CLUB D’ELF
Loon and Thrush
Face Pelt
***1/2

Si fa presto a dire fusion e magari a sbadigliare per la noia dovuta alla sequela senza fine di assoli alla velocità della luce. Però, a volte, dietro a quella famigerata sigla si celano band che, pur non dimenticando l’assunto jazz-rock, riescono ancora a tener vivo il significato originario della parola. Tra questi ci sono sicuramente i bostoniani Club d’Elf, da più di 25 anni sui palchi, dove portano una commistione originale e intelligente di parecchi generi: le loro radici affondano nel groove (non a caso il fondatore è un bassista), ma su di esso fiorisce un suono a base di jazz elettrico e funk, con contaminazioni di musica africana, dub, trance, elettronica e hip-hop.
Soprattutto, ciò che li differenzia dai classici e spesso sterili smanettoni della scena è un utilizzo mai esibizionista della tecnica, con assoli sempre calati nel contesto e il medesimo giammai adoperato per inscenare una gara di velocità. La vicinanza alla scena jam più orientata al groove indica, poi, che l’habitat naturale dei nostri è da sempre il palco: come conferma la copiosa discografia live a fronte di soli 4 album in studio, compreso il recente Loon and Thrush. Un lavoro che giunge a due anni dalla scomparsa di un membro di lungo corso come il marocchino Brahim Frigbane, tragedia da cui Mike Rivard e soci trovano forse la motivazione per estrarre un’opera di spessore.
Si parte subito alla grande con una cover orientaleggiante della deadiana Bird Song, dalla quale la band, rispetto alla vena dolce e poetica dell’originale, trae la componente più lisergica ed estatica. I Grateful Dead ritornano, nel proseguimento della scaletta, con un’ottima e quasi irriconoscibile versione di New Speedway Boogie, caratterizzata da un groove elastico e zoppicante e condita da sciabolate di slide. Sarà pure mestiere, ma quello di un pezzo come Second Line, che ci porta a New Orleans e alle marching band (vedi titolo), è di alta classe. Certo, c’è qualche brano groovy un po’ generico di cui forse si poteva fare a meno, ma nella title-track la band dimostra di sapere come si fa a infondere il proprio suono, lentamente, nelle membra, fino a farle muovere in maniera flessuosa, senza dimenticare un break semi-psichedelico. E a proposito di terreni battuti e ribattuti, il Club si dimostra capace di distillare un purissimo slow blues fiatistico dalle venature soul, di ben 9’, in Like a Silence.
Infine, ci sono i due brani che escono dal seminato, la lenta e ipnotica progressione di Dux Lux, con Mellotron, voci stranianti, campionamenti e tastiere cosmiche a creare una nuvolaglia psichedelica, e Atlas Mountain Hop, afro-funk che ospita un intermezzo di spiritual jazz lisergico e un paio di assoli per chitarra elettrica. I Club d’Elf forse non amano andare in studio, ma nel caso di Loon and Thrush si percepisce come, questa volta, l’abbiano fatto sfoderando vena e motivazioni. Bravi loro.


