Era il 1984 e ci fù un concerto che cambiò un po’ di cose. I Venom al Palatenda di Lampugnano (Milano) suonarono con supporter nientemeno che i Metallica. Fui catapultato in un vortice che non mi lasciò più, rapito dall’energia di quella band, che segnò il mio scostamento verso ascolti più estremi. Perché ci sono band che entrano nella storia perché erano bravissime. Altre perché hanno venduto milioni di dischi, riempito gli stadi, cambiato il modo di suonare uno strumento.
E poi ci sono i Venom, che nella storia ci sono entrati quasi di traverso. Adesso che Conrad Thomas Lant, per tutti Cronos, è morto a 63 anni, viene naturale raccontare la storia dei Venom senza nessuna retorica o esagerazione: i Venom non erano tre geni. Erano, per dirla brutalmente, tre sfigati di Newcastle. Tre ragazzi che avevano ascoltato Black Sabbath, Motörhead, punk, hard rock e tutto quello che girava in quegli anni e avevano avuto un’idea apparentemente semplice: fare una musica più cattiva, più rumorosa, più sporca e più esagerata di quella che esisteva già. Cronos al basso e alla voce, Jeffrey Dunn detto Mantas alla chitarra e Anthony Bray detto Abaddon alla batteria. Già i nomi d’arte raccontavano abbastanza bene dove volevano andare a parare.
Non c’era bisogno di essere particolarmente raffinati. Anzi, il punto era proprio quello. Se il metal di allora cominciava ad avere una certa idea di tecnica e di mestiere, i Venom sembravano arrivare da un’altra parte e dire: e se invece suonassimo male, ma fortissimo? E se al posto di parlare di draghi, spade, cavalieri e altre amenità dell’heavy metal mettessimo Satana, l’inferno, la morte, la blasfemia e tutto il repertorio che poteva far arrabbiare qualcuno? E se, soprattutto, smettessimo di preoccuparci di quello che gli altri pensano? I Venom non inventarono dal nulla il metal oscuro, e nemmeno inventarono il satanismo nel rock. C’erano già Black Sabbath, Coven, Black Widow e una quantità di gruppi che avevano giocato con quelle atmosfere. Ma loro fecero una cosa diversa: presero quell’immaginario e lo trasformarono, lo resero rozzo, aggressivo, quasi caricaturale.
Welcome to Hell, nel 1981, fu il primo grande avvertimento. Poi arrivò Black Metal, nel 1982. E qui la storia cambia. Perché può sembrare quasi una barzelletta che un genere musicale enorme, diventato negli anni successivi una delle forme più estreme e identitarie della musica contemporanea, prenda il proprio nome da un disco di tre ragazzi di Newcastle che suonavano come tre ragazzi in uno scantinato. Eppure è andata proprio così. Black Metal non era ancora il black metal che sarebbe arrivato dalla Norvegia dieci anni dopo. Non c’erano le foreste, le chiese bruciate, il corpse paint portato all’estremo, la filosofia misantropica, il gelo scandinavo e tutto ciò che avrebbe costruito la seconda ondata del genere. C’erano invece tre inglesi che avevano spinto il volume, la velocità, l’aggressività e l’immaginario oscuro oltre il limite che il metal di allora sembrava disposto ad accettare.
Spesso chi cambia davvero una musica non è quello che la perfeziona, ma quello che per primo rompe qualcosa e loro infransero l’idea che per fare metal estremo fosse necessario essere impeccabili. Dimostrarono che la ferocia poteva essere più importante della precisione, che il suono poteva diventare parte della composizione, che l’attitudine poteva contare quanto le note. I Venom finirono per diventare una specie di detonatore. Slayer, Metallica, Celtic Frost, Bathory e, più avanti, tutta una generazione di musicisti estremi guardarono in quella direzione. Non necessariamente perché volessero fare esattamente quello che facevano i Venom, ma perché avevano capito che quella porta era stata aperta.
Ed è qui che il nome di Cronos diventa importante. Non era semplicemente il cantante dei Venom. Era la voce che dava un’identità a quella confusione. Era il basso, era la voce, era il personaggio, era quello che stava davanti al microfono mentre Mantas costruiva riff che sembravano pezzi di ferro lanciati contro un muro e Abaddon pestava la batteria con la grazia di un fabbro. Non erano virtuosi. Ma erano riconoscibili, eccome se lo erano. La sua voce non era bella. Non doveva esserlo. Era roca, sporca, esagerata, quasi una caricatura di quello che allora ci si aspettava da un cantante heavy metal. Ma proprio per questo diventò una delle voci più identificabili della musica estrema. Pelle, borchie, croci rovesciate, pentagrammi, corna, inferno, sesso, morte, provocazione. Tutto portato oltre il buon gusto, oltre la misura e spesso anche oltre il buon senso. Era un ragazzo di Newcastle che aveva trovato altri due ragazzi altrettanto poco raccomandabili e insieme avevano deciso di fare casino. Solo che il casino gli era riuscito particolarmente bene.
Poi sono arrivati i dischi, le tournée, le separazioni, le reunion, i cambi di formazione, le discussioni, le cause legali, i progetti paralleli, le diverse incarnazioni del nome Venom e tutto quello che inevitabilmente accompagna una band che vive per decenni. E questa parte, sinceramente, interessa meno. Perché la storia dei Venom è tutta lì, nei primi quattro dischi del trio originale: Welcome to Hell, Black Metal, At War With Satan e Possessed. Il resto, praticamente, non conta.
Cronos, Mantas e Abaddon hanno spostato alcune cose, aprendo quella porta, anche solo con una semplice frase nel testo di Black Metal: Lay down your souls to the gods rock ‘n roll!.


