Crock of Gold: a Few Rounds with Shane MacGowan di Julien Temple

Guido Giazzi
5 minuti di lettura

CROCK OF GOLD: A FEW ROUNDS WITH SHANE MACGOWAN
Julien Temple
2020, UK, 124’

Cinema Godard — Fondazione Prada
Milano, 26 aprile 2026

Proiezione unica di un documentario di Julien Temple dedicato all’indimenticabile leader dei Pogues, Shane MacGowan. Anche i cinema della grande Milano, ravvivata in queste calde giornate dalla Design Week, non reggono la presenza dei documentari, e per questo film, un po’ sfortunato, un’unica proiezione è senza dubbio limitata. Dico sfortunato perché, nonostante un’applaudita presentazione al Festival di San Sebastian, nel 2020, subì l’effetto letale del Covid e per questo motivo ebbe scarsa diffusione. Peccato, perché Temple, già autore di importanti ritratti di celluloide riguardanti, tra gli altri, Joe Strummer, Sex Pistols, Ray Davies e Paul Weller, nonché regista di Absolute Beginners (1986), con David Bowie protagonista, maneggia con cura la materia.

Prima di affrontare il percorso artistico di Shane, il cineasta ci racconta la storia dell’Irlanda, basata su povertà e immigrazione, per poi passare all’adolescenza di MacGowan: una vita gioiosa, passata in campagna con una famiglia molto amata, costituita da uno stuolo di nonni, zii e cugini, tra animali e natura. Il passaggio della famiglia MacGowan dalla campagna alla città creerà non pochi scompensi alla psiche del ragazzo. Londra lo accoglierà poi con i suoi locali malfamati, tra l’amore per il punk — Pistols e Clash su tutti — e l’alcol a fiumi, in seguito purtroppo integrato dall’eroina.

Crock of Gold: a Few Rounds with Shane MacGowan è prodotto dall’amico Johnny Depp, che insieme ad altri personaggi scava a fondo nella tormentata esistenza del vocalist e cantautore irlandese. Il documentario combina inserti animati, materiale d’archivio inedito proveniente dai tesori familiari e contributi di vari collaboratori, tra cui si erge la figura di Siobhan, sorella molto amata. Il film è piuttosto melanconico, perché Shane è costretto sulla carrozzina dopo un incidente al bacino e anche se ha difficoltà nel parlare, l’artista si rivela ironico e spirituale. Toccanti le strigliate a Depp e ai suoi film sui pirati e caustico il giudizio su Elvis Costello, coinvolto sentimentalmente con Cait O’Riordan (bassista dei Pogues).

La pellicola termina con la festa organizzata dagli amici per il 60° compleanno di Shane; sul palco, oltre a Bono e a Nick Cave, anche il presidente irlandese, che premierà MacGowan per aver fatto conoscere nel mondo l’immagine e la cultura della nazione. Il successo internazionale di Fairytale of New York (la più grande canzone natalizia di sempre?) e lo stress di tournée da 300 concerti l’anno, il tutto unito all’assoluta dipendenza dell’artista da alcolici e droghe, costringeranno il nostro ad abbandonare i Pogues. Anni dopo, cercherà di tornare sul palco con un nuovo gruppo — i Popes — ma l’avventura sarà di breve durata.

Il lungometraggio di Temple è il testamento di questo artista, che nonostante l’invalidità e le vicissitudini apprezzerà fino all’ultimo la vita, contento di aver rivitalizzato la canzone tradizionale irlandese e creando alcune composizioni — A Rainy Night in Soho una spanna sulle altre — di struggente bellezza. Per chi volesse conoscere meglio la vita dell’artista consigliamo il volume pubblicato da Tsunami dal titolo Una pinta con Shane Mac Gowan, scritto dalla moglie Victoria.

E ora attendiamo il tributo dedicato all’artista irlandese dal titolo 20th Century Paddy: the Songs of Shane MacGowan che dovrebbe uscire a metà novembre e comprendere Tom Waits, Steve Earle, Jesus + Mary Chain, Glen Hansard e tanti altri. Bruce Springsteen sarà presente in questa raccolta con la sua versione di A Rainy Night in Soho, in origine contenuta nell’EP del 1986 Poguetry in Motion, prodotto da Elvis Costello.

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