CMAT live a Milano, 30/3/2026

Lino Brunetti
7 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Al solito End Of The Road, m’era già capitato di vedere dal vivo sia Katy J Pearson che CMAT (pseudonimo, ricavato dalle iniziali del suo nome completo, della cantautrice Ciara Mary-Alice Thompson, nata nel 1996 nella contea irlandese di Meath). In quell’occasione, la prima suonava con la band, mentre la seconda in acustico. All’epoca era probabilmente Katy la più popolare, ma le cose sono nel frattempo cambiate, visto che qui si ritrova a far da apertura per la collega d’Irlanda, in quella che è la sua prima apparizione da titolare nel nostro paese (la si era vista, da sola, come opening degli ultimi spettacoli di Sam Fender, in precedenza).

Col suo terzo album (Euro-Country), infatti, finito nelle classifiche di fine anno di una marea di testate e per la quale è stata nominata sia ai Brit Awards che ai Mercury Prize (non vincendoli, ma s’è rifatta con il Choice Award per l’Irish Album of the Year), la sua fama è cresciuta esponenzialmente, tanto che per l’estate si appresta a conquistare i festival inglesi, dove in molti casi suonerà da headliner. Anche alla luce di quanto visto qui ai Magazzini Generali di Milano, per quella che era la sua unica data italiana, non è azzardato scommettere che ne uscirà trasformata in una vera e propria star.

Ma andiamo con ordine. La prima a salire sul palco, quando il locale è ancora semi vuoto, è Katy J Pearson. La cantautrice britannica, con in braccio una chitarra acustica, ha deliziato i presenti con le sue belle canzoni dove s’incrociano country e folk, con quasi ovvia presenza pop, vista la sua provenienza. Un set molto piacevole, con Pearson disinvolta e divertita, che ha ben disposto per il proseguio della serata, che, per quanto il genere possa in qualche modo apparire più o meno lo stesso, nelle mani di Ciara e della sua band (la Very Sexy CMAT Band, un nome una garanzia) prenderà una piega nettamente più folle, scatenata, soprattutto all’insegna del divertimento più sfrenato.

Lo si capisce benissimo fin dal suo ingresso in scena, che non avviene direttamente sul palco, bensì dalla balaustra che attraversa il locale, sulla quale la musicista passeggia e si atteggia a icona sexy, cantando a voce spiegata Janis Joplining, nel mentre che il suo gruppo (sono in sei, a chitarre, pedal steel, violino, basso, tastiere, batteria) spinge con un suono pieno e rock, che sarà costante di un po’ tutto il concerto. È l’inizio di uno spettacolo totale, nel senso che se la musica rimane al centro della scena, non di minor importanza è la dimensione teatrale o, se volete, da musical imbizzarrito, con scenette in parte sicuramente collaudate, ma in diversi momenti soggetto alle improvvisazioni, alle battute e alle gag che CMAT mette assieme con il divertito coinvolgimento di tutti i musicisti, ma pure del pubblico, chiamato più volte a interagire direttamente con lei e con quello che succede on stage (come avviene ad esempio durante la bellissima I Don’t Really Care for You, durante la quale sceglie letteralmente alcuni spettatori con cui interloquire o da sfottere bonariamente).

Con il loro misto di country, soul e reminiscenze girls group anni Sessanta, il tutto inserito in una cornice fortemente pop, non priva comunque di scampoli folk e accensioni rock, la sua musica è perfetta per questo show scoppiettante dove l’ironia è tantissima, s’irridono in continuazione i luoghi comuni e dove quello che di fatto è intrattenimento puro rimane sempre e comunque di sostanza (pure nei momenti in cui le battute diventano simpaticamente battutacce – ad esempio con le prese per il culo a quanto accaduto alla povera Rosalía – o come quando accenna alla celeberrima A far l’amore comuncia tu della Carrà, appellata come un suo possibile modello, anche ricordando la sua celebre – e in effetti mitica – apparizione al David Letterman Show).

Insomma, assieme a lei (scatenatissima: balla, salta, si rotola sul palco, senza che la voce potente s’incrini di un millimentro) il tutto si trasforma in una festa gigantesca, nella quale sfilano gioiellini country-pop come When a Good Man Cries, Take a Sexy Picture of Me, (diciamo pure che il sesso è stata una faccenda tirata in ballo più volte), California e Have Fun!.

Giusto nel bis, subito dopo la title-track, esce per un attimo dal personaggio, per dirsi fortunata per tutto ciò che le sta succedendo, ma pure per ribadire il suo essere perfettamente conscia di quanto le cose vadano da schifo nel mondo (a partire dalla questione palestinese, ovviamente supportata al grido di Free Palestine). Il suo spettacolo apparentemente un po’ sciocco, altro non è che un modo per far passare un momento spensierato, per portare un po’ di sano (ma sempre consapevole) divertimento a chi vi assiste. Del resto, dice, se li ricorda bene i momenti difficili che ha vissuto, tra crisi personali e discriminazioni subite in quanto donna. All’epoca, per superare quel periodo difficile scrisse una canzone, I Wanna Be a Cowboy, Baby!, che, messa qui in questo momento, diventa ovviamente uno degli highlight del concerto. Chiaramente assieme alla Stay for Something che tutto chiude in maniera nuovamente pazzerella, con CMAT che scende a godersi l’abbraccio di un pubblico (500 persone circa, con buona dose di stranieri), a questo punto, ormai, giustamente adorante. Ho idea che, la prossima volta, la si vedrà in una venue decisamente più grossa di questa. Se lo merita in pieno!

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