Buddy Guy, Ain’t Done With The Blues

Helga Franzetti
4 minuti di lettura

BUDDY GUY
Ain’t Done With The Blues 
RCA/Sony
***1/2

Esiste una categoria di vecchi bluesmen che sembra immune allo scorrere degli anni. Chissà se il loro elisir di lunga vita contiene l’esenzione dalle esagerazioni delle produzioni odierne, dall’affanno per la diffusione sulle piattaforme. Di sicuro, conserva l’amore per la musica suonata senza confronti (ridicoli) con le nuove generazioni e senza tentativi di stravolgere il mestiere di sempre. Conoscenza e passione per la musica, due cilindri che tengono in moto carriere impareggiabili, e Ain’t Done With The Blues ne è l’ennesima conferma.

Buddy Guy, a 89 anni, non ha quasi mai sbagliato un disco: le dita di quest’uomo danzano sul manico con l’agilità di un ragazzino pieno di energia. Sorriso a trentadue denti e inconfondibile camicia a pois, scalda ancora i palchi di quello che, due anni or sono, doveva essere il definitivo tour di addio. Questo quattordicesimo lavoro in studio è pieno di sorprese: gli illustri ospiti — Peter Frampton, Joe Bonamassa, Joe Walsh, Christone “Kingfish” Ingram, Blind Boys of Alabama — si mostrano in perfetta congiunzione astrale al vivace, cristallino blues che scorre in ogni brano.

Registrato a Nashville e New Orleans, il disco include vari turnisti, ma la coppia composta da Tom Hambridge (batterista e produttore, con il titolare dal 2008) e Rob McNelly (chitarra ritmica) resta un punto fermo in ogni traccia. Un’ora e 4’ dallo stile inconfondibile, vibrante, intenso, espressivo. Dalla divertita introduzione di Hooker Thing (versione breve della sanguigna Boogie Chillun, «la prima cosa che ho imparato sulla chitarra acustica») ad alcune cover di Earl King, J.B. Lenoir e Chuck Berry, più un’originalissima Trick Bag di B.B. King, della quale Guy offre una lettura fantasiosa.

In Been There Done That, il titolare racconta con un filo di ironia che la vita è come un film, con la Stratocaster a imporsi sulle basi ritmiche. I Got Sumpin’ For You — il ballabilissimo r’n’r di Guitar Slim, anno di grazia 1955 — viene ripulita dalla polvere per sfoggiarne, secondo chi scrive, una rivisitazione da manuale. Blues On Top, flessuoso slow dai lascivi passaggi sulle corde, dà respiro con la sua indolenza, mentre Dry Stick — l’unico brano che vede Guy cimentarsi alla scrittura — sfrutta la delicatezza del gospel per citare un vecchio detto della madre dell’autore, «Conserva un bastone asciutto per i giorni di pioggia» (ossia, preparati al peggio e spera sempre nel meglio).

How Blues Is That accoglie l’imperiosa slide di Walsh, mentre i Blind Boys Of Alabama, su Jesus Loves The Sinner, riportano al centro voci e ritmiche, finché i fiati di Upside Down non flirtano con le dinamiche del r&b. Sfilano ombre soul in I Don’t Forget, un ricordo del dolore afroamericano e dei tempi dell’oppressione e della segregazione (con la voce che, straordinariamente, si flette sulla note), e affiorano quelle sognanti della Louisiana della giovinezza nell’incedere acustico di One From Lightnin’.

«Lucciole danzano come serpenti, rane toro gracidano e rubano mezze torte / Riempiamo un piatto di fiches da poker e giochiamo un’altra mano», recitano i tempi in levare di Swamp Poker. Sono passati ormai 24 mesi da quando Buddy Guy ha annunciato il Damn Right Farewell Tour, e anche se voleva far intendere che fosse arrivato il momento di dedicarsi alla pensione, il suo lungo addio sta diventando una dichiarazione aperta di amore per la musica.

«Il Blues [la musica] scaccia via il Blues [lo stato d’animo]», canta Buddy, e noi lasciamo che continui a farlo.

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