CMA FEST, Nashville, Tennessee, US, 04-07/6/2026

Gloria Tubino
12 minuti di lettura
Tutte le foto © Gloria Tubino

Ogni anno al ritorno dal CMA Fest, mi piace ripensare a questo lungo week end di inizio giugno e stilare una classifica degli eventi che più mi hanno entusiasmato. In 4 giorni di concerti su diversi palchi, durante l’arco di tutta la giornata, la scelta è ampia; bisogna partire con le idee chiare, un piano di battaglia e la consapevolezza di non poter vedere tutto quello che si vorrebbe.

Questo è il festival più importante della musica country: la line-up creata dagli organizzatori deve funzionare da richiamo per le masse, di conseguenza i concerti al Nissan Stadium devono prevedere i nomi del momento. Come Ella Langley, Jason Aldean, Blake Shelton, Keith Urban, Cody Johnson, Tim McGraw, Riley Green e l’immancabile Luke Bryan (che dovrebbe pensare, forse, di abbandonare i balletti sexy per raggiunti limiti di età e perdita di prestanza fisica). All’ombra di questi colossi c’è un nutrito esercito di esordienti, semisconosciuti, artisti di nicchia presenti da anni sulle assi di qualche locale ma assenti in classifica, che aspettano il week end in esame per ottenere visibilità e magari quella spinta necessaria a farne decollare la carriera. È a questo gruppo di cantanti che io rivolgo la mia attenzione ormai da qualche stagione: avendo frequentato il festival per 18 volte consecutive e andando in là con gli anni, considero i concerti allo stadio quasi una consuetudine e riesco a prevedere le mosse dell’artista di turno. Keith Urban che si butta tra la folla, Jelly Roll e le sue interminabili prediche (ma non siamo in chiesa e lui non è un pastore), gli stratagemmi di Tim McGraw per evidenziare i muscoli (anche se l’età imporrebbe maggior decoro). Di conseguenza, mi piace andare in cerca di novità che mi facciano restare a bocca aperta e mi mettano in contatto con l’artista. È come partecipare a due festival, quello chiassoso, da folla oceanica, e quello di nicchia, con performance acustiche perfette, magari tenute alle 11:00 del mattino, ma con la stessa grinta di quelle serali.

Le mie esibizioni preferite sono state sicuramente quella dei Kruse Brothers, duo dell’Ariziona dalle cui chitarre si libera un country-rock pulito (come nell’energica Honky Tonk Heaven), e quella di Ty Myers, un texano dal country-blues elegante e dalla grande affabilità verso gli appassionati (la sua risata è contagiosa). Citerei, inoltre, Vincent Mason, al quale gli organizzatori hanno concesso non solo il palco diurno del Riverfront Stage ma anche un’esibizione sul Platform Stage al Nissan Stadium. Avevo sempre sottovalutato questo giovane chitarrista della Georgia, ma dopo aver ascoltato il suo stile asciutto, con una moderna profondità country, ho iniziato ad apprezzarne la musica (a cominciare da Don’t Ask Me). Chi invece conosco bene e non mi ha deluso sono stati Shane Smith and the Saints, autentico red dirt che arriva carico di grinta e polvere dalle pianure texane, dove il rock insegue il country e trova slancio nel folk.

Alex Miller

Uno degli incontri più felici di quest’anno è stato quello con Alex Miller, un ragazzone di quasi 2 metri che, dalle campagne del Kentucky, è approdato a Nashville portando un sound tipicamente tradizionale davanti al quale non si resta indifferenti. Per vederlo suonare al Bootleggers Inn, mi sono scapicollata lungo la Broadway appena arrivata a Nashville, temendo di arrivare tardi, di trovare il locale pieno e di non riuscire ad avvicinarlo. Con mia grande sorpresa, però, l’ho trovato al bancone del bar, solo, con la chitarra al collo in attesa che Chad Brock lo annunciasse. Il locale era pieno e nessuno lo considerava a parte la sottoscritta, che non ci ha pensato due volte ad acchiapparlo per una foto e due chiacchiere veloci. Purtroppo, Nashville non sembra ancora pronta a lanciare questo portento: forse è troppo country, forse Zach Top è arrivato prima, forse Riley Green insegna che la fama va di pari passo con l’aspetto fisico. Un vero peccato.

Sulla mia lista degli artisti da non perdere assolutamente c’era Mack Geiger, australiano ancora poco conosciuto negli Stati Uniti, ma che con la sua voce baritonale, il suo stile anni Novanta, la vivacità della strumentazione (abbondante nell’uso del violino e della pedal steel), potrebbe rivelarsi una piacevole scoperta. Il suo esordio al festival è stata un’ottima occasione per presentare l’EP Walk a Straight Line. Ci sono poi cantautrici brillanti, che si distinguono dalle masse con voci taglienti, caratteri decisi, sonorità a cavallo tra il country e l’indie-pop. È un piacere ascoltare Elizabeth Nichols, Lanie Gardner, Maddie Lenhart e Maggie Antone: il loro sound è schietto, privo di quella patina che intrappola i brani nelle ovvietà. Ahimè non è sufficiente, comunque, per emergere dall’ombra di figure molto ingombranti come quelle di Ella Langley, Lainey Wilson e Megan Moroney. Forse bisognerà attendere ancora un po’.

