Courtney Barnett live a Milano, 1/10/2026

Lino Brunetti
8 minuti di lettura
Foto © Rodolfo Sassano

Strano che una musicista dalla discografia ormai solida e consistente e dalla musica capace d’intercettare il favore degli appassionati d’indie rock così come di quelli che invece preferiscono sentieri più classici come Courtney Barnett, abbia frequentato così poco i palchi italiani. Mentre, negli anni, all’estero, figurava nelle alte posizioni del bill anche di festival giganteschi come il Primavera Sound, qui da noi faceva giusto un paio di passaggi al Beaches Brew nel 2019 e a La Prima Estate nel 2022, mentre, fino a un paio di giorni fa, era intestataria di un unico concerto unicamente a suo nome risalente nientemeno che al 2014, quando aveva giusto pubblicato la raccolta dei suoi primi EP e ancora doveva uscire il primo album. L’ha ricordato dal palco, quel concerto, la stessa Courtney, chiedendo chi fosse presente al Tunnel di Milano in quell’occasione: pochissime le mani ad alzarsi (tra le quali la mia) e infatti ricordo bene che la sala del locale non era pienissima, nonostante fin da subito il suo nome avesse iniziato a circolare tra gli appassionati come uno da non perdere. Ma si sa, qui da noi non sempre siamo proprio tempestivi nel recepire ciò che di buono emerge dall’underground.

Ad ogni modo, sono andate diversamente le cose stavolta, per quella che comunque era l’unica data italiana del suo tour mondiale: previsto inizialmente presso il più piccolo Lime, lo show è infine stato spostato nei più capienti spazi dei Magazzini Generali, dove ad attenderla non c’era il sold out, ma comunque un più che ragguardevole numero di persone. Pubblico caldo e affezionato, ma dall’età media un po’ più alta di quella che era lecito supporre, a dimostrazione che i giovanissimi, quantomeno qui da noi e a prescindere dal tipo di musica, li trovi soprattutto quando a suonare sono loro coetanei, mentre Courtney inizia a viaggiare verso la quarantina (è del 1987) e la sua musica (che io definirei senza tempo) è indubitabilmente legata a un tipo di rock solidamente nineties e old style (detto nel senso migliore possibile).

In apertura, in realtà manco segnalati nei comunicati stampa che avevo visto, i francesi di stanza a Londra Huarinami, quartetto guidato dalla cantante, chitarrista e flautista Pauline Janier, autore al momento di un paio di EP che ne hanno fatto un minimo girare il nome. Non sapendo della loro presenza, pur arrivando presto, m’imbatto giusto negli ultimi tre pezzi: sembrano piacevoli, con pure qualche spunto insolito, ma un po’ troppo poco per sbilanciarmi in un qualsiasi tipo di giudizio.

Appena cinque minuti di ritardo sull’orario d’inizio previsto (le 21) e Courtney Barnett sale sul palco accompagnata dal fido bassista Bones Sloane (si può dire sia al suo fianco da sempre) e dalla batterista delle Warpaint (ma esistono ancora?) Stella Mozgawa, collaboratrice della musicista per ciò che concerne gli ultimi due album (sia in qualità di strumentista che di produttrice) e spesso con lei in tour, in sostituzione del batterista storico Dave Mudie. Il suo stile nel suonare – tribaloide tipo quello di una Maureen Tucker nettamente più massiccia, metronomico, contrappuntato da rapidi inserti a movimentare il groove – contribuisce parecchio a rendere il sound delle canzoni potente e ficcante, orientato a quello di un power trio elettrico senza fronzoli e diretto al punto. In questo, le linee di basso di Sloane sono funzionali nel dare il giusto supporto alle figure ritmiche di Mozgawa, riempiendo gli spazi con semplicità e indubbia efficacia. 

A rendere il tutto speciale, però, è ovviamente lei, Courtney Barnett, e le sue canzoni. Nei suoi dischi non ce n’è una che non sia meno che buona – sia che si tratti di quelle più spigolose e indie dell’inizio che di quelle maggiormente melodiche degli ultimi due dischi – e quindi è ovvio che ovunque vada a pescare pesca bene. In un’ora e quaranta di concerto, attinge tantissimo dall’ultimo Creature of Habit, suonato nella sua interezza, album che pure in sede live conferma di essere un ottimo lavoro e un ritorno in pista pienamente convinto e convincente, dopo un Things Take Time, Take Time leggermente più morbido e intimo (era stato realizzato ed era uscito nel periodo del Covid, se ne possono capire le ragioni), dal quale qui tira fuori le incantevoli Before You Gotta Go e Write a List of Things to Look Forward to, tra l’altro una via l’altra. 

I pezzi, a partire dalle già sferraglianti Stay in Your Lane, City Looks Pretty e della vecchia Avant Gardner poste in apertura, si susseguono senza pause, quasi non dando il tempo agli ascoltatori di respirare. Il sound è elettrico e profondamente rock, i tre si scambiano sguardi e sorrisi fra di loro, a dimostrazione che i primi a essere contenti di trovarsi lì a suonare sono loro. Courtney ha un’energia contagiosa, una bella attitudine che riversa non solo nelle melodie che canta, ma pure in uno stile chitarristico affilato e personale, che mette in evidenza la sua abilità sullo strumento. Cambia diverse chitarre, non teme di scuotere il suo strumento in assoli taglienti e soprattutto suona (almeno apparentemente) col minimo di effettistica necessaria, lasciando che a uscire dalle casse sia quasi solo il suono delle corde e dell’amplificatore, cosa che in epoca di basi preregistrate nelle esibizioni live è già quasi una dichiarazione d’intenti. 

Devono passare almeno sette/otto pezzi prima che rivolga un saluto al pubblico, per poi nuovamente ributtarsi a rotta di collo nell’esecuzione di canzoni come Depreston, Site Unseen, Elevator Operator o Wonder, dove lo spazio per le ballate è ridotto al lumicino o quasi. Da questo punto di vista, il contrasto maggiore lo si trova negli encore, visto che quando ritorna sul palco (dopo aver chiuso il set principale con una One Thing at a Time molto Kurt Vile, musicista col quale ho sempre pensato abbia diverse affinità e non solo perché hanno realizzato assieme l’album Lotta Sea Lice) lo fa suonando in solitaria la raccolta Mostly Patient, per poi tirare giù i muri e far scatenare il pogo nelle prime file con una torrida e distorta Pedestrian at Best e chiudere infine col rock’n’roll contagioso della melodicissima Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party, l’unica vera risposta possibile al dilemma morettiano di Ecce Bombo.

Uno di quei concerti che ti riempie il cuore: divertente, colmo d’attitudine positiva, di un pugno di canzoni straordinarie dal suono splendido (persino in un posto come i Magazzini Generali che da questo punto di vista di certo non sempre brilla). Speriamo solo non si debba aspettare nuovamente dodici anni per rivederla a Milano.

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