per rientrare a casa». E American Skin (41 Shots), riproposta proprio dentro una tournée iniziata simbolicamente a Minneapolis, continua a portarsi dietro tutto il peso irrisolto del rapporto fra istituzioni, violenza e comunità minoritarie negli Stati Uniti.
I monologhi sono la cosa più insolita. Non sono introduzioni alle canzoni: sono testi autonomi che cambiano retroattivamente il significato di quanto viene prima e quanto viene dopo. Springsteen parla di deportazioni messe in atto dall’ICE, di erosione dei diritti civili, di NATO, di Groenlandia, di Canada, di oligarchia. Il refrain che torna è «tutto ciò sta accadendo ora [this is happening now]». Non storia, non allegoria, non metafora: adesso. Durante My City of Ruins, da canzone post-11 settembre diventata veglia civile, mostra sui maxischermi le fotografie di Renée Good e Alex Pretti, nomina i nomi, ripete «Signore, Signore [Lord, Lord]» con un’insistenza che ha la cadenza del gospel e il peso del documento. Per qualche minuto, il concerto smette di essere un concerto. È anche il momento in cui si capisce definitivamente quanto poco interessi a Springsteen mantenere una distanza protettiva fra il concerto e la realtà esterna. I nomi restano lì dentro l’arena. Renée Good, Alex Pretti. Non simboli astratti ma persone precise. E il fatto stesso che vengano nominati davanti a ventimila persone, dentro uno spettacolo di quelle dimensioni, cambia completamente la temperatura morale della serata.
Non siamo più nel territorio dell’allusione o della metafora politica rock. Springsteen vuole chiaramente che certe cose vengano ascoltate dentro quello spazio e in quel preciso momento storico. C’è un momento, in House of a Thousand Guitars, in cui canta, «Il clown criminale ha rubato il trono / Ruba tutto ciò che non potrà mai possedere» e ventimila persone reagiscono come se stessero aspettando esattamente quella frase. Il collegamento del No Kings, nel titolo del tour, con il verso di Badlands («I poveri vogliono diventare ricchi, i ricchi vogliono essere dei re ed un re non sarà soddisfatto sino a quando non avrà tutto»), è esplicito e deliberato. Non è più sottotesto. È testo.
Qui bisogna fermarsi un momento e fare i conti con la contraddizione. Quella frase sul re viene cantata in un’arena da ventimila spettatori paganti (prezzi più o meno significativi), dentro un apparato produttivo che vale decine di milioni di dollari. La tensione esiste e sarebbe disonesto non nominarla. Ma nominarla e poi liquidare tutto il resto come ipocrisia sarebbe pigrizia critica di un altro tipo. Perché la domanda vera non è se l’apparato è costoso (lo è), ma se l’uomo al centro ha ancora qualcosa che brucia. E quella risposta, il 14 maggio al Barclays Center, era inequivocabile. I maxischermi non nascondono il volto di Bruce Springsteen. Le telecamere ci vanno sopra senza pietà e mostrano un uomo segnato dall’età, non il mito giovane di Darkness on the Edge of Town. Questo non è un dettaglio estetico. È parte del senso del concerto. Un artista di quasi 77 anni che potrebbe tranquillamente stare a casa, privo di qualsiasi necessità in giustificazione di questo sforzo, sceglie di stare su un palco, a Brooklyn, nel 2026, per dire this is happening now con quel volto lì, visibile, non nascosto; questo è un gesto che ha un peso specifico diverso da quello di un artista in ascesa, intento a costruire il suo capitale simbolico.
C’è una funzione, che Springsteen sta svolgendo in questo tour, ben oltre il concerto come forma d’intrattenimento. Lui prende il peso della protesta e la porta lontano, fisicamente, geograficamente, acusticamente. Minneapolis, Los Angeles, Atlanta, Phoenix, New York, Cleveland, Boston (non nomino tute le date) e Washington DC come finale: una geografia scelta, non casuale. Il singolo cittadino che condivide queste posizioni — posizioni nel 2026 americano nient’affatto facili da sostenere pubblicamente, foriere di un’esposizione a costi reali — si trova dentro un’arena in cui ventimila persone le condividono apertamente, con bandiere italiane e francesi in mezzo al pubblico, con gli stand dell’American Civil Liberties Union fuori dall’ingresso. Springsteen non inventa quella comunità. Ma la rende visibile a sé stessa, la amplifica, le dà una forma. Questa è una funzione costitutiva, non decorativa.
Brooklyn non è casuale. La madre di Springsteen, Adele Zerilli, originaria d’una famiglia di Vico Equense, nacque proprio qui, a Brooklyn. Durante un tour europeo di molti anni fa, Bruce aveva chiamato Napoli, in Piazza del Plebiscito, la sua motherland. Al Barclays Center, quella madrepatria si raddoppia, si cortocircuita su sé stessa, Italia e Brooklyn nello stesso spazio identitario. E sopra a tutto, come presenza costante che non viene mai nominata direttamente ma aleggia su ogni scelta della serata, c’è Woody Guthrie. This Land Is Your Land sale sulle luci accese alla fine, e il collegamento con Old Man Trump — la canzone che Guthrie scrisse nel 1954 su Fred Trump e le sue politiche di discriminazione razziale negli immobili di Brooklyn — chiude un cerchio geografico e storico in possesso della precisione di un argomento, non della vaghezza di un’evocazione.
Due idee d’America nello stesso spazio, settant’anni di distanza, e Springsteen in mezzo che dice: questa è la continuità in cui mi riconosco. Pete Seeger, Guthrie, il folk di protesta, la tradizione civica di un patriottismo costituzionale che non ha niente in comune con il nazionalismo cieco. Criticare il presidente non come forma di antiamericanismo, ma come dovere civile. La distinzione è antica e lui la ripete perché, evidentemente, c’è ancora bisogno di ripeterla. Mi spiace quasi ammetterlo: eccezionale. Non nel senso dell’aggettivo vuoto che si usa per riempire le recensioni. Nel senso che quella serata aveva il sacro fuoco. Quella cosa che distingue un artista occupato a fare il proprio mestiere, anche bene, anche magnificamente, da un artista ancora divorato da qualcosa che lo brucia dall’interno e non può non dire. Quella cosa lì è difficile da fabbricare. È ancora più difficile da mantenere a quasi settantasette anni, dopo decenni di successo, dentro una macchina organizzativa di quella portata. Il fatto che ci sia ancora, e si senta, è l’unica cosa che conta davvero.