Alex Lambert

Uno dei miei concerti preferiti è stato quello di Alex Lambert, texano la cui carriera è iniziata grazie ad American Idol ed è proseguita quando Miranda (non sono però parenti) si è accorta di lui, del suo country arricchito di R&B e soul, e lo ha invitato a firmare per la sua etichetta, la Big Loud Texas. I concerti al Riverfront, nonostante il gran caldo e le migliaia di persone accalcate lungofiume, mi hanno dato la possibilità di togliermi parecchie soddisfazioni: a iniziare da Ian Munsick, che con la sua voce particolare e un repertorio country-western moderno meriterebbe più visibilità. Molly Tuttle ha sorpreso tutti invitando Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show per l’inarrestabile Dooley’s Farm. Questi sono i momenti per cui vale la pena arrivare fin qui.

Tra gli spettacoli più attesi c’era sicuramente quello dei Midland, che hanno approfittato del tutto esaurito al Riverfront per presentare il loro ultimo album, Stages: un country tradizionale, sebbene questa volta suoni più moderno, più sciolto. Correndo poi da un posto all’altro, mi sono imbattuta nell’esibizione di Ashland Craft, che stava invitando sul palco (affacciato sulla Broadway) Mae Estes e Ashley McBryde per cantare insieme Yard Sale: non potevo essere più fortunata. C’era anche un po’ di Europa, quest’anno a Nashville: con Erlend, il quale, malgrado il nome di origine vichinga, cercava di confondersi tra i cantanti di casa offrendo un country semplice, ruspante, con una voce potente quasi come quella di Chris Young.

Le serate allo stadio non sono state solo puro mainstream, ci sono stati colpi di scena e momenti memorabili come quando Jordan Davis ha invitato sul palco Marcus King per un duetto su Louisiana Stick (se ci ripenso, sospiro di gioia), o quando Carly Pearce ha sorpreso tutti chiamando Molly Tuttle, Ricky Skaggs e la giovane mandolinista Shay Morgan per rendere omaggio alle sue radici bluegrass con il brano From Now on. La rivelazione di quest’anno è stata, per me, la Jack Wharff Band, quartetto della Virginia con uno dei chitarristi più carismatici in circolazione. Evan Novoa è giovane, sui vent’anni, ma ha la grinta di Jimi Hendrix (il suonare la chitarra con i denti ha mandato in estasi lo stadio) e la precisione di Mark Knopfler. Speriamo non siano solo una meteora. Allo stadio ho avuto modo di scoprire Kat Luna, artista cubano-americana che canta con una passione incredibile, unendo le sue origini latine con le tradizioni del country trasmesse a lei — bambina — dal nonno: il risultato è una perfetta armonia come quella che ha sprigionato la cover di I Will Always Love You, dove le parti in spagnolo hanno aggiunto calore e passione. La sua voce meravigliosa ha fatto il resto.

Jenna Paulette

Il solito Keith Urban ha guadagnato punti quando ha invitato Michael McDonald a unirsi a lui per cantare We Go Back e anche Cody Johnson, dopo aver catturato il pubblico con Travelin’ Soldier, ha sorpreso tutti presentando i Brothers Osborne pronti per Fool Proof: l’assolo di chitarra di John Osborne ha vinto la serata. Li ho aspettati da un anno, contavo i giorni, e finalmente i Red Clay Strays, venerdì, sono arrivati allo stadio con un album nuovo di zecca, presentato proprio durante il Festival in un ricevimento esclusivo al Pinnacle di Nashville. Si muovono con discrezione, senza urgenza; sguardi fieri, ma privi di superbia. Ed è per questo che quando cantano catturano il pubblico: i RCS non hanno bisogno di incitare la folla, le loro canzoni travolgono in un turbinio di emozioni. Logicamente, hanno dato spazio ai brani del nuovo Grateful e il pezzo forte è stato If I Didn’t Know You, ballata che il carisma di Coleman ha reso ancora più potente.

Quando sento dire quanto sia scadente il CMA Fest, io mi inalbero, perché chi lo afferma, in genere, non conosce quest’evento: non bisogna soffermarsi sui nomi scritti a caratteri cubitali nei billboard, quelli servono da esca per mantenere vivo il circo del mainstream. Bisogna cercare i nomi scritti in piccolo e ce ne sono un centinaio disseminati per tutta la città, ovunque dalle 10:00 del mattino fino a notte fonda. Jenna Paulette se ne stava nel suo stand tranquilla, mentre vicino a lei un certo Waka Flocka Flame (a quanto pare, un rapper molto famoso) mandava in delirio i ragazzi: ecco, io in quel momento ero contentissima perché ho potuto avvicinarla e, prima che iniziasse una performance acustica per pochi intimi, le ho richiesto il brano Steady, lasciandola di stucco una volta rivelati la mia provenienza e il mio amore per le sue canzoni. Questo è il mio CMA Fest. Quello dei nomi scritti in piccolo.

Condividi questo articolo