E dunque, anche la più chiacchierata, celebrata, osteggiata quanto esaltata, delle reunion degli ultimi anni, qui in Italia quantomeno, sta volgendo al termine. Parliamo di quella dei CCCP ovviamente, iniziata con una mostra retrospettiva dal successo clamoroso, affiancata da una doppia serata/evento che avrebbe dovuto rimanere unico (quello immortalato del Gran Galà Punkettone), poi proseguita con tre concerti simbolici a Berlino e, infine, avendoci preso gusto, con un tour estivo l’anno scorso, di grandissimo successo.
Nella conferenza stampa di qualche mese fa, nella quale la band presentava l’ultimo ciclo di concerti di questi giorni, Ferretti raccontava come tutta questa sequenza di avvenimenti fose stata «preparata» nei due anni precedenti da Zamboni e Annarella e di quanto lui (e Fatur) fosse stato risucchiato dalla cosa, quasi contro il suo volere, per poi, di fatto, essere riportato «alla vita» dopo anni di quasi eremitaggio. L’Ultima Chiamata è il nome del tour che conclude definitivamente la loro storia, per quello che non poteva che essere un riunirsi inevitabilmente a tempo, senza nuove canzoni, senza la prospettiva di dargli realmente un futuro. Un ennesimo tour, questo, che, più che una celebrazione, funge da cerimonia di commiato, perché «per le civiltà che in qualche modo rappresentiamo e raccontiamo, le cerimonie sono essenziali», per tornare alle parole di Ferretti.
A monte di tutto ciò, la vera domanda, al netto di tutte le polemiche sterili tipo «lo fanno solo per i soldi» e facezie pretestuose di questo tipo, era: ma le loro canzoni avranno ancora senso nell’oggi? Non era un’esperienza fin troppo calata nel suo tempo, con nulla da dire in questa nostra stanca epoca? Quella che un tempo era un’esperienza provocatoria e iconoclasta, cosa sarà oggi? La risposta a queste domande, per il sottoscritto, può riassumersi in due semplici parole: musica e poesia. Perché se è vero che alcune cose dette nelle loro canzoni oggi paiono affondare in un’epoca che non c’è più, le parole cantate e declamate da Ferretti, ancora oggi hanno il potere di risuonare con estrema poetenza poetica, cristallizando in frasi che ormai hanno fatto storia (qui e là opportunamente aggiornate) senso del sacro, tormento privato in contesto storico, visionarietà arcaica e sentimento anti-progressista, inteso in senso pasoliniano, non a caso citato con particolare enfasi durante la serata. Difficile dire se un ragazzo di vent’anni possa o meno riconoscersi nelle cose dette in queste canzoni, ma nell’insieme, a me, come a credo alla maggior parte dei presenti a Legnano, un pubblico non proprio giovanissimo, anche se entusiasta e numeroso, la forza di queste parole rimane ancora indiscutibile.
A rendere però questa reunion memorabile – che a scanso di equivoci, io sono stato ben contento ci sia stata – ha concorso e non poco la scelta di riattualizzare completamente il repertorio dal punto di vista musicale. Il suono di questi CCCP ha poco a che fare con quello punkettone, grezzo e stilizzato dei loro esordi, potendo infatti contare su una band numerosa, con ben tre batterie, due chitarre, basso e tastiere, suonate con notevole perizia, non solo da uno Zamboni in stato di grazia (nonostante qualche, direi opportuna, imprecisione qui e là), ma anche da una serie di musicisti d’esperienza come gli Ustmamò Luca Rossi, Ezio Bonicelli e Simone Filippi, più Simone Beneventi e Gabriele Genta. Un suono potente, pieno, lirico e maestoso, perfetto nel dare il giusto senso epico a pezzi come Radio Kabul, Punk Islam o Stati Di Agitazione, per citare tre dei momenti musicalmente più devastanti del concerto.
La dimesione teatrale è garantita dai cambi d’abito e dai recitati di Annarella e dalle incursioni dadaiste, queste forse sì un po’ datate, ma simpatiche, di Fatur, laddove a Ferretti basta fare un passo avanti verso il microfono per mettere in mostra un carisma per nulla intaccato dal passare degli anni.
Quello qui al Rugby Sound, presso la bella area dietro al Castello di Legnano, abbiamo assistito a un concerto piuttosto lungo, oltre le due ore di durata, con dentro moltissimi dei classici e pochissime assenze da lamentare, sparati uno via l’altro in un’alternanza di atmosfere cangianti, a dimostrazione della complessità dell’entità CCCP. Starle a citare sarebbe una sorta d’esercizio di stile, perché sono canzoni che, in effetti, a un fan non possono che risultare tutte come stampate nell’anima. Solo Emila Paranoica, in una versione più rallentata e meno tagliente, continua a parermi meno forte dell’originale, ma nell’insieme, il tutto si è paòlesato come un momento di grande musica e d’aggregazione importante, esaltante in alcuni momenti, letteralmente commuovente in altri, vedi il finale intimo con Amandoti, davvero toccante.
Annarella, a un certo punto, mostra il cartello «meno 5», a segnalare il numero di concerti che rimane alla fine di questa avventura e alla chiusura del cerchio. «Prima era troppo presto, adesso sembra tardi, ma adesso è il nostro tempo. Tra passato, presente e futuro, in fedeltà, la linea c’è». È stato bello esserne testimoni.


