La prima (piacevolissima) sorpresa è quella di trovare l’Arci Bellezza nuovamente sold out, colmo di ascoltatori che si riveleranno appassionatissimi, con un ottimo bilanciamento tra giovani (tanti) e più attempati figuri. In una settimana in cui Milano offre, dal punto di vista concertistico, una proposta ancora più ricca del solito (con minimo due o tre concerti papabilissimi fra i quali scegliere ogni sera), fa piacere vedere che anche una band tutt’altro che facile o perfettamente incasellabile come gli inglesi caroline, riesce a raccogliere un pubblico come si deve. Tanto più che stasera, nel non troppo distante Magnolia, un’altra band di cui s’è discretamente parlato, i Brigitte Calls Me Baby, fanno come loro l’esordio dalle nostre parti (ne potete leggere sempre qui sul sito).
Per chi scrive, non c’era proprio nessun dubbio circa il dove orientare le proprie preferenze. Bravini gli americani eh, ma, in fondo, la loro è una proposta decisamente più ovvia e nostalgica, ricalcata com’è su un jangle pop rock di matrice fortemente smithsiana, cosa che magari manderà in brodo di giuggiole i fan della band di Morrissey e Johnny Marr, ma, allo stato attuale, appare dal respiro più corto rispetto a quello che fanno i caroline (parere personale, ovviamente).
Passata l’introduzione del produttore elettronico milanese Alberto Boccardi, orientata a un’elettronica minimale con nulli contatti con ciò che si sarebbe sentito dopo (ma tutto sommato accolta con discreto favore), gli otto musicisti che compongono la band salgono sul palco, disponendosi a ferro di cavallo. Già il modo attraverso il quale si pongono di fronte al pubblico, ci dice una cosa precisa: tra di loro non c’è un vero leader, ognuno ha la sua importanza ed è fondamentale nella costruzione di ciò che andremo a sentire.
Che, come dicevamo, è difficile da definire semplicemente: a seconda del momento, potreste trovarci la musica da camera come il folk, scampoli di minimalismo e crescendo post-rock, graffi free e raffinatezza art pop, per una miscela che spesso s’inerpica tra momenti di rarefazione sperimentale, ma quello dopo ti strazia il cuore con un impeto che è emozione pura.
Mi era già capitato di vederli all’epoca del primo album, ma in quell’occasione la parte minimale e sperimentale aveva preso il sopravvento, rendendo il tutto paradossalmente un filo algido. Stasera, qui, le cose vanno in maniera diametralmente opposta, perché le canzoni del nuovo album (ossatura principale della scaletta) in maniera ancora più compiuta hanno saputo rendere vivida la loro proposta; e poi, immagino, perché col tempo l’intesa fra i vari musicisti è indubbiamente cresciuta, facendo diventare il tutto molto più potente e strutturato.
Il modo in cui gli strumenti (due violini, sax, trombone, banjo, chitarre acustiche ed elettriche, batteria, synth, basso) s’incrociano (a volte doppiandosi dal punto di vista cromatico, altre secondo più contrastate regole) mette in evidenza una gestione dei pieni e dei vuoti e delle componenti emotive assolutamente strabiliante. In mezzo c’infilano suadenti melodie che proprio a certo post-rock alludono (pure che, qui e là, lo fanno screziando il tutto con discrete dosi di autotune, elemento che li lega all’oggi), qualche coro avvolgente, un bel po’ di struggimento viscerale.
Le canzoni sono tutte bellissime, ma almeno una menzione se la merita Coldplay cover, visto che pure su palco hanno provato a riprodurre il modo in cui è stata registrata su disco, ovvero dividendosi in due band distinte, ciascuna impegnata a suonare un diverso brano da fondere assieme attraverso una sorta di transizione tra i volumi (nell’album si trovavano in due stanze distinte, qui più semplicemente hanno mosso un microfono). Il pubblico reagisce con estremo calore fin dall’inizio, dalle prime note di Song Two, e lo scambio di energia e calore tra sopra e sotto il palco rimarrà una costante di tutto lo show, tale da rendere la serata veramente speciale, per noi come per la band. Volendo sintetizzare, dice tutto il titolo del pezzo con cui hanno chiuso l’ora e mezza circa di concerto, total euphoria, due parole che esprimono al meglio il trionfo ottenuto da questa piccola, grande orchestra. Peccato per chi non c’era.


