Chip Taylor 21/3/1940 – 23/3/2026

Marco Verdi
3 minuti di lettura

Per ricordare Chip Taylor, il grande cantautore statunitense scomparso il 23 marzo, pochi giorni dopo aver compiuto 86 anni, pubblichiamo qui la recensione (inedita) del suo ultimo, recentissimo disco, evidentemente scritta quando il musicista era ancora fra noi. Ha ora raggiunto l’amata moglie Joan. Ci mancherà.

CHIP TAYLOR
Words from Holy Gardens
Train Wreck
***1/2

A 86 anni suonati, Chip Taylor viaggia ancora al ritmo di un disco all’anno. Non che ci voglia molto, direte voi: l’uso di pochi strumenti, i brani registrati solitamente in un’unica take e le melodie molto simili tra loro sono alcune delle sue caratteristiche tipiche. Ma, e questa è una prerogativa dei grandi, anche se le sue canzoni sono costruite intorno ai medesimi accordi, sono proposte da Chip con un’intensità e un feeling che non tutti hanno, e la sua voce calda, pastosa e spesso quasi sussurrata è una parte essenziale dell’equazione.

Per il suo ultimo album, Words from Holy Gardens, Taylor ha operato ancora di più per sottrazione, affidandosi unicamente alla sua chitarra acustica e alle tastiere del suo abituale partner Goran Grini, musicista e produttore norvegese da anni al suo fianco: dunque, niente sezione ritmica, e neppure la chitarra elettrica che di solito era suonata dall’ottimo John Platania.

Ma Words from Holy Gardens sarà, negli anni a venire, uno dei lavori ai quali Chip sarà più legato, in quanto ispirato dalla recente scomparsa (dopo lunga malattia) dell’amata moglie Joan, una persona che lo ha letteralmente accompagnato per tutta la vita (avendola conosciuta all’età di tredici anni) e la cui dipartita ha lasciato in lui un vuoto comprensibilmente incolmabile.

I vari brani sono quindi ancora più toccanti del solito, tra canto, talkin’, pause, Grini a lavorare sullo sfondo con mano leggerissima. Alcuni titoli da segnalare (ma l’album va assorbito nel suo insieme) sono Worthy Bastards, con il nostro che emoziona anche parlando, Big Hole in the Middle, Words from Long Ago, I Wish You Happiness, la pianistica Inside of You, lo struggente motivo di To See Me Smiling e la conclusiva title-track.

Piccole confessioni di un uomo privato del suo affetto più caro, ma in fondo sereno perché consapevole di come il ritrovarsi non sia distante. Ascoltatelo tutto d’un fiato con le luci basse, un buon whisky (o quello che volete) tra le mani e non potrete esimervi da entrare anche voi dentro queste canzoni.

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