Bryan Adams live a Pompei (NA), 25/7/2025

Francesco Calazzo
4 minuti di lettura

Rientrato a Napoli per qualche giorno in famiglia, da neocanadese con la musica nel sangue, non potevo proprio perdermi Bryan Adams a Pompei. Ho provato a recuperare un accredito stampa – un tempo bastava una telefonata e un logo su carta intestata – ma oggi il giornalismo musicale è un’altra cosa, e l’accesso non è più così scontato. Alla fine, sono riuscito a recuperare comunque un biglietto e si è rivelata comunque la scelta giusta.

L’Anfiteatro di Pompei, il più antico del mondo romano giunto intatto fino a noi, non è solo un monumento: è un palcoscenico senza tempo. Qui, nel 1971, i Pink Floyd registrarono un concerto rivoluzionario, e oggi il progetto BOP (Beat Ontology Pompei) ne raccoglie l’eredità, unendo musica e archeologia in un connubio unico al mondo. Dopo David Gilmour, Nick Cave e tanti altri, toccava a Bryan Adams misurarsi con queste pietre antiche e vive.

Il concerto è tutto acustico, ma non è per nulla intimo in senso riduttivo. Anzi. Bryan riempie lo spazio con la voce, con il carisma, con quella capacità rara di accorciare le distanze. Parla, ascolta, risponde. Non è uno show costruito, e non potrebbe esserlo data l’unicità dei luoghi, è piuttosto un dialogo continuo. C’è un’energia autentica, un rapporto diretto, quasi familiare.

Eppure, da spettatore abituato a vederlo in versione rock piena, ho percepito una tensione a un certo punto. Come se volesse esplodere e non potesse. Mi è venuto in mente Elvis Presley nel ’68, nel suo comeback special: quando si alza d’impulso per scuotere il bacino, poi si ricompone perché si ricorda che è seduto, in acustico. Ecco, quella voglia di alzarsi, di spaccare, c’era anche qui.

Alcuni momenti sono costruiti per restituire dinamica e varietà: It’s Only Love la suona da solo, chitarra in spalla, quasi ringhiando, con l’attitudine da rocker puro; mentre Everything I Do (I Do It for You) lo vede in un’atmosfera più aulica, che avvolge le rovine in una sospensione quasi cinematografica, accompagnato dal suo pianista – così come per Echoes dei Pink Floyd, vera rarità del concerto che vi consiglio di cercare su YouTube, dove sono immediatamente apparsi dei video.

La scaletta è un viaggio nel tempo: dalle grandi hit alle ballate più raccolte. Bryan canta tutto, anche le parti che in origine appartenevano a colleghi illustri. E lo fa con rispetto ma senza timore, mettendoci la sua voce e la sua storia. C’è spazio per le dichiarazioni d’amore all’Italia – «il miglior pomodoro della mia
vita», dice sorridendo – ma è chiaro che l’omaggio più sentito è al luogo. Pompei, Napoli, questo Sud che ha la musica scritta nei muri.

A colpire più di tutto, però, è la sua gioia. Lo dice all’inizio, lo ripete nel corso della serata: «Ho suonato in tanti posti inusuali, ma questo è il posto più bello dove l’abbia mai fatto». E lo vedi che lo pensa davvero. In quella frase, e in tutto ciò che ha suonato, c’era tutto il senso di una serata speciale.

Non so cosa renda perfetto un concerto, ma questo è stato un concerto pieno di emozione, di sincerità, di suono e di umanità. Bryan Adams, anche senza la sua band, anche senza il volume da stadio, ha trovato il modo di comunicare. E lo ha fatto, ancora una volta, a modo suo. Ecco, questo è un luogo dove mi piacerebbe vedere Bruce Springsteen suonare per 6 mesi di seguito, per permettere al mondo di vederlo in un posto talmente unico da non temere concorrenza nel mondo.

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